sardegna-in-svenditaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Questa me l’ero persa, ma provvedo subito a condividerla con voi, a conferma che ormai le profezie sono più bonarie del loro avverarsi. “Bisogna “commercializzare” l’Italia e in primo luogo quindi la Sardegna”, ha sentenziato il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesca Barracciu, finora passata alle cronache, quelle nere,   per essere stata uno dei primi casi di disinvolto, spaccone e  sfrontato disinteresse del governo Renzi per le ragioni di opportunità e legittimità, che di ineleggibilità nemmeno si parla in un dicastero di “insigniti”. La Barracciu, che potrebbe essere considerata un “tecnico” della spesa pubblica – i magistrati che hanno indagato sulla sua avventura amministrativa l’accusano di aver dilapidato senza giustificativi circa 73 mila euro – si candida come esperta di marketing, cominciando proprio dalla sua regione, una regione che vive due mesi sulle sponde dell’isola, dissipando paesaggio e bene comune e langue per il resto dell’anno, spopolata: sono almeno 70 i paesi dell’interno che contano sulle dita le poche anime e la metà dei quali si svuoterà totalmente nel prossimo trentennio, la densità di popolazione già bassa (67 ab/km²) cala a picco in più parti, destinata a essere prossima allo zero in vaste aree.

Meglio, pensa la Barracciu, tramontato il sogno della chimica, rimossa come arcaica e misoneista una ipotesi di crescita agropastorale, si può finalmente aprire il supermercato Sardegna, e poi, ci si augura, estendere la catena in tutta Italia, svendendo coste, isole, edilizia pubblica, cedendo in comodato a lungo termine palazzi, monumenti, beni artistici. E chi si ribella, chi va in controtendenza, chi si oppone anche timidamente, va commissariato come si è fatto della nostra sovranità di Stato e popolo e come appunto in Sardegna, si è fatto con   l’Agenzia Conservatoria delle coste, restituendo la gestione di oltre 6.000 ettari, fra i litorali di Alghero, Muravera, Buggerru, Castiadas, alle strutture regionali ‘’ordinarie’’, quelle stesse che 10 anni fa si erano prestate appunto a promuovere un sistema di licenze, deroghe, arbitrarietà. Chi si aspettava che Pigliaru rompesse con il passato, è stato subito deluso: il pieno rispetto dell’ideologia renzista, il commissariamento dell’Agenzia fa da apripista alla riforma delle soprintendenze che renderà  “autonomi”  i 20 maggiori musei italiani affidandoli a manager anche stranieri, rompendo la relazione  tra i Musei (statali, almeno per ora) e le loro  origini e il loro territorio, e contribuendo all’intento non recondito  di impoverire la rete della sorveglianza sul paesaggio, favorendo il disegno di  consumo di suolo, la cementificazione, l’abuso.

Perché non gli è bastato avvilire e depotenziare gli organismi statali che oggi dispongono in tutto di 480 architetti per sorvegliare e tutelare un territorio vincolato pari al 47% del Paese, 141.358 Kmq, per cui c’è un solo architetto ogni 290-300 Kmq., insomma 1 architetto ogni 42 centri storici. No, non gli è bastato regionalizzare come in Sicilia ma non solo, in modo da lasciare discrezionalità agli entri più screditati e concedere licenza di abuso legittimato. L’obiettivo è quello di intridere tutto il territorio dell’inquinamento tossico della deregulation, vendendolo a poco prezzo e rendendo tutti i suoli potenzialmente edificabili, sottoforma di permessi facili, autocertificazioni disinvolte, sportelli unici agevolatori e poco trasparenti, abolizione di standard urbanistici,  semplificazioni spregiudicate. Basta pagare insomma, che si sia emiri del Katar o petrolieri texani, imprenditori di quelli delle catene di Sant’Antonio delle grandi opere, nuovi corsari del turismo, speculatori abituali.

Il loro sviluppo, il loro “andare avanti” si fa consumando suolo, espropriando cittadini e cittadinanza, prosciugando le economie locali, cementificando per erigere i sontuosi templi della vacanza esclusiva, o per foraggiare le cordate che concorrono alle grandi opere inutili.

Gufi, svegliamoci, occorre fermare gli avvoltoi.