downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

E così è morta un’orsa rea di aver fatto il suo mestiere di orsa aggredendo un cercatore di funghi. Volendo cercare i colpevoli dobbiamo mettere sul banco degli imputati la Provincia di Trento e la Regione che prima ripopola il suo territorio di specie sempre più rarefatte e poi è costretta a decimarle.

Ma è anche vero che in società nelle quali i bambini crescono pensando che i tonni nascano già in scatola per la felicità di Kevin Costner, quello che in altri tempi parlava coi lupi, è inevitabile anche per istituzioni e enti pubblici subire la fascinazione di un animalismo d’accatto, nutrito  da una cinematografia, da una letteratura e da una retorica che hanno convertito la “natura matrigna” in Gaia, un organismo vivente, fiere e belve in icone dei cartoni animati, i lupi in consulenti di educazione sessuale, insomma in eroi positivi interpreti e testimoni di un istinto alla libertà e alla ribellione a costrizioni e catene.

E d’altra parte ci stanno persuadendo che pensieri altri, critica, autodeterminazione altro non siano che manifestazioni e istinti che appartengono  alla fauna, primi tra tutti i gufi, che la ragione, con buona pace della nottola di Minerva, deve ispirare conformismo e spirito di adattamento, che il pragmatismo deve spingere alla rinuncia a ideali e utopie, che la modernità non può perdere tempo con emozioni e nemmeno diritti.

E poi, ammettiamolo, è più comodo, meno impegnativo solidarizzare con gli orsi, commuoversi per le foche, preoccuparsi per i delfini curiosi piuttosto che vivere una quotidianità rispettosa dell’ambiente, soprattutto se abitudini ecologiche finiscono per essere monopolio esclusivo di ceti privilegiati, quelli della bici a Roma al posto dell’auto privata degli sventurati pendolari, quelli dei consumi biologici al posto dei pomodori della Terra dei Fuochi, quelli del doc e dell’orticello al posto dell’inelegante e volgare Mc Donald.

Il fatto è che sono cambiate la percezione della “perdita” e la qualità delle minacce. Soffriamo per la rinuncia a beni, prodotti e privilegi più che per l’impoverimento del nostro paesaggio e del nostro patrimonio artistico. Abbiamo paura della povertà, di altri più disperati di noi che premono alle frontiere, del terrorismo vero o artatamente promosso a leggenda, che poi è un’altra faccia del timore che ci incutono gli altri da noi, gli stessi che abbiamo sfruttato, contro i quali abbiamo mosso azioni belliche chiamate missioni umanitarie. Temiamo i cambiamenti che possono farci retrocedere dalla condizione di occidente viziato e egemonico, che delimitano i nostri “terzi mondi” interni segnando i confini di bidonville, ghetti, favelas. E rimuoviamo la consapevolezza che il momento che ren­derà irre­ver­si­bile un altro cam­bia­mento, c radi­cale e deva­stante, si avvi­cina, annunciato da eventi estremi, favorito da incuria, speculazione sfruttamento dissipatore delle risorse. Guardiamo con apprensione al futuro dei nostri figli sulle cui spalle pesa fin dalla culla un debito pubblico di oltre 36 mila euro, trascurando il loro debito ambientale, inquinamento, deforestazione, dissesto del territorio, consumi delirante di acqua e materie prime, devastazioni dei suoli, veleni nell’aria, nelle acque, negli alimenti.

Temiamo i conflitti alle porte, dimenticando che gran parte di quei foco­lai accesi dalle “politiche estere”  dell’Occidente nel corso degli ultimi decenni (Ucraina, Medio Oriente e Magh­reb), diventati ormai incendi, rischiano anche di inter­rom­pere l’approvvigionamento ener­ge­tico dell’economia euro­pea, con effetti defla­granti sia per la pro­du­zione che per le con­di­zioni di vita di tutti. E intanto governi e imprese si trastullano con  la green eco­nomy tradotta come le “riforme” dei governi che si sono succeduti in misure disomogenee, occasionali, perfino dannose, come quei “premi” alle energie rinnovabili elargiti a immobiliaristi in cerca di licenze facili e condoni indulgenti, quegli investimenti mirati a grandi operazioni che devastano il territorio e all’interno di un piano energetico  consolidato sulle trivellazioni e sul tra­sporto di metano in conto terzi.

Viviamo ormai da tempo in stato di guerra, una guerra di chi ha contro chi non ha,  mossa con le armi millenarie dello sfruttamento e dell’avidità e dispiegata su tutti i campi di battaglia per aggiudicarsi il possesso di ricchezze, quelle che assicurano dominio, potere, autorità. Come in altri tempi siamo schierati, davanti i fanti, in ginocchio, i ceti più vulnerabili, i primi a cadere sotto i colpi, poi via via, fino alle retroguardie. Sono le regole della guerra, sono le regole della caccia. Conviene diventare lupi, che infine loro conoscono la solidarietà del branco.