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Cratere del sisma, come prima peggio di prima

i-800-600-accumolinevesaeAnna Lombroso per il Simplicissimus

“I residenti si trovano in uno stato di emergenza freddo senza che nessuno della filiera governativa a tutti i livelli si sia preoccupato di dotare il territorio di gruppi elettrogeni autonomi. La richiesta era stata fatta dai residenti consapevoli, per esperienza diretta, dei problemi legati al gelo. L’elettricità è saltata pertanto il riscaldamento non funziona”. La denuncia arriva da un comitato di cittadini del cratere di Accumoli che aggiungono: sui tetti, piatti, si sta accumulando ingente quantità di neve con il rischio crolli. E il sindaco: “Non   abbiamo più soldi in cassa  e non siamo più in grado di pagare stipendi e tredicesime ai 21 lavoratori assunti a tempo determinato dopo il terremoto,  né ai 10 di ruolo che avevamo già in organico …. il Commissario straordinario alla ricostruzione (Farabollini è stato nominato in sostituzione della De Micheli)   non ha erogato i fondi alla Regione Lazio e quindi noi non abbiamo ricevuto ancora nulla”.

Questo accadeva qualche giorno, quando si è fatto sentire con non inattesa puntualità il terzo inverno sui terremotati. Ma domenica ci ha pensato il Ministro dell’Interno a rassicurare i sofferenti con una epistola domenicale: non ha mai smesso di pensare a loro e alle loro terre meravigliose!  E se già possono godere degli effetti positivi del suo decreto sicurezza, non dovendo più temere la  insana concorrenza  di altri disperati stranieri e potendo approfittare del Daspo urbano che restituirà decoro alle città rimaste in piedi dopo il sisma e dell’opportunità di impugnare la pistola contro eventuali sciacalli  e rapinatori (in estinzione, che c’è ormai non c’è niente da rubare e, se è per quello, non ci sono nemmeno le case), possono stare tranquilli: il dialogo del governo con amministratori e cittadini è sempre aperto. E infatti “io ci sono, a presto”, conclude il viatico a mezzo stampa.

Stanno freschi, è proprio il caso di dire. Nel segno della continuità col passato, i terremotati non godono del principio: prima gli italiani.

Infatti per i danni  del sisma che ammontano secondo i dati trasmessi a Bruxelles a 23 miliardi e 530 milioni di euro (di cui 12,9 miliardi riferiti agli edifici privati e 1,1 miliardi di euro agli edifici pubblici) si stima un costo di 360 milioni di euro, fabbisogno che verrà coperto con le risorse del Fondo per le emergenze nazionali previsto dall’articolo 44 del decreto legislativo del 2 gennaio 2018 (nuovo codice “Protezione Civile”). I relativi oneri per ciascuno degli anni 2019 e 2020 sono i medesimi previsti a legislazione vigente per l’anno 2018 dal governo Gentiloni ripartiti in 18,5 milioni complessivi al fine di far fronte agli oneri riguardanti la dotazione di personale della struttura commissariale (cfr. art. 50 del decreto legge n. 189/2016) pari a 225 unità complessive, oltre al personale di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 settembre 2016, pari a 17 unità, comprensive di tre dirigenti, e a 10 esperti; 14 milioni complessivi per fare fronte alle spese di personale degli uffici speciali per la ricostruzione; 29 milioni complessivi, destinati all’assunzione, da parte dei Comuni colpiti dagli eventi sismici, di fino un massimo di 700 unità di personale. A fronte della proroga dello stato di emergenza a tutto il 2019, in aggiunta allo stanziamento dal Fondo, la Legge di Bilancio destina ai territori colpiti dal terremoto gli 85 milioni frutto dei tagli alla Camera saranno destinati dell’agosto 2016.

Ormai anche i nostri Pc sono stanchi di scrivere quanto si è speso per il salvataggio delle banche criminali e dei loro dirigenti, quanto si continua a spendere in armamenti, quanto si spenderà per opere megalomani, inutili e dannose, alle quali pare che il ceto governativo non voglia e non sappia dire di no. Ma come se non bastasse, i pochi quattrini “devoluti” vengono spesi male.

A smentire la lettera pastorale del lupo all’Interno c’è la denuncia della Regione Marche cui si sono associate Lazio, Umbria e Abruzzo: in attesa dei quel popò di Legge di Bilancio e delle sue disposizioni finanziarie, i rubinetti sono stati chiusi, i fondi bloccati e sono arrivati con grave ritardo i finanziamenti per pagare i Cas cui hanno diritto 20 mila sfollati.

Non c’è da stupirsi: il decreto sisma secondo l’attuale governo riporta ben poche modifiche rispetto a quello presentato  dal governo Gentiloni. Non c’è traccia della tanto decantata e promessa semplificazione per i passaggi procedurali, sono stati aggiunti solo  la sanatoria delle casette abusive e il condono per le difformità gravi nelle abitazioni da ricostruire. E intanto sono migliaia le schede Aedes, quelle per la valutazione iniziale del danno e l’accesso al contributo, non congrue e alcune non veritiere (secondo la Guardia di Finanza solo lo 0,3% nasconde illeciti, le altre sono viziate dalla difficoltà oggettiva di rispettare i criteri di legge)  e altrettante le perizie non adeguatamente certificate. Nella sola Regione Marche alla data prevista fissata al 30 aprile e ora prorogata a fine anno in corso, a fronte di 5000/6000 progetti di ricostruzione per danni lievi stimati, ne erano stati presentati solo 1300.

È che le preistruttoria delle domande e le procedure per la presentazione delle domande restano molto complicate e farraginose, mentre gli Uffici sono sottodimensionati e hanno poco personale: per definire una pratica per un immobile con danni pesanti occorrono 365 giorni in media: 83 se ne vanno con la prima elaborazione del progetto, altri 26 per la compilazione e il caricamento della pratica sulla piattaforma informatica Mude. Poi ci sono i tempi dell’Ufficio: 120 giorni in media per l’istruttoria, altri 80 per passare all’emissione del decreto di concessione dei contributi, cui si aggiungono 57 giorni per l’avvio materiale del cantiere. Ma nel 49 per cento delle casi gli Uffici chiedono integrazioni informali delle pratiche presentate, che già richiedono una valanga di documenti, e in media le richieste di questo tipo sono una decina.

E non c’è traccia del reddito di cratere, più provvisorio e esiguo rispetto al reddito di cittadinanza e altrettanto aleatorio, una delle tante richieste presentate nei mesi scorsi dal Coordinamento dei Comitati Terremoto Centro Italia quale   misura di sostegno economico ai terremotati in difficoltà, che dovrà attendere, così come la “completa defiscalizzazione e decontribuzione per i due anni successivi all’assunzione con contratto di lavoro a tempo indeterminato” promessa alle aziende del cratere che assumono un terremotato. Che dove accontentarsi della già prevista  proroga della scadenza della cosiddetta ‘busta paga pesante” con la sospensione dei termini per gli adempimenti e i versamenti tributari e contributivi, del “posticipo” del rimborso da parte di lavoratori dipendenti e pensionati al gennaio 2019 e della sospensione del pagamento del canone Rai fino al 31 dicembre 2020.

Intanto nelle sole Marche sono ancora più di mille gli sfollati negli alberghi della costa, centinaia quelli ospitati presso parenti ben oltre i tre giorni che spettano ai pesci prima di puzzare, avendo raggiunto i tre anni, le casette si piegano sotto il peso della neve anche in Abruzzo e in Lazio, quelle di Castelluccio sono state scelte senza tener conto della esposizione della zona a condizioni climatiche caratterizzate da forti venti, a ottobre dell’anno scorso gli scarriolanti del Centro Italia hanno rovesciato le macerie che ancora occupavano le strade per protesta davanti a Palazzo Chigi, ma quelle sono state portate via, quelle invece sulle diramazioni dalla Roma-L’Aquila a Norcia, Amatrice, Accumuli, Arquata, sono ancora là. Si vede che non pesano abbastanza, sulle coscienze.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Aiuti ai terremotati, possono tenersi le macerie

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 20 agosto ad Amatrice termina ufficialmente lo stato di emergenza, quella condizione di eccezionalità che dovrebbe permettere deroghe e licenze, concesse in nome dell’interesse generale per contrastare ritardi, lentezze, intoppi burocratici e amministrativi e che dovrebbe aver consentito a autorità straordinari – si dice proprio così –  di rimuovere gli ostacoli e  realizzare la prima fase della ricostruzione.

È che da noi anche le emergenze sono disuguali. Quelle dichiarate per legge e di sovente contro le leggi per appagare avidità e profitti speculativi, premiare insane megalomanie, proclamare stati di necessità ineludibili promossi proprio per rimuovere lacci e laccioli, aggirare regole e  sorveglianza, quelle, dunque delle Grandi Occasioni, delle Grandi Opere, della Grande Corruzione, possono durare tempi indefiniti e infiniti, diventare stabili e inviolabili. Quella per dare le case ai terremotati,  per ricostruire le stalle, per restaurare il patrimonio artistico extra-ecclesiastico,  per erogare fondi e impegnarli in favore delle imprese in ginocchio è  proprio di serie B, talmente di seconda categoria che anche in piena vigenza pare non abbia potuto o saputo averla vinta su formalismi, sovrapposizioni, conflitti di competenze, cavilli e carte bollate, comprese  le 29 ordinanze firmate dal Commissario straordinario alla ricostruzione Vasco Errani, dieci delle quali  emanate per  cambiare le precedenti, a quanto dicono amministratori centrali e locali lamentandosi che anche per puntellare un muro ci vogliono dieci amministrazioni, che per ottenere un permesso di rimozione delle macerie ci vogliono innumerevoli analisi e accertamenti, che per ricostruire le case con criteri di sicurezza ci vuole tempo se sono più di 200 mila le abitazioni da controllare e verificare quando si è ancora alle prese con quelle dell’Aquila che erano 75 mila e dell’Emilia dove erano poco più di 41 mila.

E dire che governo, partiti di maggioranza, sindaci hanno deriso e condannato la decisione di Roma che proprio come Monti prima aveva declinato con decisione la candidatura ai giochi olimpici, considerati un costo economico e ambientale inopportuno, anche nella sua qualità di formidabile occasione di insaziabile magna magna per le cordate dei soliti noti, corruttori, speculatori, opportunisti sempre in azione anche sotto forma di sciacalli e iene ridenti. Invece con uno di quegli sfrontati ribaltoni, ecco che lo stesso timore di precipitare nella voragine del malaffare avrebbe motivato ritardi inadempienze incapacità e pure delle trovate particolarmente infami come quella di assegnare le famose e attese casette di legno tramite riffa in piazza.

Qualcuno quelle casette le avrà anche vinte e regolarmente. Peccato che a Visso non ci sono, che ad Amatrice e Norcia dove le prime dovevano essere installate a dicembre per “regalare” un Natale sereno a qualche senza tetto,  ne sono pervenute a marzo inoltrate 188 e anche quelle hanno problemi di fornitura di gas e acqua, che delle oltre 3600 ordinate per i 51 comuni del cratere ne sono state consegnate poco più di 290 e nessuna nelle Marche. E quando arriveranno e se arriveranno  le altre, quando su qualche casa potranno iniziare i lavori di consolidamento e restauro anche grazie ai 30 milioni raccolti con le donazioni private, affacceranno su montagne di detriti perché    ci sono 2,3 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: da quel 24 agosto la macchina dell’emergenza è stata in grado di portarne via 176mila e 700, meno dell’8 per cento. Nel Lazio hanno cominciato a novembre: tolte 98mila su un milione; in Umbria 3.700 su 100mila; in Abruzzo 10mila su 100mila. Nelle Marche sono partiti solo ad aprile: a oggi hanno raccolto appena 65mila tonnellate su un milione, il 6,5 per cento del totale.

Certamente i soldi non sono tanti: l’Ue ha appena impegnato1,2 miliardi che potrebbero essere erogati entro agosto e che si aggiungono ai 530 milioni stanziati dal governo, perché c’è emergenza e emergenza e c’è salvataggio e salvataggio, così quello delle banche sleali e criminali vale meno di quello dei cittadini del Centro Italia, espulsi, esuli, abbandonati. Ma pochi o tanti vanno spesi e bene.

Dopo le prime visite pastorali,  commosse e solidali, leader, ministri, parlamentari sono spariti.  E pure Errani – l’ultima apparizione è di aprile a Amatrice – forse smarrito nei meandri del Ddl 189 del governo Renzi, successivamente modificato tre volte, dal decreto Gentiloni, dalla Finanziaria, dalla “manovrina”. Si dice in difficoltà per via dell’instabilità del suo partito. Forse inadeguato o stranito se addirittura dice che il governo dell’emergenze e della ricostruzione è più avanti che in Emilia, da dove è stato chiamato in qualità di commissario straordinario proprio per la sua esperienza di successo. E che rassicura che l’odiosa tassa di successione non si dovrà pagare, che le opere possono cominciare, ma che vanno rispettate le regole, comprese quelle che prevedono più di 10 passaggi soltanto per decidere la collocazione delle casette  e l’acrobatica capacità di districarsi nella miriade di organismi e enti preposti ai diversi livelli decisionali e  di controllo. La visita al suo sito istituzionale è poco tranquillizzante salvo per chi si affida alla divina provvidenza tramite devote preghiere, visto che l’ultimo comunicato molto pubblicizzato concerne la messa in sicurezza delle chiese danneggiate in modo da garantire la continuità dell’esercizio di culto.

Difficile credere che i fedeli saranno molti: troppi sono i paesi fantasma dove nessuno è tornato e dove nessuno tornerà, perché le stalle sono crollate, le bestie morte di fame  e freddo, le imprese artigiane chiuse, le aziende alimentari serrate . le strade interrotte con le voragini aperte dietro i cartelli “Emergenza sisma”, macarbi cartelloni pubblicitari dell’impotenza, della incapacità, meglio ancora della volontà di non fare, per un disegno perverso, quello di fare di quest’area un museo a cielo aperto, senza attività produttive con gli abitanti retrocessi a comparse del tableau vivant del pingue e laborioso paesaggio del centro Italia convertito in percorso del turismo religioso, la abitazioni trasformate in accoglienza, le greggi pronte per una riedizione dell’intervallo o per una ricostruzione virtuale del presepe.

Così siamo prossimi a rimpiangere l’autoritarismo decisionale di Zamberletti e perfino il discutibile dinamico affaccendarsi di Bertolaso. È che i sociologi si sono sprecati nell’indagare l’utilità irrinunciabile per il potere   degli stupidi funzionali, indispensabili alle imprese perché ispira la rinuncia a spirito di iniziativa per sconfinare nella cieca ubbidienza, l’abiura di critica e giudizio per ripiegare nella fidelizzazione.  Ma questi sono inetti funzionali, ministri, regioni, commissari e autorità straordinarie, gli addetti del potere, polittici, universitari,  giornalistici ed editoriali; oltre naturalmente ai politici.

Sono loro che mantengono inalterata, che anzi incrementano la sconnessione drammatica tra livello istituzionale e livello sociale. È il loro contesto istituzionale  che   trattano la gente e i suoi interessi, desideri, bisogni come un fattore di disturbo, che   sopperiscono  con ‘narrazioni’ agli esiti disastrosi delle misure che impongono, che hanno scoperto la qualità formidabile del non fare. E non per la paura di sbagliare, ma perché è così che comandano i loro padroni, intenti a svuotare il loro territorio dal fastidioso e esigente popolo, a delocalizzarlo come si faceva con gli eserciti mercenari così affamati da rischiare la vita per la gavetta, a avvilirlo con tasse e balzelli, a depredarlo di casa e terra, destinati ad altri come loro, perché sia sancito che non abbiamo diritto a niente, solo a fatica, ubbidienza, paura senza ieri né domani-

 

 


Che Stato che fa

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non credo che abbiamo fatto in tempo. Un esecutivo accentratore, autoritario, incaricato di rafforzare il primato proprietario e padronale l’ha già avuta vinta sul popolo e sulla democrazia prima del nostro No, anche grazie alla progressiva delegittimazione dello Stato, all’espropriazione della sovranità economica, allo smantellamento del suo sistema sociale, dall’assistenza ai servizi, dalla tutela del territorio e del patrimonio culturale all’istruzione, allo snaturamento delle relazioni economiche della contrattazione preliminare alla fine del lavoro da convertire in arcaica servitù, e dunque della consolatoria dottrina del progresso  da sostituire con l’egemonia dello sviluppo illimitato, della concorrenza e della libera iniziativa sregolata.

La guerra contro le democrazie ha cominciato a vincere da quel campo di battaglia, quando il progetto di costruzione dello Stato, processo infinito e in Italia mai davvero cominciato, è stato minato, e non solo per quanto riguarda il potere decisionale in materia economica sancito dalla consegna arrendevole del fiscal compact e prima ancora con l’imposizione dei vincoli esterni, autorizzati e rivendicati come deterrente necessario al contenimento degli “istinti animali della società italiana” come ebbe a chiamarli Guido Carli.

Ce ne accorgiamo una volta di più in questi giorni quando la collera legittima di popolazioni soffocate dalla neve, all’addiaccio e senza via di fuga dal terremoto, se la prende contro lo Stato- Baal che divora i suoi figli, contro i suoi apparati inefficienti e inadeguati, contro la sua burocrazia lenta quanto impreparata, contro un sistema incapace di fronteggiare emergenze che ha contribuito a aggravare per impotenza, cattiva volontà, indole alla corruzione e alla salvaguardia di interessi castali, istinti inguaribile all’avidità come alla dissipazione.

Cosicché viene spontaneo confidare sulla compassione più che sulla solidarietà, sulla pietà più che sulla  coesione, sulla buona volontà più che sull’organizzazione, attitudini preliminari all’aspirazione a affidarsi a soggetti forti, a autorità superiori appena sotto alla Provvidenza, a uomini della provvidenza o della vecchia protezione civile, tanto che abbiamo sentito da più parti esprimere commosso rimpianto per Bertolaso.

Il fatto è, a conferma della “fama sparsa per tutta Europa che l’Italia ha politici ma non amministratori” (non l’hanno scritto Die Zeit o le Monde, ma tale Carlo De Cesare nel 1865), che la perdita di autorevolezza, prestigio, autorità dello Stato  va attribuita alla “politica” dei governi che si sono succeduti in forma bi partisan, al disegno e alla volontà di avvilirne i contenuti e le finalità dello “stato di diritto”, di organizzazione dunque di una comunità, in grado di prendere delle decisioni sovrane, in nome della comunità, sia nei confronti dei membri o dei gruppi interni a essa, sia nei confronti di altre comunità, e soggetto a regole sancite da leggi, sulla cui applicazione vigila non solo per assicurarne il rispetto ma anche a fini educativi.

Pare abbiano già vinto anche senza il Si. In barba al mantra infinitamente ripetuto sul valore del merito, tramite un costume di clientelismo, familismo e corruzione e anche grazie alla corruzione delle norme con “riforme” anticostituzionali, il corpo della pubblica amministrazione ha perso qualsiasi connotato di professionalità, competenza, efficienza, carriere, curricula e referenze sono segnate e confezionate secondo criteri di arbitrarietà, di fidelizzazione e sottomissione. I suoi addetti sono umiliati da remunerazioni avvilenti che, se non giustificano, almeno spiegano l’esposizione al rischio della corruzione, la preparazione e la formazione sono affidate al volontarismo più autarchico e  penalizzato perfino all’interno della vituperata categoria impiegatizia preoccupata dalla concorrenza sleale di chi fa troppo rispetto alle regole imperanti, l’omologazione al settore privato in nome di una malintesa equità protesa verso il basso in modo che tutti stiano ugualmente male, ha radicalizzato la pratica del ricatto e della discrezionalità.

Per non parlare dell’altra figura retorica che popola la narrazione del nuovo ceto dirigente, quella semplificazione che doveva porre riparo ai     guasti della farraginosa burocrazia e che si è rivelata per quello che davvero è, il miserabile espediente per aggirare le leggi, per incrementare e approfittare di situazioni di crisi in modo che l’incancrenirsi diventi emergenza da fronteggiare grazie a licenze, deroghe, misure eccezionali e poteri speciali, la fumosa coltre stesa per autorizzare lo smantellamento della rete di controlli e sorveglianza, la scaltrezza cialtrona applicata all’avallo di commissariamenti al servizio di interessi privati e della loro libera iniziativa.  

Il perché è intuibile. Basta rifarsi all’esempio più in voga in questi giorni, quando il governo esprime la sua ferma volontà di mettere mano  alla Protezione Civile, organismo cui nell’ultimo anno ha tolto oltre 70 milioni di finanziamenti, in modo che dipenda ancora più strettamente dall’esecutivo. Ci vuole poco a sospettare che l’intento sia quello di dare concreta realizzazione al vecchio progetto del Cavaliere e di Bertolaso con la trasformazione in soggetto agile, di diritto privato, con ampia libertà d’azione in fase di emergenza come di ricostruzione, con preferenza per la seconda fase, malgrado l’inclinazione per certi profili di militarizzazione molto praticati all’Aquila, sotto forma di ferrei regolamenti ad uso degli sfollati.

Eh si, l’aspirazione è ad accreditare una distopia dello Stato nemico, esoso esattore, per cui è ineluttabile anzi doveroso evadere le tasse, molesto controllore, per cui è necessario sottrarsi alle sue leggi lesive di imprenditorialità e iniziativa, fastidioso ingombro, per cui è meglio emigrare con l’azienda altrove magari in nazioni definitivamente incanaglite, ingeneroso amministratore, per cui è sacrosanto arraffare benefici e aiuti se si è consci di operare per interessi superiori, prima di tutto quelli dei potentati finanziari, in modo che quel che resta del progetto della sovranità venga sostituita  dei cartelli transnazionali, dai fondi del capitale finanziario e dai rudimenti di una polizia globale. E il popolo da un esercito di schiavi.


Se l’appalto diventa segreto di Stato

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La brutale manomissione di principi, ideali, valori compiuta dal governo e dal ceto dirigente che lo comanda a distanza, che gli ubbidisce, che lo esprime e ci si riconosce è esemplarmente rappresentata anche dalla sua “vulgata”, dagli stravolgimenti semantici cui sottopone termini e concetti per adattarli alla sua ideologia o per svuotarli al fine di buttarli in discarica come la Costituzione ridotta a carta straccia.

È successo con merito, è successo con semplificazione, è successo con lavoro, è successo con voto, tutti retrocessi, bocciati, o sottoposti a profittevoli quanto aberranti conversioni,  chi in servitù, chi in conferma notarile, chi in abolizione di regole e controlli, chi in legittimazione di trasmissione dinastica o clientelare di privilegi e posizioni con annesse rendite.

È uno dei motivi per i quali la mia religione mi vieta di votare Pd, anche nelle sue declinazioni locali, preferendo la preferenza de panza agli uomini de panza, e il sano voto inutile e perfino quello viscerale di malcontento populista, che anche intorno al concetto di popolo si è lavorato per sminuirlo in massa senza giudizio, discernimento, diritti e sovranità.

Sarebbe difficile riporre fiducia in amministratori chiamati e volonterosamente determinati,  ad esempio, a dare attuazione  congrua e fedele ai principi contenuti nel decreto Madia sulla “trasparenza”, altro termine alterato, violato e forzato per ristabilire l’opportunità di alzare prudenti steccati a protezione dei segreti della politica, a salvaguardia degli arcana imperii e degli interessi che si consumano nel retroscena del teatro pubblico sempre più privatizzato e personalizzato secondo criteri di appartenenza, fidelizzazione, profitto.

Ora è vero che gli Usa ci hanno colonizzato pure l’immaginario, ma è altrettanto vero che la traduzione nel nostro ordinamento di atti e leggi, che abbiamo conosciuto nell’epopea hollywoodiana della denuncia sociale tramite Erin Brockovich o Michael Clayton o gli eroi sconosciuti di Spotlight, supera l’immaginazione più scettica e sfiduciata, se il Freedom Information Act all’italiana, che avrebbe dovuto rispondere all’istanza dei cittadini di avere accesso a scelte e procedure di interesse generale, per essere in grado di partecipare alle decisioni, diventa la calata per legge di una spessa cortina di fumo  che impedisce la vista. La vista su regole di appalto, come sulle spese di rappresentanza, sull’iter di concessione di terreni e autorizzazioni, come sui valori dell’inquinamento, sui compensi per consulenze come sulla spesa effettiva di risorse solo promesse o anche erogate per opere pubbliche.

La madonnina infilzata che ha con candida tenacia infilzato concertazione, relazioni sindacali, sicurezze e garanzie, attraverso una riforma verticistica, disciplinare e autoritaria, messa in atto per consolidare la cattiva fama di una amministrazione indolente, incapace, parassitaria e irresponsabile, tanto che è doveroso liberarla da ogni residua responsabilità da affidare invece all’esecutivo, ai poteri centrali e a un ceto manageriale privato, è stata incaricata di dare il suo nome a uno slogan: «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni», ripetuto come un mantra dalla Leopolda in giù come  nel gioco del telegrafo senza fili, in modo che quando la trasparenza arrivasse a destinazione non rimanesse più nulla, se non un farfugliare confuso, opaco e criptico, tanto che perfino l’enclave arroccato del Consiglio di Stato ha espresso dubbi.

Non c’è sportello, la legge non identifica ai vari livelli territoriali e gerarchici, un responsabile unico cui rivolgersi. Ma c’è di peggio: la mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino istituisce una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. Decorsi i 30 giorni dalla richiesta, si realizza quello che il Consiglio di Stato ha definito «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».  La definizione e i limiti della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» crea una categoria talmente vasta e non identificabile da collocare l’istanza e il diritto di ciascuno a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di evidente e discriminatoria inferiorità, come si trattasse di una curiosità molesta e di una ingerenza illegittima.

Non c’è dunque da stupirsi se l’incontentabile Consiglio dei Ministri vuole apportare una modifica al decreto trasparenza in modo da renderlo ancora più permeabile a corruzione, speculazione, illegalità, opacità, affarismo, abrogando  la lettera b del comma 1 che recita: «per ciascuno degli atti di cui alla lettera a, ( quelli cioè relativi al governo del territorio, tra gli altri i piani territoriali, i piani di coordinamento, i piani paesistici, gli strumenti urbanistici generali e di attuazione, nonché le rispettive varianti. NdR ) sono pubblicati, tempestivamente, gli schemi di provvedimento prima che siano portati all’approvazione; le delibere di adozione o approvazione; i relativi allegati tecnici».

Facendo venir meno l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di rendere note le proposte di trasformazione urbanistica prima che esse siano portate all’approvazione,  si vuol cancellare l’azione di pubblicizzazione degli atti grazie alla quale, in caso di mancata divulgazione preventiva, perdevano efficacia né potevano produrre effetti.  E di conseguenza annullare un passaggio cruciale per una democrazia partecipativa, che volesse offrire a qualunque cittadino o portatore di interessi il diritto ad essere informato prima e  a disporre del tempo necessario per la  valutazione e la  presentazione di eventuali contributi tecnici in grado di equilibrare le scelte unilaterali delle amministrazioni.

Favori, protezioni, clientele, famiglie, clan, cupole, commerci di prebende, voti, consenso, interessi, la porta è spalancata, la trasparenza si addice al governo, purché sia opaca.

 

 

 

 


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