
Anna Lombroso per il Simplicissimus
Non si può negare che le “pre condizioni” di Alexis Tsipras, candidato della sinistra radicale, per la costituzione di un’eventuale lista unitaria che dovrà rappresentare il carattere di rappresentanza della “cittadinanza”, di coalizione di forze politiche e sociali sane e radicate territorialmente, pecchino di ingenuità, nella convinzione che a un’Europa oligarchica, crudele e rapace si contrapponga una società civile virtuosa, che aspira attivamente al ripristino delle democrazie nazionali.
Suona ingenuo soprattutto se si pensa che la raccolta di firme eccellenti che lo sostiene in Italia campeggia sulle pagine del giornale più “allineato”, più entusiasticamente e irriducibilmente europeista, parterre de roi sotto l’ala benevola di De Benedetti, e che fa sospettare l’esistenza di candidature inevitabili e dinastiche, le icone più lontane per nascita, carriera e rendite di posizione dai “normali” cittadini.
Per carità non ci sarebbe nulla di male, anzi, nella morta gora di un dibattito politico appiattito sul monologo a una voce Renzi-Berlusconi, ben venga chi agita le acque. Ma ha ragione il Simplicissimus nel sottolineare la differenza tra chi limita la critica alle perversioni, alle aberrazioni di un sistema e non all’ideologia, alla cultura, alla teocrazia che ha dato loro luogo e chi invece sa sulla pelle del suo paese, come dovremmo sapere noi, che l’Europa che ci governa, decide delle nostre vite, condiziona le nostre esistenze private e di cittadini, quella che uscirà dalle elezioni, ubbidisce a un disegno precostituito di espropriazione della sovranità di popoli e Stati.
È che l’entrismo è una tentazione irresistibile, che travia menti illuminate e libere, che convince ad esempio le donne che sperano in un fronte europeo a difesa del diritto più amaro che esista, o i difensori dei beni pubblici dalle privatizzazioni che si augurano di fare una casa comune per l’accesso e il godimento delle risorse, dimentichi che l’Europa approva petizioni oscurantiste in barba alla sua Carta, sprona gli Stati a svendere le proprie ricchezze, lancia sussiegose raccomandazioni salva-clima ma dà licenza al rischiosissimo fracking, censura chi non dichiara e pratica accoglienza, ma respinge e riduce alla fame i suoi popoli e partecipa a missioni esplicitamente belliche contro paesi terzi.
E così la retorica dei padri fondatori ampiamente traditi, il sogno di una cosa, mai realizzato, ha il sopravvento sulla realtà di un colpo di stato sugli stati, del sopravvento dell’autoritarismo sul federalismo, della differenza e della disuguaglianza sulla coesione, del sistema finanziario sull’economia. C’è poco da girarci intorno, l’Unione Europea non è riformabile e è difficile che possa essere recuperabile. Esattamente come si è dimostrato che è impossibile addomesticare il capitalismo tramite riforme, aspettarci che perda i caratteri di rapacità, l’indole allo sfruttamento, temperandolo con Mozart, riducendolo alla ragionevolezza con regolamentazioni correttive o moralizzatrici, costringendolo a redistribuzioni che ne emendino l’istinto alla disuguaglianza.
La crisi che non è stata certo imprevedibile, che non è uno tsunami, e nemmeno un incidente occorso a un sistema perfettamente funzionante, le politiche di austerità che hanno preso quasi esclusivamente la forma di tagli allo stato sociale e previdenziale, del peggioramento delle condizioni di lavoro, della cancellazione di garanzie e diritti, ha messo in luce la volontà di transizione all’oligarchia nell’Ue e di espropriazione della democrazia degli stati e dei popoli.
Quello che è avvenuto non ha contorni chiari, almeno per quanto riguarda le responsabilità: è vero che il sistema finanziario ha preso il potere imponendosi alla politica, ma è altrettanto vero che la finanza ha ricevuto un robusto sostegno nella sua opera di sopraffazione proprio dai governi nazionali, dando vita a una bestia crudelmente suicida, un uroboro che si dà la morte senza sapersi offrire una rinascita. E che si arrivasse a questo era largamente prevedibile a partire dal Trattato dell’Unione, da quello di Lisbona, che hanno deciso sul ruolo della Bce, autorizzandola a prestare denaro alle banche commerciali, ma non ai governi e favorendo già così e prima del patto di stabilità e degli altri capestri, le condizioni per la progressiva e inarrestabile perdita di sovranità democratica.
Se Tsipras è ingenuo, altri sono ipocriti o illusi se pensano che istituzioni permeabili alla prepotenza finanziaria e impermeabili alla richiesta di autodeterminazione dei popoli cedano alla pressione della democrazia, rovescino quella tendenza alla redistribuzione al contrario che ha sempre più beneficato i pochi già ricchi, togliendo ai molti già poveri, se non le ha convinte la paura o se non le ha persuase un istinto di sopravvivenza a lungo termine, di chi dovrebbe vedere in un’unità politica la difesa di una identità messa a rischio da nuovi e vecchi protagonisti mondiali.
Personalmente mi convince la ricetta ardua – comunque meno spaventosa non del declino dell’occidente ormai inevitabile, ma della cancellazione, dell’oblio di interi paesi e della loro storia e identità, ridotti a un Terzo Mondo che insieme alla fame soffre la perdita – di un’uscita dall’euro che si collochi in un progetto di ricostruzione, su nuove basi, del processo d’integrazione europea. È una strada impervia perché impone di non cedere a lusinghe isolazioniste, a inevitabili combinazioni di protezionismo e di autarchia. E perché richiede governi capaci. Capaci di promuovere politiche monetarie. Capaci di introdurre misure fiscali improntate all’equità e in grado di ridurre speculazione e evasione. Capaci di impegnarsi in manovre di bilancio che promuovano investimenti sociali e occupazione, grazie alla restituzione allo stato del ruolo di manager delle vere e utili grandi opere, quelle del riassetto del territorio, come della valorizzazione del patrimonio culturale, dell’istruzione e della ricerca. Si, capaci, se la capacità significa anche la volontà di contenere, contenere idee, principi, speranze, aspettative.
Non occorrerebbero dei giganti per sostituirsi agli gnomi delle banche, basterebbero delle persone, delle intelligenze, delle volontà, che nella nebbia retorica della “società civile” è probabile ci siano e che forse stanno lavorando tutti i giorni, studiando tutti i giorni, arrabbiandosi tutti i giorni. Non abbiamo più tempo, è necessario che si facciano avanti.


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I commenti del Sig. Casiraghi mi convincono. Facendo leva sulle sue considerazioni, circa 4 mesi fa avevo previsto che la prossima vittima ad essere colpita dalla nazi-economia del FMI, e tutto il potentessimo armamentario dei media al seguito (in Italia il drone è La Repubblica, più del CorSer e del Sole24h) sarebbe stata Cristina Kirchner che si era permessa di cacciarli a pedate nel di dietro qualche anno fa, questi topi da latrina, e inoltre l’anno scorso aveva statalizzato le compagnie petrolifere spagnole in combutta con le Sette Sorelle. Troppo, hanno detto le teste d’uovo di Washington, ed hanno dato mandato ai Gauleiter bankieri locali di deprezzare il peso gaucho a loro piacimento (come fanno sempre, d’altronde). Sono un mago dell’Economia? Figurarsi: sì e no avrò letto qualche capitolo del testo di Samuelson, niente più. Semplicemente applico la vecchia massima andreottiana che nella politica globale funziona persino meglio che per l’economia locale: chi pensa male, pensa bene… …e purtroppo sempre ci azzecca.
Bellissimo articolo, soprattutto nella prima parte. La seconda parte soffre del mancato riconoscimento che la crisi è imposta all’Europa dall’esterno ed è dovuta alla coalizione fra i “mercati” ossia, semplificando, gli gnomi finanziari e un paese, gli Stati Uniti, che ha da sempre la caratteristica di offrire agli gnomi una copertura totale mettendo a loro disposizione degli strumenti di pressione sugli altri stati di rara capacità persuasiva: e non si tratta solo di quei quattro gatti delle agenzie di rating che potrebbero essere tutte smantellate in un attimo da un colossale e collettivo scoppio di risa, se solo avessimo il coraggio di emetterlo. E non si tratta solo di una intera “scienza” nata e cresciuta ad arte per dare un supporto ideologico al capitalismo: l’economia. E non si tratta neanche solo delle migliaia di think tank sparsi per il mondo specializzati nel creare pseudo studi, pseudo statistiche e pseudo notizie che poi vengono propinate a tutti i giornali del globo terraqueo che diligentemente le pubblicheranno, con qualche modifica e, sempre più spesso, tali e quali.
No, gli Stati Uniti hanno un modo molto più “hard” di premere sugli stati: mostrando la loro capacità pratica di creare e finanziare nuove turbolenze politiche destabilizzatrici con armi vere e morti veri (vedi Turchia, Russia e Ucraina solo negli ultimi due mesi), evidenziando l’incredibile potenza militare fatta di ordigni nucleari, di armamenti chimici, biologici e genetici in continuo sviluppo ma anche di droni che, volendo, possono annientare qualsiasi capo di stato europeo nello spazio di tempo in cui dice “Pronto?” (a che altro servono le guerre in Afganistan e Pakistan se non a questi fini dimostrativi?) ma anche, a sottolineare che anche loro hanno un’anima, esibendo la loro generosa disponibilità ad esercitare, in casi selezionati, un dolce ricatto, una “moral” suasion che ti dice “non ti elimino fisicamente ma sappi che grazie alla NSA so tutto di te, del tuo partito e della tua famiglia per cui basta una parolina agli amici giornalisti locali per rovinarti la carriera e, se non la tua, quella dei tuoi figli. In più, se stai dalla nostra parte non ci saranno limiti ai vantaggi che potrai avere.”.
Ecco perché uscire dall’Europa, che è l’unica cosa che si dovrebbe fare, è l’unica cosa che è rischiosissimo fare. Il ventaglio di opzioni a disposizione dell’entità politica che da decenni tiene sotto il proprio tallone l’Europa è talmente vasto, è talmente spaventoso, è talmente senza opposizione perfino sul territorio europeo (dove anzi non si conta il numero degli amici e fiancheggiatori!) che a distanza di qualche minuto dalla proclamazione dell’uscita del nostro paese dall’Europa comincerebbero già i primi tumulti per le strade.
Se c’è una cosa che ci sta insegnando l’Ucraina è che un governo in carica, di destra fin che si vuole ma eletto con tutti i crismi della democrazia, deve subire il ricatto della piazza tra l’applauso delle diplomazie europee che vedono in quelle proteste pilotate un segno di democrazia che merita di imporsi come fatto compiuto a dispetto delle stesse regole democratiche che prevedono, almeno fino a prova contraria, che i dissidenti ricorrano alle urne per far valere le proprie ragioni. E stiamo parlando, tra l’altro, di quelle stesse diplomazie europee che nel caso dei governi parimenti di destra di Samaras in Grecia e di Rajoy in Grecia, specializzati nello sfornare a getto continuo durissime leggi anti-manifestanti, non sembrano lanciare alcun ammonimento ma anzi incoraggiano e supportano in ogni modo i violentatori di diritti.
Fino a che non libereremo la nostra mente dalla nostra soggezione psicologica al grande fratello d’oltreoceano non sarà neanche possibile parlare di soluzioni. Anzi, anche se ci dovessimo salvare, non è perché avremo fatto qualcosa per salvarci ma perché gli Stati Uniti (anzi, gli gnomi) avranno semplicemente cambiato idea. Il capitalismo ha questo di bello: che se per fare più soldi si deve dannare un paese lo si danna, ma se per fare più soldi lo si deve salvare lo si salva.