600_1b0a82b259c612592f01c19a04cfa8e61Anna Lombroso per il Simplicissimus

È davvero sconcertante il consenso che il “giovane” Renzi riscuote tra quella piccola borghesia, sempre più piccola e sempre più in divisa da servitore, tra un ceto di mezza età, proprio quello contro il quale il rottamatore dirige i suoi strali e anche le sue misure punitive.  C’è chi attribuisce questo autodafé guidato da una stampa sempre più accondiscendente e supina rispetto al potere, anche quella attempata che spera di mantenere privilegi e trattamenti particolari, grazie all’ossequio, come espressione del  senso di colpa collettivo di una generazione che ha goduto del benessere, delle gratificazioni del consumismo in cambio di democrazia, che si è drogata con i miti illusori del consumismo e del mercatismo, senza provvedere, soprattutto idealmente, al futuro di figli e nipoti. E sbaglia, perché proprio l’investimento sul futuro tramite il risparmio rappresentava quei fondamentali sani che ci hanno fatto soffrire con un certo ritardo della crisie e non cadere nella tentazione dei fondi e degli altri illusori giochi d’azzardo della finanza. Perché tuttora con buona pace della Madia, è il reddito già ampiamente ridotto di padri e nonni, quel volonteroso e generoso welfare familiare a mantenere sia pure in una sempre meno dignitosa povertà quei figli e nipoti.

C’è chi invece l’attribuisce alle maniere spicce e sbrigative, a quella strafottente disinvoltura, che mette a posto i professoroni, i soloni, mette all’angolo definitivamente quel “culturame” che non si può mettere tra due fette di pane, quella obsoleta scienza della politica e conoscenza dei problemi che costituiscono ostacolo all’affermazione di autoritarismo sotto veste di autorità,di centralismo, di personalismo. Eh si il bulletto a Palazzo Chigi sa parlare agli intestini più riposti e rancorosi, avvitati come serpenti intorno all’invidia: così trasforma l’ignoranza, il dileggio per il sapere, l’oltraggio a valori e idee conquistati con il pensiero e con il sangue, come fossero le necessarie virtù dell’impolitico, le qualità indispensabili di chi come un rullo compressore rivendica di combattere le caste. Quella dei professori che da arcaiche e remote distanze parlano di vecchiumi impolverati: rappresentanza, partecipazione, diritti, libertà. E quella delle pensioni d’oro, dei super stipendi, dei boiardi, colpevoli a suo dire della voragine nella quale stiamo sprofondando.

Anche con un pallottoliere, e considerate le discriminazioni già attuate, è facile capire che i sacrifici risibili imposti a chi con l’ascensore sociale è da sempre salito al superattico, sono il grimaldello per spalancare il portone di nuovi tagli imposti a tutta la piramide che sta sotto, giù, giù fino ad arrivare a quei quadri intermedi già penalizzati, medici, insegnanti, e poi fino ai pensionati, agli operai.

E poi ci sono quelli che assegnano il suo successo a quella esibizione di muscolare decisionismo spacconcello e sfrontato, a quella ostensione di ingenuità adolescenziale come fosse uno capitato quasi per caso, nemmeno fosse uscito da un film di Frank Capra, un homo novus insomma e non uno incistato nell’implacabile sistema della “politicanza”, dove si sta per chiamata, nomina, discendenza dinastica, affiliazione, assimilazione ubbidiente. Come osserva il Simplicissimus, ne fanno parte le rivelazioni, come quella sul ruolo dell’Eni, che non ha nulla a che fare con la trasparenza, ma molto invece con una dichiarazione di “innocenza”, di estraneità, di giovanile integrità, poco conforme a amicizie discutibili, sponsor disinvolti, referenti alle Cayman.

E ci sono quelli cui piacciono le maniche di camicia, le visite alle scuole, la rivendicazione di essere uno come tutti, la volgarità, l’impertinenza fino all’insolenza che si immagina rivolta a istituzioni sleali, a rappresentanze infedeli, mentre ogni atto dimostra che sono armi propagandistiche della guerra contro la sovranità. Ne fa parte il mito della semplificazione che dovrebbe liberare il paese dall’”estasi amministrativa”, dall’isteria delle burocrazie e delle regole, per “liberare” iniziativa, fantasiosa sregolatezza, informalità, concorrenza, in modo da premiare ambizioni, disinvoltura, festosa approssimazione, successi facili, proprio come la sua ascesa irresistibile, grazie alla “promozione” dall’alto e da lontano, a una finzione elettorale, alla spossata resa  di quel poco che resta di una sinistra dimissionaria, fino a mettere in piedi una lista riferita a un forestiero molto interessato ai problemi di casa sua e a una opinionista in vista della pensione, da sempre cocca delle nomenclature interne e esterne, ragazza della porta accanto di banchieri e illustri appartenenti a inquietanti think tank.

È stato ben consigliato, ma sta oltrepassando i maestri: non è il volto prestato a un segmento – ampio – di popolo, è il volto prestato al populismo se intendiamo la rappresentazione vivente  di un “popolo” espulso o che si chiama fuori  dalle sue istituzioni rappresentative e che vuole convertire questa estraneità in contrapposizione ostile. E lui interpreta questo sentimento, attuando quel disegno dettato dall’imperialismo finanziario, liquidando, in nome non più della necessità, ma della rinascita economica, ogni organismo di mediazione, ogni forma matura di rappresentanza, ogni risposta a istanze di partecipazione, a cominciare dalle relazioni tra le parti sociali, configurando come ideale, un rapporto diretto tra leader e massa.

Altra che sindrome di Stoccolma, ci stiamo avvicinando a un culto della personalità, ancora più paradossale se si guarda a quella faccia immota, impastata col Pongo, alla rozzezza del suo esprimersi, all’innegabile propensione a accreditarsi come idealtipo non del qualunquismo, ma di un vero e proprio neo fascismo. Se non di deve chiamare amore quello che lega a un carnefice, passiamo a sentimenti e azioni più sane, critica, opposizione, avversione.