penny-illustrated-17-june-1871Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi si ricorda la Comune di Parigi, la più straordinaria sperimentazione di un governo democratico-socialista.

Tutto era cominciato quando dopo la “deposizione”  di Napoleone III, Thiers fu“incaricato”  di trattare un armistizio “rinunciatario” con la Prussia.  Eletto a capo dell’esecutivo  fece ratificare dall’Assemblea stessa gli accordi preliminari  alla firma del Trattato di Francoforte, che prevedeva la cessione di Alsazia e Lorena e la ingombrante presenza  in Francia  di truppe di occupazione fino al completo pagamento di 5 miliardi di franchi oro come indennità di guerra e come sigillo finanziario alla resa incondizionata e al “commissariamento”.

Le analogie finiscono qui. Il 18 marzo 1871 Parigi insorge cacciando il governo Thiers  e il 26 marzo elegge direttamente il governo cittadino,  esautorando il parlamento accusato di tradimento.

La Comune, dopo aver destituito l’esercito permanente e dato facoltà ai cittadini di armarsi per difendere il governo popolare,  dà immediatamente il via a un’opera riformatrice, con la separazione dello Stato dalla Chiesa, istituendo l’istruzione laica e gratuita, con l’elezione dei magistrati e una rivoluzionaria revisione del sistema giudiziario, tesa a ridurre le disuguaglianze di trattamento e per una giustizia equa, impone una retribuzione dei funzionari pubblici e dei membri del Consiglio della Comune con salari affini a quelli operai, promuove la formazione di organizzazioni rappresentative dei lavoratori, per la difesa dei loro diritti. Mette le basi per un sistema fiscale che riduca il carico imposto ai ceti popolari, ma il poco tempo a disposizione e le cautele nell’assunzione del controllo della Banca di Francia, ostacolano l’attuazione della riforma della tassazione e della formazione del bilancio statale. Ma intanto stabilisce una serie di misure in difesa degli interessi “popolari”: vengono prorogate di tre mesi le richieste di sfratto, gli affittuari  sono  esentati dal pagamento della pigione per tre trimestri,  perché se  « il lavoro, l’industria e il commercio hanno sopportato tutti gli oneri della guerra » è « giusto che anche la proprietà sopporti la sua parte di sacrifici »;  sono sospesi i  sequestri ed è accordata la dilazione di tre anni  per il rimborso dei debiti e delle cambiali scadute.

Il sogno della Comune illuminato da quel “gran sole carico d’amore”, finisce con una feroce repressione: “sulla Senna  una lunga scia di sangue segue il filo dell’acqua e passa sotto il secondo arco delle Tuileries. Questa scia di sangue non s’interrompe mai”, non si saprà mai il numero dei morti, forse più di 30 mila,  dei quali viene cancellata la memoria insieme a quella dei diritti e delle libertà conquistate, con l’emanazione di provvedimenti  speciali  che mettevano fuori legge qualsiasi forma di libera associazione, prime tra tutte quelle dei lavoratori.

Eh si, le affinità finiscono qui, perché non solo da noi è improbabile, per non dire definitivamente impossibile una Comune, ma perché come sottolinea nel suo Post il Simplicissimus,  questo nostro Paese mostra una indole  a compiacersi senza reagire della condizione di vittima, accetta con entusiasmo di scontare la sua ammissione al trono dei monarchi interni e esterni, come condizione necessaria per esistere, si felicita con il suo Thiers che va a negoziare la resa incondizionata, accetta di buon grado di pagare l’indennità di guerra sotto forma di fiscal compact,  pensando così che un’annessione si converta in “protezione”, un commissariamento in  trattamento di favore, la mutazione in protettorato in stato di desiderabile tutela.

Deve essere successo qualcosa di terribile se un popolo è appagato dall’approvazione del Re di Prussia all’opera dell’esecutore, incaricato di ridurci alla servitù, quello che dovrebbe persuaderci con tracotante superficialità dei benefici effetti della rinuncia,  delle provvidenziali ricadute dell’abiura alla dignità, della profittevole abdicazione  alla democrazia  tramite lo smantellamento della rappresentanza e un sistema elettorale  che rinnega partecipazione e cancella possibilità di scelta.

Perfino in tempi più barbari di questi chi stava sotto sapeva da che parte stare, era sufficiente stare in quella opposta a chi stava sopra, opposta al re di Prussia e anche d’Italia, opposta al padrone, opposta all’esercito invasore o no.

Ma si vede che tanto esercizio di iniquità e disuguaglianza ci ha fatto perdere l’orientamento e non sappiamo più da che parte sta la parte giusta.