alluvione_1966_0Anna Lombroso per il Simplicissimus

Allora pare chiaro ormai che la vera domanda da porsi è: le grandi opere sono interventi necessari e utili alla collettività, da realizzare per sanare contingenze diventate emergenze, per rimettere in moto l’economia produttiva, per sviluppare occupazione sostenibile? Oppure si tratta di veri e propri “sistemi” pensati ed adottati per favorire i profitti di un’unica grande cordata, di un’alleanza trasversale a partiti, mondo di impresa, pubblica amministrazione e che si declina in tutto il Paese e a tutti i livelli territoriali, se a più di vent’anni da Tangentopoli le figurine dell’album sono sempre le stesse, come le modalità e le forme del malaffare?

Che l’Expò sia una velleitaria e faraonica prova superflua di muscolarità di un governo, che vuole una vetrina per un Made in Italy che nel migliore dei casi non esiste più o è il monopolio delle operazioni acchiappa citrulli del Farinetti e nel peggiore propone il ricordo della Campania Felix convertita in Terra dei Fuochi, mozzarelle col siero tedesco e parmisan a volontà, quote latte e arance mandate al macero in favore di quelle marocchine, che in fondo è l’Europa che ce lo chiede, con la globalizzazione, di mangiare male e ormai poco, è sicuro.

Il Ponte sulle Stretto è ormai ridotto, fortunatamente, a barzelletta per gli sventurati ospiti dell’Istituto Sacra Famiglia di Cesano, che il vecchio sporcaccione alterna a aneddoti scollacciati. Peccato che continui a costare molto più delle sue esigenti distrazioni. Anche sulla Tav sussistono pochi dubbi se ogni km italiano costa tre volte un km tedesco, se nemmeno l’Ue la vuole più, se sono sempre più esigui i target interessati a andare molto in fretta a mangiare la nuovelle cuisine di Bocuse a Lione.

Magari ci resta qualche dubbio sul Mose, eccezionale e ambiziosa opera ingegneristica che doveva salvaguardare Venezia dalle alte maree, incrementate da fenomeni anomali, eustatismo, bradisismo e cambiamento climatico, la cui indilazionabile urgenza venne messa in luce con la mareggiata catastrofica del 1966. Magari i più malevoli diranno che se si era aspettato fino al 1988, data nella quale “nasce” il sistema di paratie mobili, con l’inaugurazione del modulo sperimentale in scala reale in Laguna davanti a Punta Sabbioni l’urgenza non doveva essere così pressante . Magari qualcuno dirà che per una città unica al mondo e che il mondo considera un patrimonio universale si poteva lanciare un concorso di idee internazionale per selezionare il progetto più giusto anche in base al rapporto efficacia, qualità e costi.

Invece a confermare il sospetto che anche questa opera necessaria è diventata da subito una prodigiosa formidabile macchina prosciuga soldi, offerta ai soliti noti, viene scelta questa unica indiscutibile e indiscussa soluzione, a seguito di una “cernita” avvenuta nel 1981 nelle penombre del Ministero dei Lavori Pubblici. Il tempo è amico dell’intrallazzo: per esibire il modellino tipo Lego ci hanno messo un bel po’ di anni, un settennato utile per perfezionare non il “modulo sperimentale elettromeccanico”, bensì la trama di alleanze, accordi, scambi, favori, libri paga in grado di soddisfare appetiti insaziabili dei più disparati target che rappresentano tutti i segmenti possibili della classe dirigente, imprese, politici, pubblica amministrazione, tecnici, comunicatori, controllori e controllati, GdF, magistrati, corte dei conti, che la torta era così appetitosa che nessuno ha resistito alla tentazione.

Oggi commentatori, ex sindaci spocchiosi che dallo Steinhof ammonirono i veneziani stremati dall’ennesima acqua alta anomala di munirsi di stivaloni, lasciano intendere che la corruzione nelle grandi opere è inevitabile. Ancorché, però, prevedibile, ormai. Ora e vent’anni fa, quando si permise che un consorzio assumesse su di sé tutte le funzioni, progettuali, operative, di verifica dell’efficacia del suo operato e così via. Quando si vide che si trattava di un soggetto al servizio di un padrone, quella Mantovani SpA che pagava politici, amministratori, controllori, tecnici, informatori, occupando qualsiasi interstizio della società veneta, ospedali, bonifiche, aeroporti, speculazioni immobiliari, mercati ortofrutticoli e ostricari, rigassificatori e strade e autostrade. Quando solo vent’anni dopo l’avvio della colossale opera, quando si moltiplicavano i colossali costi, mentre – forse fortunatamente – quasi nulla veniva realizzato – timidamente lo schivo e sussiegoso sindaco prestò una frettolosa attenzione ad alternative, che esistevano, eccome, quella “correttiva” del Mose dell’ingegner Vincenzo Di Tella, con una chiusura parziale (ma reversibile ) delle bocche di porto, e il rialzo dei fondali nella parte rimanente della bocca, o quella di Arca, con i cassoni auto affondanti, o altri ancora che non hanno avuto modo di affiorare dal mare del laissez faire, colpevole in un caso come questo quanto la correità. Tanto, stanno ripetendo decisori di un tempo inclini all’indecisione, i giochi erano fatti. Eppure la sovrintendenza aveva detto no, eppure istituti universitari autorevoli avevano detto no, così come no aveva detto la Commissione di Valutazione dell’Impatto ambientale. Proprio quei soggetti che ora il dinamico premier vorrebbe cancellare in nome dell’efficienza, della semplificazione, della lotta alla burocrazia. Ma ce ne fosse stata un po’ di più di ingerenza dello Stato a contrastare la prepotenza, l’occupazione militare dei privati.

Eh si la risposta al quesito iniziale è che le grandi opere servono a grandi profitti di grandi speculatori, mentre basterebbe non lasciar decantare crisi affinché diventino provvidenziali emergenze, mentre sarebbe sufficiente fare quello che faceva la Serenissima o i “custodi” di Pompei, una regolare manutenzione, mentre i grandi investimenti dovrebbero essere indirizzati alla piccola utopia di uno Stato capace di prendersi cura delle sue ricchezze, facendo lavorare la sua gente, riprendendosi la sua dignità e la sua sovranità, restituendoci quello cui abbiamo diritto.