Anna Lombroso per il Simplicissimus
Chissà che stress per la Lega che il paese di riferimento di una xenofobia severa, ma precisa, crudele, ma legale, così ammirata per il suo cinico civismo a difesa dei nativi e perché realizza un modello di esclusione che si vorrebbe imitare, tratti proprio gli italiani come i prodi padani aspirano a trattare gli stranieri, pesi morti, parassiti che portano via il lavoro, che non si “integrano”, che vogliono professare la loro fede, mangiare i propri cibi, avere casa, salari pari ai nostri, assistenza e diritti.
Così nel disordine di una scissione schizofrenica, prima si scatenano nella condanna di un referendum che parla alla pancia degli svizzeri con più efficacia di come loro si rivolgano ai nostri intestini, che coi cervelli hanno scarsa dimestichezza, proprio quello che avrebbero tante volte voluto lanciare nel Paese che, con sorpresa tardiva, vedono assimilare alle propaggini dell’Africa, rispetto a un pingue, autoritario, esclusivo e laborioso Nord. Poi, nel loro abituale marasma, ci ripensano e il capogruppo al Senato Massimo Bitonci dichiara che dopo la Svizzera anche l’Italia dovrebbe dare un segnale deciso “lasciando che siano i cittadini a decidere e non lanciare iniziative e segnali buonisti, come fa il governo Letta con ministri come Kyenge, con proposte dannose come ius soli e la recente cancellazione del reato di immigrazione clandestina. Qui da noi non c’è più posto e lavoro per immigrati”.
Eh si, perché contro le previsioni della vigilia, la Svizzera a sorpresa ha detto sì a una norma che impone un tetto all’immigrazione degli stranieri: nuovi residenti, lavoratori frontalieri e richiedenti asilo politico, con un ristrettissimo margine, il 50,3% dei voti. Fino a qualche giorno fa i soliti inaffidabili sondaggi davano per certa, o per quasi certa, la vittoria del “no” alla proposta, avanzata dai nazionalisti dell’Udc e della Lega ticinese, di bloccare gli ingressi ai lavoratori stranieri, un provvedimento che non avrebbe prodotto benefici diretti per gli elvetici, ma avrebbe comportato ricadute negative soprattutto per i trasfrontalieri italiani. E infatti la regione nella quale il referendum ha incassato più favore è proprio il Canton Ticino, quello di lingua italiana, meta quotidiana di almeno 59310 lavoratori frontalieri italiani attirati da salari più alti e un mercato toccato in misura minore dalla crisi, dove i nostri pendolari del lavoro sono stati dipinti come dei sorci famelici, come i Maus di Spiegelman, nelle campagne a sostegno del referendum. Attualmente sono 65658 gli italiani che lavorano regolarmente in Svizzera (dati terzo trimestre 2013, fonte Ufficio statistico federale), con un incremento del 4,7% rispetto all’anno scorso.
Il referendum è passato nonostante il parere negativo del Consiglio federale (il governo elvetico) che si era espresso per una bocciatura della proposta, spiegando che “l’immigrazione contribuisce in misura considerevole al benessere della Svizzera” e che “l’introduzione di tetti massimi comporterebbe ingenti oneri burocratici per lo Stato e le imprese, segnando la fine della libera circolazione delle persone e degli altri accordi conclusi con l’Unione europea nel quadro degli accordi bilaterali, che dovranno essere rinegoziati entro tre anni.
Come è consuetudine all’intermittenza, l’Ue, convertita dal colonialismo all’imperialismo finanziario, che ha negli anni nutrito, anche con un impegno militare, la fame e quindi la fuga dal Terzo Mondo e ci sgrida – giustamente – per le politiche xenofobe di respingimento, ora si rammarica del fatto che l’introduzione di limiti quantitativi all’immigrazione sia stata approvata: “questo va contro il principio della libera circolazione delle persone tra l’Ue e la Svizzera”, trascurando come sia stata l’ideologia dell’austerità a promuovere la circolazione sì, ma di gente espulsa per disoccupazione, precarietà insopportabile, incertezza del futuro, condizioni abitative compromesse, smantellamento del Welfare. E che sono le disuguaglianze avviate e incrementate con scrupolosa strategica determinazione a spingere eserciti di individui verso una ipotetica salvezza, anche a costo di ogni rinuncia e di emarginazione, verso luoghi superiori, più ricchi, proprio grazie alle differenze, alle discriminazioni, a quelle disuguaglianze.
Non credo al disappunto dell’Europa, allo scontento per il cattivo uso di un istituto democratico, quando invece è proprio quell’istituto che non le si addice, se rema contro quelli italiani in difesa dei beni comuni, contro quello greco in difesa della liberta di esprimersi di patti killer, quando la gestione della crisi, i vincoli dell’autorità, mirano al totale esproprio della sovranità e alla cancellazione della democrazia, quando è dimostrata l’ostilità a rinegoziare i suoi patti infami, tanto che non c’è Paese che abbia il coraggio di provarci.
Non credo al rammarico dell’Europa, perché a quella cupola che muove l’imperialismo finanziario piace di più della regolazione, la sregolatezza, aggrada più dell’accoglienza che impone di creare condizioni almeno di integrazione e rispetto, il disordine della clandestinità, del ricatto, dell’invisibilità di chi arriva da fuori e da dentro i suoi confini da terzi mondi esterni e interni, per esercitare arbitrarietà, discrezionalità, autoritarismo al servizio di un padronato che vuole avere alle dipendenze un esercito mobile, sgangherato ed esposto a minacce, coercizioni e pressioni.
Nel Paese degli orologi, della precisione cronometrica, delle banche discrete, della cioccolata amara, dei coltelli multifunzionali, si è confermato un altro stereotipo, quello che suggerisce di parlare alla pancia della gente. E che vince soprattutto se le pance che hanno paura sono piene.


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Forse perché abito a Milano e sono a un tiro di schioppo dalla Svizzera ma vedo le cose in modo un po’ diverso. Seguendo quotidianamente il sito del Corriere del Ticino (www.cdt.ch) si vede bene che l’intera economia ticinese dipende in gran parte dall’Italia, lo stesso giornale online sembra un’appendice di una testata italiana e, comunque, rivela un’immagine di una Svizzera che assomiglia fin troppo all’Italia anche nei suoi aspetti peggiori. Quand’ero ragazzo, la Svizzera per me era un paese da sogno, dove si trovavano gli LP dei Beatles e dei Rolling Stones prima che arrivassero qui da noi e in cui si percepiva, solo al varcare la frontiera, lo scatto di qualità della vita e una popolazione fiera della propria tradizione unica.
Quantum mutata ab illa, verrebbe da dire notando il precipitare di questo paese nella tenaglia congiunta di Stati Uniti ed UE che la vogliono coartare a far parte dell’Unione Europea a tutti i costi, abbracciandone trattati, convenzioni e manie antidemocratiche varie, dimenticando cose che la definivano come un esperimento unico al mondo e che sono la sua neutralità, il suo esercito piccolo ma ben addestrato (ricordo l’amministratore delegato di una piccola multinazionale informatica, di nazionalità svizzera, che veniva richiamato un mese all’anno per farsi il servizio militare da ufficiale e dal quale ritornava sempre ritemprato e allegro) e, last but not least, la democrazia diretta. Sono cose che andrebbero coltivate con la cura che si dedica a pianticelle rare che rischiano di scomparire per sempre.
Ecco perché sono un po’ in disaccordo con Anna Lombroso. I trattati UE sono incompatibili con la democrazia diretta in quanto di rango giuridico superiore e non ho dubbi che il risultato del referendum attuale, anche per i ridotti margini di vittoria del sì, verrà svuotato in tempi rapidissimi, non mancano certo gli strumenti legislativi (e di pressione politica internazionale) per farlo.
Inoltre il fatto che i ticinesi si siano espressi contro il concetto comunitario di illimitata accettazione dei cittadini UE nel territorio svizzero non significa che proprio loro, che parlano in maggioranza italiano, mirassero a colpire i transfrontalieri provenienti dal nostro paese, e il cui arrivo è regolato comunque da norme bilaterali ad hoc.
In tutti i casi, con oltre il 20% della popolazione formata da immigrati, la Svizzera mi sembra aver fatto il proprio “dovere” molto più dell’Italia che ha circa 4,4 milioni di stranieri residenti (equivalenti a meno del 10% del totale) e che, non dimentichiamolo mai, ha varato leggi criminali tuttora in vigore, sinistra o non sinistra, come quella che rende un reato portar soccorso ai naufraghi e che, a prescindere da questa infame legge, ha sulla propria coscienza la morte in mare di un numero imprecisato di migranti che, con i moderni metodi della tecnica imperniati su GPS e monitoraggio satellitare, avrebbero potuto tranquillamente essere salvati. Se ci si dovesse vergognare di qualcosa, sarebbe caso mai di essere italiani e non di essere svizzeri.
Infine vorrei spendere una parola sul trauma di questo piccolo paese un tempo autonomo obbligato a rinnegare sé stesso per conformarsi al nuovo ruolo ritagliatogli dai poteri superiori del mondo. C’è un partito. non grande, che espone chiaramente le posizioni che, anche quando non ci piacciono, sono basate sull’idea che la Svizzera non è “nostra” ma “loro”, ossia dei loro abitanti, un’idea che può sembrar strana in un momento di espropriazione di sovranità generalizzata ma che un tempo motivò paesi come il nostro a versare fiumi di sangue per difenderla. Tutto archiviato nella pattumiera della storia?
Il sito si chiama http://www.asni.ch e dice cose come le seguenti, rivelatrici di una Svizzera molto diversa da quella forte ed arrogante che pensiamo di conoscere:
“Dal 2014: vasto fronte contro la libertà
Il prossimo anno ci metterà alla prova. Il fronte dei temi è enorme. Se vogliamo in futuro mantenere la libertà quale fondamento del nostro Stato e vivere in una Svizzera indipendente e neutrale, dobbiamo fare più del necessario:
9 febbraio 2014: Sì all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa”
SÌ all’iniziativa “Ecopop”
Referendum contro l’estensione della libera circolazione delle persone alla Croazia
Rescissione dei dannosi (economicamente e politicamente) dossier Bilaterali 1 e 2
Stipulazione definitiva di un esteso accordo di libero scambio con l’UE, quale alternativa ai dannosi accordi bilaterali
Lotta contro i giudici UE
Lotta per la democrazia diretta
Lotta contro la strisciante adesione all’UE.
NO alla strisciante adesione all’UE – ma rigorosamente
L’ASNI non vuole dei “giudici stranieri” e, naturalmente, non vuole alcuna ripresa automatica del diritto UE. Per questo l’ASNI si batte dalla parte di un’unione apartitica contro la strisciante adesione all’UE. Ma, per esperienza, ciò non basta!
Entrambi i pacchetti “Bilaterali 1” e “Bilaterali 2” devono essere sostituiti da un migliore accordo di libero scambio. Non vogliamo ulteriori accordi bilaterali che non siano nell’interesse del nostro paese. E dobbiamo rescindere i dannosi dossier dei Bilaterali 1 e 2 – in particolare la libera circolazione delle persone e Schengen/Dublino – perché sono degli “acceleratori dell’adesione all’UE” e non danneggiano solo la democrazia diretta, bensì anche la nostra economia. La strisciante adesione all’UE non è cominciata ieri, ma già il 7 dicembre 1992, un giorno dopo la votazione sul SEE. Perfino fra le nostre fila, l’introduzione della libera circolazione delle persone e la sua estensione non furono combattute, o lo furono solo tiepidamente. Il colmo della diplomazia negoziale distruttrice della sovranità fu l’accettazione della clausola ghigliottina. Anche la storia dei giudici stranieri e delle questioni istituzionali ci è stata propinata con i Bilaterali 1 e 2.Conduciamo la lotta contro i dannosi dossier dei Bilaterali 1 e 2 con fermezza e coerenza. Spero vivamente nel suo sostegno e la ringrazio per il suo impegno nel 2014.
Consigliere nazionale dott. Pirmin Schwander”
..lega paga “dazio”!
Superlativa Anna.