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Leggi shock per gli sciocchi

grandi-opere  Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è davvero di che sorprendersi gironzolando nei social o leggendo i commenti in margine a articoli dei quotidiani online e ai post dei blog di informazione, almeno quanto ci si stupiva se Berlusconi parlava del pericolo comunista. Perché ogni tanto salta su qualcuno che pare un militare giapponese rimasto vent’anni nella giungla, che giura sull’esistenza in vita di un centro sinistra.

O, peggio, che riserva ancora credito al Pd o a Italia Viva in qualità di organizzazioni “progressiste”, dimentico che già all’atto della sua fondazione (ben prima della Fondazione Open) nell’ottobre 2007, il Pd  aveva pubblicamente fatto atto di abiura da quelle geografie, rigettando tradizione e mandato, cancellando la “democrazia di partito” in vista della augurabile cancellazione del sistema politico nato dalla Resistenza, anche quella considerata un arcaico attrezzo da mettere in soffitta, per realizzare la costruzione di un Grande Centro egemonico capace di monopolizzare l’intero spazio politico non occupato dalla destra, con la quale dialogare in vista di proficue alleanze.

E infatti dietro alla parola d’ordine stabilizzazione, allora molto in voga,  c’era un  poderoso potenziale distruttivo, pronto a esautorare ogni possibilità di dare rappresentanza ad una opposizione ai poteri forti economici e finanziari, dando nuovo vigore all’atto di fede europeista, alla neutralizzazione di una storia e una cultura grazie al sopravvento di una politica “non ideologica” ben incarnata dallo slogan del “fare” a ogni costo,  dal rifiuto degli impianti identitari, dalla pacificazione.

Da allora è vero che c’è stata una emorragia di voti, una perdita di consenso elettorale, eppure quel credo ha vinto, ha contaminato la politica tutta, e adesso gode i frutti offerti galla cornucopia di banalità avvelenate, post politiche e post democratiche, delle sardine.

Sono loro che costituiscono la perfetta rappresentazione plastica del target cui si rivolge l’azienda con due consigli di amministrazione ma uguali obiettivi, quelli di consolidare l’attività al servizio dei poteri forti economici e finanziari, in posizione entusiasticamente subalterna e in contrasto con l’interesse comune, la testimonianza dei bisogni dei lavoratori, non solo operai e dipendenti pubblici, cui si guarda ormai come a molesti pretendenti a garanzie immeritate, ma anche insegnanti  e professionisti,  che erano lo zoccolo duro del loro elettorato.

Sono loro i retrocessi tutti a classe disagiata grazie alle politiche riformiste attuate in questi anni, ma drogati dalla convinzione di far parte di una scrematura consapevole, acculturata, detentrice di privilegi e superiorità morale, tanto da aver perso combattività e potenza critica, accucciati nella tana calda del minimo sindacale della sopravvivenza umiliata, accidiosi e ignavi.

Chi davvero interessi ai “progressisti” si capisce quando sfoderano le loro visioni di “sviluppo”, proprio come fa Renzi che in due paginone del quotidiano confindustriale che aspira a fare da house organ di Italia Viva,  snocciola col titolo di Piano Shock i numeri del costruttivismo edilizio, cementifero e sociale del quale vuole essere promotore, con lo slogan esplicito: Sblocchiamo tutto.

Non gli basta la sua insider al governo: reduce dalle sue visite pastorali in veste di senatore degli italiani,  racconta di aver potuto constatare il vivo interesse da parte di società di investimento e di banche, anche straniere, che sarebbero propense a comprarci a poco prezzo, a occupare militarmente il nostro territorio, ma che sono ostacolate da lacci e laccioli. Pertanto, dice l’eterno moccioso come fosse intento con secchiello e paletta a tirar su castelli di sabbia a Follonica,  quel che serve “è una corsia preferenziale sblocca-burocrazia come abbiamo fatto con l’Expo di Milano e con gli scavi di Pompei”.

Si sa che semplificazione fu la parola d’ordine dei suoi governi anche se a cominciare fu Letta prima di stare sereno, che in accoppiata col ministro dei rolex Lupi licenziò il famigerato “Decreto del Fare”, con l’intento di  disfare quel che restava delle regole che volevano difendere il territorio e i suoi abitanti, sotto l’egida di quelle “larghe intese” grazie alle quali il PD riuscì a realizzare quello al Pdl non era riuscito: smantellare l’edificio della vigilanza, introducendo deroghe alla materia urbanistica e edilizia, rimuovendo gli obblighi generali di rispetto estetico, plastico e urbanistico dell’esistente, con la finalità esplicita di ridurre i poteri delle amministrazioni per lasciare campo libero ai privati, alle rendite, alla speculazione.

Fu proprio una svolta ideologica accompagnata dallo sguaiato dileggio per i sapientoni e i fastidiosi professoroni, fossero costituzionalisti o sovrintendenti, disfattisti tutti parimenti impegnati a fermare sviluppo e progresso,  e dalla repressione di “comitati e comitatini” come li chiamava il bullo del Giglio. E che non trovò una barriera del governo del cambiamento con la Lega opportunamente allineata sullo stesso fronte e i 5Stelle incapaci e impotenti a mantenere le promesse elettorali, spaventati dalle intimidazioni e dalla minacce di punizioni sovranazionali e interne.

E infatti nell’alternarsi di appoggio e critica all’attuale coalizione, quello che vince sempre è  il partito dell’affarismo trasversale, testimonial e gregario  degli interessi di banche e imprese costruttrici,  posseduti da una bulimia ripetitiva che impone traffici sovrastimati e costi sottostimati contro ogni evidenza economica e di buon senso, intesa a socializzare perdite e privatizzare profitti, affetti da una megalomania che sortisce l’effetto di mettere in moto macchine da corruzione che fanno guadagnare dai disastri, dai ritardi, dagli interventi in itinere sui progetti iniziali,  dall’impiego di materiali scadenti e di professionisti inetti o venduti e comprati.

“Per ogni grande opera”, è questo il programma di Italia Viva, dovrà essere adottata “ una legislazione ad hoc che superi i lacci burocratici”,  perché, denuncia, “in Italia sono bloccate opere per oltre 56 miliardi. 8 circa per mancanza di finanziamenti, ma le restanti per la burocrazia”. Ovviamente ha già pronto il modello cui uniformarsi, quello della mafia Serenissima, quel mostro giuridico che sovrintende allo sfacelo vergognoso del Mose, che è riuscito a autorizzare e promuovere malaffare per via di legge, ottenendo il risultato accertato di realizzare il fallimento perfetto, una grande opera che produce mazzette, che perpetua disastri, che non ottiene i risultati per i quali è stata pensata ma che garantisce e garantirà profitti perenni agli attori interessati, frutto della corrutela, del fango su cui è cresciuta, dell’inefficienza e della inettitudine convertite in virtù manageriale.

Ci sono movimenti che godono di alto gradimenti, altri invece che proprio non piacciono, perché hanno in mente altre semplificazioni, quelle che renderebbero la vita più facile ai cittadini, introducendo regole trasparenti, favorendo l’accesso alle informazioni sui processi decisionali che interessano le nostre città e i nostri territori, perché vorrebbero altri investimenti, quelli per la più Grande delle Opere, il risanamento del territorio, a partire dal contenimento del rischio sismico e idrogeologico, all’interno di uno scenario in cui la cura dell’ambiente e del paesaggio prenda il posto di uno sfruttamento miope e distruttivo,  che promuova una occupazione che duri oltre l’attività di un cantiere, che sia qualificata e remunerata dignitosamente in qualità di servizio civile e necessario al bene comune,  che promuova la formazione e la ricerca e valorizzi le competenze e i talenti.

Altro che bon ton, dovrebbe essere questa l’educazione civica e ambientale della quale c’è bisogno, e che non incontra il favore di critica e pubblico, perché impartisce la lezione della responsabilità collettiva e di quella individuale, perché stana chi sceglie la comodità di accontentarsi di elargizioni e concessioni, in cambio di obbedienza cieca,  perché ricorda che autodeterminazione e libertà si riconquistano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Trema la terra, non le facce toste

terrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rassicura il telegiornale: a Arquata la raffica di scosse di stanotte non ha prodotto danni e crolli. E ci credo, nell’un tempo ridente borgo dominato da una rocca medievale in piedi non c’era rimasto niente a tre anni dal sisma e tre commissari straordinari, due del Pd e uno designato dal governo,  appena crollato anche quello, nel segno della continuità. E difatti a sorvegliare le 120 mila tonnellate di macerie nella zona rossa c’è un presidio militare permanente che fa la guardia a scheletri di case, a quinte dei un teatro del terrore che mostrano letti sfatti dalla notte della grande fuga, bambole, libri.

A Arquata dicono che la ricostruzione, che interessa anche 13 frazioni sparse, è complessa: il comune è sottoposto a severissimi vincoli ambientali, sorgeva tra due parchi nazionali, del Gran Sasso e dei Monti Sibillini, il personale tecnico addetto alla congruità degli interventi di edilizia privata e pubblica è insufficiente, i poco più di 200 abitanti stanno in altrettante casette che affronteranno il nuovo inverno, i lavori di smaltimento dei materiali che ingombrano le strade interne e di accesso sono stati nella quasi totalità revocati dalla Regione per via di irregolarità nelle concessioni e a causa della presenza di amianto la cui messa in sicurezza esige ditte e personale specializzato.

E che si siano succeduti due governi e tre commissari che invece di rimuovere le macerie hanno rimosso le responsabilità e gli obblighi non rincuora: è finita subito la stagione delle  visite pastorali. Le poche attività riprese  sono penalizzate dalle norme che impediscono l’accesso ad alcune agevolazioni fiscali. La semplificazione delle procedure e lo snellimento degli iter burocratici erano contenuti nelle disposizioni per il ponte di Genova, i criteri invece attendevano quella legge quadro nazionale sulla prevenzione dei terremoti e del dissesto idrogeologico. I tecnici che erano stati incaricati di sopralluoghi, della vigilanza sul rispetto di criteri e requisiti, allo scadere dei tre anni, potrebbero dover tornare ai loro uffici e nei luoghi di origine. Dove invece stanno perdendo la speranza di tornare i residenti.

E’ sufficiente guardare i numeri della Protezione Civile: su un totale di 2.509.040 tonnellate di macerie, un terzo deve essere ancora sgomberato.  Sono poche decine i cantieri che devono mettere mano a oltre 70 mila immobili colpiti. Sono quasi 8 mila le istanze per accedere ai fondi pubblici ma quelle accolte sono poco più di 2.700.

Eppure la frase che si sentì dire tre anni, continuamente ripetuta era : non vi lasceremo soli. A pensare che è meglio essere soli che male accompagnati sono  le decine di gruppi e associazioni che si sono costituite malgrado la precisa volontà di isolare e abbandonare i cittadini sia dimostrata dal fatto che le aree Sae ( quelle delle  soluzioni abitative di emergenza) non sono attrezzate con spazi aperti alla socializzazione, che le piazze non ci sono più, nelle poche scuole tirate su grazie alle raccolte di fondi si fa tutto, perfino le riunioni dei consigli comunali, che in tante comunità si vive ancora nei container, come a Tolentino, dove sono comuni i bagni, le cucine, ma non i posti per discutere e riprendersi le scelte della propria esistenza interrotta. A aiutarli i resistenti sono le Brigate di Soldarietà, insieme a organizzazioni spontanee che forniscono assistenza legale e tecnica.

A loro e alla vigilanza democratica, come si diceva una volta, dei cittadini si deve la battaglia condotta contro chi ha in mente un progetto di “rinascita e di valorizzazione” dei territori. Sono le multinazionali che con una mano fanno la loro carità pelosa contribuendo all’edificazione di supermercati e mangiatoie come mi è già capitato più volte di denunciare (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/05/01/non-bastava-il-terremoto-atterra-il-deltaplano/) con l’altra tentano di imporre le monocolture dei loro brand produttive a danno delle coltivazioni e produzioni locali. Sono quelle turistiche che si propongono di svuotare il cratere dei molesti abitanti che resistono per avviare la creazione di un parco tematico interregionale impostato sul turismo religioso combinato con quello gastronomico, grazie alla strada segnata dal norcino del Giglio, spacciando per prodotti esclusivi a chilometro zero e selezionati con cura, quelli che si trovano sugli scaffali della Coop, partner consolidato delle iniziative visionarie a tutte le latitudini.

Quando qualcuno mi accusa di essere una eterna scontenta e mi chiede cosa si dovrebbe fare per pensare e agire “altrimenti”, ben oltre il compassionevole umanitarismo che il licenziato dall’Interno ha suscitato, rispondo che la solidarietà deve svilupparsi a Lampedusa, all’Ilva di Taranto, a Chiatamone, davanti alle fabbriche dove ogni giorno cade un lavoratore per mano del crimine padronale, vittime che non sono contemplate nei punti programmatici del governo in fieri. E là, a Arquata, Castelluccio, Norcia, Amatrice, nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio governato da uno dei leader che stanno confezionando la nuova coalizione dalla quale dobbiamo aspettarci vecchi oltraggi e consolidata indifferenza.

 

 

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Cratere del sisma, come prima peggio di prima

i-800-600-accumolinevesaeAnna Lombroso per il Simplicissimus

“I residenti si trovano in uno stato di emergenza freddo senza che nessuno della filiera governativa a tutti i livelli si sia preoccupato di dotare il territorio di gruppi elettrogeni autonomi. La richiesta era stata fatta dai residenti consapevoli, per esperienza diretta, dei problemi legati al gelo. L’elettricità è saltata pertanto il riscaldamento non funziona”. La denuncia arriva da un comitato di cittadini del cratere di Accumoli che aggiungono: sui tetti, piatti, si sta accumulando ingente quantità di neve con il rischio crolli. E il sindaco: “Non   abbiamo più soldi in cassa  e non siamo più in grado di pagare stipendi e tredicesime ai 21 lavoratori assunti a tempo determinato dopo il terremoto,  né ai 10 di ruolo che avevamo già in organico …. il Commissario straordinario alla ricostruzione (Farabollini è stato nominato in sostituzione della De Micheli)   non ha erogato i fondi alla Regione Lazio e quindi noi non abbiamo ricevuto ancora nulla”.

Questo accadeva qualche giorno, quando si è fatto sentire con non inattesa puntualità il terzo inverno sui terremotati. Ma domenica ci ha pensato il Ministro dell’Interno a rassicurare i sofferenti con una epistola domenicale: non ha mai smesso di pensare a loro e alle loro terre meravigliose!  E se già possono godere degli effetti positivi del suo decreto sicurezza, non dovendo più temere la  insana concorrenza  di altri disperati stranieri e potendo approfittare del Daspo urbano che restituirà decoro alle città rimaste in piedi dopo il sisma e dell’opportunità di impugnare la pistola contro eventuali sciacalli  e rapinatori (in estinzione, che c’è ormai non c’è niente da rubare e, se è per quello, non ci sono nemmeno le case), possono stare tranquilli: il dialogo del governo con amministratori e cittadini è sempre aperto. E infatti “io ci sono, a presto”, conclude il viatico a mezzo stampa.

Stanno freschi, è proprio il caso di dire. Nel segno della continuità col passato, i terremotati non godono del principio: prima gli italiani.

Infatti per i danni  del sisma che ammontano secondo i dati trasmessi a Bruxelles a 23 miliardi e 530 milioni di euro (di cui 12,9 miliardi riferiti agli edifici privati e 1,1 miliardi di euro agli edifici pubblici) si stima un costo di 360 milioni di euro, fabbisogno che verrà coperto con le risorse del Fondo per le emergenze nazionali previsto dall’articolo 44 del decreto legislativo del 2 gennaio 2018 (nuovo codice “Protezione Civile”). I relativi oneri per ciascuno degli anni 2019 e 2020 sono i medesimi previsti a legislazione vigente per l’anno 2018 dal governo Gentiloni ripartiti in 18,5 milioni complessivi al fine di far fronte agli oneri riguardanti la dotazione di personale della struttura commissariale (cfr. art. 50 del decreto legge n. 189/2016) pari a 225 unità complessive, oltre al personale di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 settembre 2016, pari a 17 unità, comprensive di tre dirigenti, e a 10 esperti; 14 milioni complessivi per fare fronte alle spese di personale degli uffici speciali per la ricostruzione; 29 milioni complessivi, destinati all’assunzione, da parte dei Comuni colpiti dagli eventi sismici, di fino un massimo di 700 unità di personale. A fronte della proroga dello stato di emergenza a tutto il 2019, in aggiunta allo stanziamento dal Fondo, la Legge di Bilancio destina ai territori colpiti dal terremoto gli 85 milioni frutto dei tagli alla Camera saranno destinati dell’agosto 2016.

Ormai anche i nostri Pc sono stanchi di scrivere quanto si è speso per il salvataggio delle banche criminali e dei loro dirigenti, quanto si continua a spendere in armamenti, quanto si spenderà per opere megalomani, inutili e dannose, alle quali pare che il ceto governativo non voglia e non sappia dire di no. Ma come se non bastasse, i pochi quattrini “devoluti” vengono spesi male.

A smentire la lettera pastorale del lupo all’Interno c’è la denuncia della Regione Marche cui si sono associate Lazio, Umbria e Abruzzo: in attesa dei quel popò di Legge di Bilancio e delle sue disposizioni finanziarie, i rubinetti sono stati chiusi, i fondi bloccati e sono arrivati con grave ritardo i finanziamenti per pagare i Cas cui hanno diritto 20 mila sfollati.

Non c’è da stupirsi: il decreto sisma secondo l’attuale governo riporta ben poche modifiche rispetto a quello presentato  dal governo Gentiloni. Non c’è traccia della tanto decantata e promessa semplificazione per i passaggi procedurali, sono stati aggiunti solo  la sanatoria delle casette abusive e il condono per le difformità gravi nelle abitazioni da ricostruire. E intanto sono migliaia le schede Aedes, quelle per la valutazione iniziale del danno e l’accesso al contributo, non congrue e alcune non veritiere (secondo la Guardia di Finanza solo lo 0,3% nasconde illeciti, le altre sono viziate dalla difficoltà oggettiva di rispettare i criteri di legge)  e altrettante le perizie non adeguatamente certificate. Nella sola Regione Marche alla data prevista fissata al 30 aprile e ora prorogata a fine anno in corso, a fronte di 5000/6000 progetti di ricostruzione per danni lievi stimati, ne erano stati presentati solo 1300.

È che le preistruttoria delle domande e le procedure per la presentazione delle domande restano molto complicate e farraginose, mentre gli Uffici sono sottodimensionati e hanno poco personale: per definire una pratica per un immobile con danni pesanti occorrono 365 giorni in media: 83 se ne vanno con la prima elaborazione del progetto, altri 26 per la compilazione e il caricamento della pratica sulla piattaforma informatica Mude. Poi ci sono i tempi dell’Ufficio: 120 giorni in media per l’istruttoria, altri 80 per passare all’emissione del decreto di concessione dei contributi, cui si aggiungono 57 giorni per l’avvio materiale del cantiere. Ma nel 49 per cento delle casi gli Uffici chiedono integrazioni informali delle pratiche presentate, che già richiedono una valanga di documenti, e in media le richieste di questo tipo sono una decina.

E non c’è traccia del reddito di cratere, più provvisorio e esiguo rispetto al reddito di cittadinanza e altrettanto aleatorio, una delle tante richieste presentate nei mesi scorsi dal Coordinamento dei Comitati Terremoto Centro Italia quale   misura di sostegno economico ai terremotati in difficoltà, che dovrà attendere, così come la “completa defiscalizzazione e decontribuzione per i due anni successivi all’assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato” promessa alle aziende del cratere che assumono un terremotato. Che dove accontentarsi della già prevista  proroga della scadenza della cosiddetta ‘busta paga pesante” con la sospensione dei termini per gli adempimenti e i versamenti tributari e contributivi, del “posticipo” del rimborso da parte di lavoratori dipendenti e pensionati al gennaio 2019 e della sospensione del pagamento del canone Rai fino al 31 dicembre 2020.

Intanto nelle sole Marche sono ancora più di mille gli sfollati negli alberghi della costa, centinaia quelli ospitati presso parenti ben oltre i tre giorni che spettano ai pesci prima di puzzare, avendo raggiunto i tre anni, le casette si piegano sotto il peso della neve anche in Abruzzo e in Lazio, quelle di Castelluccio sono state scelte senza tener conto della esposizione della zona a condizioni climatiche caratterizzate da forti venti, a ottobre dell’anno scorso gli scarriolanti del Centro Italia hanno rovesciato le macerie che ancora occupavano le strade per protesta davanti a Palazzo Chigi, ma quelle sono state portate via, quelle invece sulle diramazioni dalla Roma-L’Aquila a Norcia, Amatrice, Accumuli, Arquata, sono ancora là. Si vede che non pesano abbastanza, sulle coscienze.

 

 

 

 

 

 

 

 


Ladri d’acqua

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupisce che l’ ultima forma di pronunciamento popolare della quale non siamo stati ancora espropriati costituisca il babau per il regime che la teme, cerca di impossessarsene per convertirla in conferma plebiscitaria del suo strapotere,  la deride, la oltraggia e soprattutto la tradisce. Basta pensare alla spregiudicata manomissione della volontà espressa da 27 milioni di italiani che nel giugno 2011 hanno detto con chiarezza che l’acqua è un bene comune inalienabile e che il suo possesso e la sua gestione non devono essere lasciati nella mani dei privati e secondo le regole del profitto. La crisi idrica – non certo inattesa – di questi giorni, i suoi risvolti grotteschi, il rimpallo di responsabilità, i giri di valzer di competenze e le ridicole pretese di innocenza dei colpevoli di ieri e di oggi, si antica e ripetuta o di recente nomina, conferma che  gli italiani avevano ragione, che avevano  visto giusto. Perché in 20 anni di processo più  o meno esplicito di privatizzazione della gestione dell’acqua, gli investimenti sono precipitati a un terzo di quelli mobilitati dalle precedenti società municipalizzate, che la qualità del lavoro e dei servizi offerti è peggiorata, che  le tariffe sono aumentate  mentre gli utili sotto forma di dividendi vanno agli azionisti  invece di finanziare la manutenzione e lo sviluppo delle infrastrutture obsolete e trascurate.

Così mentre Zingaretti-  che pare uno appena risvegliato bruscamente dall’ibernazione- si esibisce in spericolate esternazioni:  di fronte a un problema puoi dire che è colpa di altri. O risolverlo, riferendosi una funambolica ordinanza che conferma il blocco delle captazioni dal lago di Bracciano a partire dal primo settembre ma nel frattempo introduce la possibilità di prelevare dal lago 400 litri al secondo fino al 10 agosto e 200 litri al secondo dall’11 agosto, o mentre il ministro Galletti che dovrebbe essere accusato di abuso del termine Ambiente,  rivendica che il provvedimento tampone è stato preso “per scongiurare una figuraccia internazionale ma cercherà soluzioni alternative grazie a “nuove reti,  nuove infrastrutture perché io voglio che nessun altro ministro dell’Ambiente si trovi a dover affrontare quello che ho dovuto affrontare io … per far tornare Roma ad essere, non dico una capitale d’eccellenza, ma almeno una città normale”, ecco che l’Acea tira fuori, in festosa coincidenza con la provvidenziale emergenza,  un piano straordinario di interventi “per l’ammodernamento/rifacimento della rete di distribuzione idrica vetusta da sviluppare attraverso un programma di verifica perdite”,  reclamando fondi, nostri, per coprire le falle della sua improvvida gestione – visto il contesto è d’uopo definirla scialacquatrice, e approfittando della splendida opportunità,  per aumentare le tariffe, ridurre i servizi, aggiudicarsi risorse necessarie a sedare appetiti compulsivi della macchina clientelare e degli azionisti provati.

A volte sorprende la solerte efficienza con cui una manica di sciagurati e ignoranti avventurieri abbia saputo, su ordinazione, creare un contesto di leggi, misure, espedienti, acrobazie giuridiche – ma loro le chiamano riforme o interventi di semplificazioni, accortamente predisposto per organizzare un sistema di scatole cinesi, di enti e società costituiti per dare forma a una miriade di soggetti inabilitati a fare ma abili a spartirsi dividenti, incarichi, consulenze.

Così l’unica conclamata abolizione, l’unico sacrificio alla divinità della guerra alla burocrazia sembra essere quella delle province. Il fatto è che a essere aboliti siamo stati noi: in una serie di consultazioni  passate sotto totale silenzio come atti impuri e vergognosi, a votare per il rinnovo di 45 Province  non sono stati infatti i cittadini ma alcune migliaia di sindaci e consiglieri comunali, così aggiungendo le sedi in cui si è votato da un anno e le 10 Città Metropolitane che non sono Province solo perché hanno cambiato il nome,  107 erano e 107 sono, in compenso sono diminuiti i fondi, mentre restano competenze che le anime morte, gli zombi non possono affrontare, dalla viabilità alla sanità all’ambiente.

La Cgil ha opportunamente pubblicato dei dati:  le risorse (nelle Finanziarie del 2015 e del 2016 hanno subìto un taglio pari a due miliardi)  per la manutenzione ordinaria delle strade sono scese del 68% e i fondi per la manutenzione straordinaria dell’84%. La polizia provinciale, incaricata di vigilare sull’ambiente, è passata in otto anni da circa 2700 effettivi a 700. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se gli istituti   sono aumentati di un quinto. Ma a farla davvero da padroni sono oltre 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica che arrivano a 496 considerando quelli creati dalle regioni autonome, per non parlare dei circa 3 mila enti tra consorzi e partecipate e delle 30 mila stazioni appaltanti, con costi di milioni di euro tra spese di funzionamento e stipendi per revisori contabili e dipendenti.

L’Italia Provinciale era diventata un problema, meglio era farla diventare l’Italia Europea, magari replicando su scala locale  quella macchina mostruosa azionata per ridurre la democrazia incrementando la burocrazia, moltiplicando i livelli decisionali formali per estromettere i cittadini dalle scelte,  avvelenando e facendo evaporare l’acqua pulita per affondarci nel fango tossico, togliendo l’ossigeno della libertà e dell’autodeterminazione.

 

 


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