Un’ennesimo concorso truccato o opaco, un altro grano del rosario italiano che finisce in amen o comunque in carta bollata, a dimostrazione che le vie dell’inganno sono infinite. Questa volta è toccato alla “gara” nazionale per l’assegnazione di cattedre di storia medioevale alla quale hanno partecipato circa trecento ricercatori, 38 dei quali, hanno presentato ricorso.
La vicenda è singolare sotto molti aspetti e apre nuovi e in parte inediti orizzonti nel “maneggiamento” dei concorsi che si arricchisce di uno straordinario pirandellismo: la questione del contendere non verte infatti sul giudizio dato ai lavori dei concorrenti, ma sul fatto che tre membri della commissione hanno inserito nei loro curricola o testi che non avevano nulla a che vedere con la storia medievale come è accaduto per il presidente del gruppo di esperti o hanno presentato come propri volumi di cui erano solo i curatori o hanno fatto passare come esclusivamente propri libri scritti a più mani. Come mai l’Anvur, ossia l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, non si sia accorta di tutto questo rimane un mistero, anche se qualche malpensante potrebbe arrivare a pensare che ci voleva una commissione “giusta” per i vincenti in pectore.
Ma il fatto è che nemmeno i 300 esperti di storia medioevale in torneo per le cattedre, i quali pure dovrebbero avere una certa cognizione di bibliografia della materia si sono accorti di nulla e hanno partecipato tranquillamente al concorso salvo andarsi a vedere i curricula dei loro giudici solo dopo l’uscita dei risultati. Certo se ti metti a rompere i coglioni già da prima non riuscirai ad avere una cattedra nemmeno in Teoria e pratica del concorso truccato, ma questo non toglie a queste vicende un certo retrosapore di complicità generale, un’aria di rassegnato sistema che viene meno solo di fronte alla certezza dell’esclusione.
Però non è il caso di disperarsi: gli studiosi di storia medievale possono sempre riciclarsi come esperti e testimoni di storia moderna e contemporanea.


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Una semplice domanda agli “indignati speciali”: siete sicuri che i commissari abbiano alterato i curricula per entrare a far parte del novero dei sorteggiabili? o si può concedere il beneficio del dubbio (errori materiali, del sistema etc..) verificando direttamente -con quella correttezza richiamata giustamente Dondarini- le ‘fonti’ (come dovrebbe fare ogni storico) per poi formulare un giudizio? Vi invito a fare un’operazione di cui sarebbe capace anche un bambino: andate a verificare se i “fraudolenti” (come qualcuno ha già sentenziato) avrebbero superato o meno le mediane al netto dei lavori incriminati… A volte azioni elementari sono utili a smontare castelli ideologici… ma se la malafede è alla base di questi, c’è poco da discutere.
Sarà ingenuità (oggi nel mondo dei furbi c’è chi considera ingenuo chiunque persegua la correttezza), ma mai avrei pensato che persone che si accingono ad assumere un ruolo così delicato, lo facessero fraudolentemente. Dunque non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di verificare i titoli dei commissari.
Sono d’accordo: il solo fatto di partecipare alla buffonata delle abilitazioni è un atto di complicità con il sistema. E io, che ho partecipato, mi sento, sia pure in minima parte, complice. Tuttavia, questo non cancella il tragicomico scandalo dei valutatori privi dei titoli per esser tali. In ogni caso, tengo a precisare che, pur avendo firmato la lettera di protesta, non ho presentato ricorso: sono contro la “giustizia” a pagamento dei vari TAR, che andrebbero aboliti.
Le posso assicurare che se me ne fossi accorta prima avrei denunciato la cosa, quanto meno all’ANVUR.. Ma possibile che in Italia si pensi sempre in termini di dietrologia? Avrebbe preferito che 38 persone esponessero in una lettera tutte le incongruenze (e sono tante) dei loro singoli giudizi di bocciatura? Oppure era più rilevante per l’interesse nazionale far notare che chi giudicava idoenità altrui forse non era proprio la persona idonea a farlo?