Escher_Hand_with_reflecting_sphere-683x1024Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un abuso  che mi fa venire l’orticaria ed è quello della parola “casta”, favorito e generalizzato da due giornalisti che, vedi caso, hanno omesso dal catalogo proprio quella di appartenenza.

Non è stata certo una rivelazione originale, ancorché benedetta dal successo editoriale,  nel paese del familismo amorale, laddove l’affiliazione e l’ubbidienza hanno sostituito consenso,  affinità e “virtù concordi”, dove la selezione della classe dirigente, ben lungi dal conclamato ricorso a criteri meritocratici, è stata ridotta a automatismi per nomina e imposizione, mostrarci che a tutti i livelli si è imposta la prevalenza di cupole, dinastie, corporazioni, lobby, circuiti stretti intorno a interessi, difesa di privilegi e rendite, serviti e garantiti da altre cerchie altrettanto chiuse ed esclusive.

Ma chiamarle caste ha probabilmente contribuito a definire, con la loro remota distanza da noi, la loro persistenza intoccabile e irremovibile di potenze inviolabili, di satrapie sacre e protettorati interdetti.

Mentre invece a partire da quella politica, si tratta di vuote burocrazie che omettono responsabilità, competenza, facoltà di scelta con le conseguenze che ne derivano, in favore di giochetti da prestigiatori delle fiere, di acrobazie onomastiche, dell’ammuina per celare il vuoto, di polvere cacciata sotto il tappeto che si tira da tutte le parti proprio come la Costituzione, la legalità e le leggi, a coprire e scoprire falle, intrighi, alleanze opache. Che indicano come un perdonabile equivoco amministrativo lo scippo del già dato agli insegnanti meno pagati d’Europa, come sviste remissibili le ipotesi di alienazioni di beni comuni, spiagge, isole, paradisi, come assolvibili esuberanze togate le più inique misure di riduzione dei diritti dei lavoratori.

E’ che appartengono a una burocrazia sempre meno dinamica, imprenditori e manager addomesticati dai guadagni facili della finanza o abituati ormai a rispondere solo all’azionariato, premiati da sgravi e incentivi che indirizzano gli investimenti verso il gioco d’azzardo della borsa e delle sue bolle, penalizzati quando sfoderano un po’ di coraggio per impiegare risorse in innovazione e produzioni. Sono burocrati gli accademici promossi a tecnici di governo che hanno definitivamente mandato in rovina stato sociale e Stato, applicando formule e teorie apprese male e mal adottate. Sono burocrati gli appartenenti alla nuova nomenclatura che sostiene superiorità generazionali, mentre la loro giovinezza sembra impermeabile alla creatività che dovrebbe caratterizzarla, alla forza della disubbidienza e della critica, al coraggio anche scriteriato che un tempo era virtù dei ragazzi  di chi voleva continuare ad esserlo. E che dire della burocrazia che ha retrocesso l’economia a contabilità miserabile di tagli, privazioni, soprusi, espropriazione di beni e diritti. Di loro sappiamo che sono l’agenzia locale e periferica, ossequiente e assoggettata a quel mostro istituzionale che con la pretesa di “armonizzare” le differenze, sta erodendo gli ideali su cui si era fondato il sogno europeo, affama gli Stati, cancella la loro sovranità dietro una proliferazioni di leggi, misure e regole volte solo a garantire la sua esistenza in vita, grazie alla curvatura dei cetrioli, i conti correnti di oltre trenta cifre, immischiandosi nelle nostre vite per complicarle, controllarle, impoverirle.

Ed è solo una costruzione “amministrativa” la teologia del mercato della quale questi dignitari e funzionari officiano i riti iniqui, che delle quattro esistenti, sanno fare solo l’operazione di sottrazione, di potere decisionale, prerogative, diritti, volontà, democrazia.