expo-4Alle volte si fa fatica a capire. E sembra di stare davanti a un gigantesco gioco dell’oca dove un po’ si va avanti e un po’ si torna indietro quando si incoccia in qualche casella sfortunata. Per far fronte allo scandalo dell’Expò, destinato ad essere un nuovo di Pandora in cui si consumerà la residua credibilità del Paese, si forma una task force diretta da Raffaele Cantone che in qualità di presidente dell’Autortà nazionale anti corruzione avrebbe già dovuto vegliare sul maggior appaltificio nazionale. Del quale peraltro aveva approvato i criteri ispirati alla deregulation.

Ma del resto le reazioni del premier e del sistema politico sono soltanto a “favore della telecamera” ossia del reality che fa parte del quotidiano palinsesto nazionale: far finta di voler seriamente intervenire quando tutti i lavori sono già assegnati e non c’è più tempo per tornare indietro, quando le famose mele marce sono ormai parte del menù, è solo l’ultimo stadio dell’ipocrisia. Expò o morte: alla luce di questo grido di battaglia delle truppe tangentizie l’intenzione di rialzare la guardia appare come un patetico tentativo di salvare le apparenze.

Certamente Cantone ha ragione quando dice che “La politica tarda a liberarsi da un diffuso malcostume. Non so se si tratta di un fallimento politico. Di certo in questi anni si è sbagliato a non lavorare abbastanza sulla prevenzione. Si è clamorosamente abbassato il livello di guardia di fronte a certi fenomeni”. Ma il magistrato indirettamente esprime anche una delle anomalie di questo Paese: sentirsi sempre estranei a ciò che di peggio accade, anche quando si sarebbe potuto fare qualcosa, ma magari non ci si è sentiti di andare contro la corrente. Forse, come sostiene, Mani pulite non ha insegnato niente agli italiani e ai partiti, ma ci si chiede se l’ablazione della memoria non abbia funzionato anche per l’Autorità anticorruzione. Se non manchi ormai la voglia di battersi.

Che poi il rapporto si sia ribaltato, che oggi la politica sia subalterna agli affari e non la loro tutrice ha piuttosto a che fare con lo spirito del tempo e con la nuova dimensione della governance eteroguidata dai potentati finanziari e multinazionali. Di fatto -esattamente come accade con le grandi opere e i grandi acquisti – tutta la strenua battaglia per conquistare l’Expò, sembra più collegata ad inaugurare una nuova stagione speculativa, piuttosto che un improbabile rilancio del Paese. Anzi la vera idea innovativa e interessante anche all’estero sarebbe stata quella di creare un Expò minimalista, rispettoso del suo stesso tema e non un’orgia cementizia da far fruttare non appena andati via i visitatori. Ma questo fa parte delle occasioni perdute per l’Italia e di quelle guadagnate dalle oligarchie.