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Te piace ‘o Presepe?

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La mia famiglia era acattolica, agnostica, atea, e, per severità combinata con i pochi quattrini, a-consumista. Però un albero, vero, veniva allestito per non far sentire noi bambini “diversi” dagli altri, che di differenze ce n’erano già abbastanza, non mancavano il panettone e i tortellini stesi sul gran tavolo di marmo in cucina, il pranzo coi nonni e le zie nubili che a 15 anni ci volevano persuadere che esistessero Babbo Natale e Befana, mentre noi da secoli capivamo a chi attribuire i modesti regalini già dalla confezione.

Si vede che anche noi avevamo preteso e avuto troppo. Dopo anni di austerità, dopo il recente avvio della campagna di frugalità, anche etica oltre che economica, incarnata esemplarmente dagli abitanti di posti dove mettono le prostitute in vetrina e che si segnalano come i principali produttori, consumatori e esportatori di droghe sintetiche comodamente accessibili online, l’ordoliberismo moralizzatore dell’Europa va a insinuarsi in tutte le pieghe della società facendo buon uso del doveroso stato di eccezione scelto come strategia transnazionale per contrastare il Covid19.

E quindi mentre in Italia ci dibattevamo tra Natale con i tuoi, shopping virtuale responsabile dal divano con le multinazionali e acquisti compulsivi reali presso le stesse multinazionali – che ormai il mercatino rionale e la bottega di quartiere sono morti di covid dopo una lunga agonia cominciata prima, l’Europa ci ha chiesto di mantenere il coprifuoco e soprattutto tener sì le messe ma senza canti. Solo atti di dolore, contrizione, penitenza.

Insomma non si devono alzare inni al signore, levare cori di giubilo e speranza, intonare l’Adeste fideles, commuoversi per figli e nipoti che stonano il “Tu scendi dalle stelle”.

L’indole puntigliosa dei burocrati di Bruxelles non è entrata in particolari, ma possiamo supporre che verranno dettate in tempo per il 24 regole ferree ad impedire che pargoli di quattro anni salgano sullo sgabello per recitare  filastrocche di Natale, ancorché di Rodari, o eseguire una personale interpretazione de Il coccodrillo, davanti a estatici famigliari sia pure in numero di 5 più l’artista. Unica concessione, insieme a performance su Skype, potrebbe consistere nel far sedere il giovinetto   al sintetizzatore per “fra martino campanaro”, in modo da favorire il necessario distanziamento nel rispetto del principio di precauzione, caposaldo europeo, e per ostacola il  disperdersi di sputazzini, goccioline criminali e mocci diffusi dall’ugola e dal naso di piccoli cantori.

E figuriamoci se l’epidemia non avrebbe esacerbato l’indole punitiva dell’Europa, non contenta di accanirsi contro le democrazie e le carte costituzionali, nate da resistenze nazionali colpevolmente ispirate a ideali “socialisti”, non abbastanza appagata dall’aver equiparato fascismo e comunismo, non sufficientemente soddisfatta di avere imposto ai sudditi più scapestrati e riottosi l’imperativa rinuncia a diritti e garanzie in cambio di una incerta sicurezza imperniata, grazie al terrore,   sulla lotta al terrorismo, sul contrasto alle invasioni di uomini e virus, non del tutto paga di aver soppresso, con l’appoggio incondizionato delle vittime, la sovranità nazionale degli Stati in nome di un superpotere sovranazionale, tirannico e feroce.

E infatti il messaggio, così mirabilmente rappresentato in quest’ultima solo apparentemente marginale “restrizione”, è proprio quello di colpevolizzare e quindi interdire tutto quello che riguarda la sfera affettiva, quella sentimentale, quella dei desideri innocenti e delle domestiche aspettative, della socialità, dell’amicizia, pericolosa perchè può suscitare sentimenti di solidarietà e coesione.

Comincia sempre così, si mette in galera il cantante con l’intento di far tacere la sua canzone, si bruciano i libri, si chiudono i musei per circoscrivere il contagio, si recintano i parchi, si limitano la circolazione e le manifestazioni di piazza. È il primo passo indispensabile, prima di proibire anche la denuncia dell’ingiustizia insita in queste misure, se il bello,   il libero, il festoso e anche il sano e salutare, sono invece concessi in regime di esclusiva ai pochi che possono comprarseli, che li hanno in eredità per appartenenza dinastica, che possono servirsene per meriti di affiliazione.

E vedrete se un governo più realista della regina cattiva non rinnoverà l’atto di fede anche con queste baggianate simboliche. È  già tramontata la stella polare del patriottismo che splendeva nel cielo buio dell’epidemia, quello che si sprecava nella lotta di trincea al Covid, esibiva i suoi eroi tirati fuori dalla naftalina in cui erano stati riposti tra tagli e privatizzazioni, mischiava Risorgimento atteso dopo la guerra all’invasore patogeno con la Resistenza dei partigiani del sofà, di Netflix, del “io resto a casa”.

Adesso la conformità di appartenenza, adesione e assoggettamento all’Europa si esprime con la definitiva negazione e abiura di poteri sovrani, con l’accettazione di un meccanismo che non è solo economico e finanziario, ma che ha un valore allegorico, ideologico e culturale,  di affermazione della “verità”  della credenza monocratica e monoteista  dell’Unione.

Ma non gli basta, non basta l’accanimento contro le democrazie, non basta la progressiva erosione della partecipazione come dimostrato dalla pantomima della celebrazione di una cerimonia elettorale per nominare un Parlamento che non ha poteri e competenze legislative, ma che assume una funzione educativa per i partner invitati a intervenire sulle carte costituzionali per replicarne la forma a livello nazionale. Non basta l’imposizione di regole e direttrici pensate e dettate per favorire la trasposizione regionale di modelli imperialistici, con paesi coloniali forti che condannano alla gregarietà e all’assoggettamento i Terzi Mondi interni.

L’ordine “europeo” così cieco e ottuso da non capire che la crisi americana segna la fine dell’impero d’Occidente, imita la Roma in declino, impone la celebrazione le sue divinità della corruzione e della sopraffazione, importa hospites e li mette in competizione col cives, in modo da ridurli tutti più agevolmente in schiavitù, autorizza lussi e piaceri dei potenti e toglie il pane e il tetto alla plebe.

Non abbiamo speranza in Pasquino, trattato da negazionista. E nemmeno nell’arrivo dei barbari, che erano comunque una soluzione. Neppure dei marziani, o dell’intelligenza artificiale, che, essendo appunto intelligente, preferisce non frequentarci.    


Terremoto, 4 anni di lockdown

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono posti nel nostro paese dove nel silenzio generale si è costretti da anni a subire il ricatto empio di dover scegliere tra salario e salute, come quello posto otto mesi fa a milioni di cittadini e guardato con sovrana e sufficiente superiorità da chi credendo di trovarsi nel mezzo di una apocalisse sanitaria ha pensato di essersi meritati i loro servizi essenziali, per garantirsi la salvezza tra le mura domestiche, mentre  altri meritavano di “rischiare” per essere promossi a martiri.

Ci sono posti nel nostro paese dove gli arresti sanitari erano una pena paradossalmente raddoppiata per chi una casa non l’aveva più. Di questi tempi scrivere sulla ricerca di Google e di siti di pensosi osservatori o organi di informazione online  la parola “terremoto” produce un inventario interminabile di scritti che la usano per definire l’emergenza in corso, per sottolineare come si stia vivendo un cigno nero imprevedibile e ingovernabile come un sisma, un dies irae scatenato da divinità che puniscono alla cieca, incontrastabili se non con la preghiera, qualche sacrificio umano  e molte rinunce.

Ma un senso comune c’è. I terremoti da noi molto più che in altri contesti antropizzati hanno conseguenze disastrose per via di tragici errori costruttivi, della speculazione frutto di una bulimia costruttiva a basso costo, con materiali scadenti e tecniche insicure,  anche perché in anni di trascuratezza, messa in sicurezza e manutenzione sono venute meno per investire risorse e professionalità sulle Grandi Opere invece che sulla salvaguardia e sui controlli che dovrebbero tutelarla.  

Allo stesso modo succede nel caso di un’epidemia i cui effetti sono anche moltiplicati dall’inquinamento, dalla circolazione incessante di persone e cariche patologiche, che diventa presto cruenta perché è stato smantellato l’intero sistema di prevenzione e profilassi, assistenza e cura, facendo venir meno la potenza di contrasto del primo avamposto, quello della medicina di base, e non intervenendo nelle situazioni davvero a rischio, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto.

Quindi chi volesse sapere come stanno le zone colpite dal sisma del Centro Italia, non si fermi a “terremoto”, ma renda più circoscritta l’indagine se vuol vedere cosa succede adesso in quelle geografie e nel verificarsi della coincidenza tra i due “cigni neri”  in uno stagno molto affollato di disastri.

Avrebbe così la conferma di una caratteristica delle crisi, quella di  indurre nuove disuguaglianze che premono pesantemente su quelle antiche: non risultano infatti notizie e dati sulla condizione dei pochi avamposti sanitari presenti nella zona, così, come ha detto una signora intervistata in occasione di un raro servizio giornalistico, i sopravvissuti rimasti là “sono più invisibili del Covid”, sani o “positivi” che siano.

 “Per noi quattro anni di lockdown24.08.2016-24.08.2020”, era la scritta che campeggiava su un lenzuolo appeso fuori  Grisciano, frazione di Accumoli  in occasione del quarto anniversario.  

Altro che distanziamento sociale: una turpe rimozione della tragedia e del lutto, un disonorevole  oblio, sono caduti sui morti e sui vivi che avevano deciso di resistere e che dovrebbero suscitare vergogna i quelli che hanno fatto vanto della loro “resilienza” per essere rimasti a casa a proteggere l’unico diritto concesso, la sopravvivenza, di fronte alla cattiva imitazione di vita permessa a migliaia di persone in 138 comuni, conferiti nei   moduli di poliuretano espanso, le Sae, nelle casette provvisorie il cui numero non è dato sapere, mentre conosciamo le irriguardose modalità con le quali sono state assegnate, beneficati dal  Cas, percepito dalle famiglie a cui il terremoto ha distrutto casa. 

Cas, si chiama con questo acronimo il Contributo di autonoma sistemazione, l’elemosina il cui regime è ora sottoposto all’occhiuta indagine della Protezione Civile, organizzazione vanta   tra i suoi valori fondativi la trasparenza, che vuole sospenderlo o almeno regolarlo per via del sospetto che ne abbia goduto qualche  immeritevole profittatore, che magari ha qualche muro in piedi o sta dai parenti più fortunati.

Andando un po’ indietro nell’indagine si scopre poi che  a differenza delle fabbriche di armi non convertite alla produzione di mascherine,   i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione post sisma 2016 non  sono stati annoverati tra le attività essenziali oggetto del Dpcm di marzo recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID19» che ne ha di fatto stabilito la sospensione superando la direttiva con la quale il neo commissario Giovanni Legnini aveva  illustrato le misure di carattere generale entro le quali le imprese impegnate sul “cratere sismico” del Centro Italia potevano o meno continuare a lavorare.

Mentre una visita ai notiziari di luglio rivela che il cosiddetto “pacchetto sisma”, inserito nel Decreto rilancio e recante le semplificazioni e richieste a sostegno dell’economia dell’Appennino terremotato, viene bocciato. 

Alcuni notabili locali in forza alla maggioranza governativa tranquillizzano la popolazione e a ferragosto viene approvato  un secondo decreto mirante  ad applicare alcune disposizioni contenute nel decreto- legge 16 luglio 2020, n. 76 con Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” e riguardanti le linee guida per  classificazione degli edifici e i controlli in materia affidati a professionisti, le misure delle detrazioni per le spese sostenute per le polizze assicurative, le regole per il credito di imposta, ma che in sostanza eliminano il criterio della premialità.  

Si tratta di adempimenti utili ma marginale, che hanno soprattutto l’intento di far credere che gli ostacoli alla ricostruzione siano quelli frapposti dalla burocrazia o, peggio, dalle caratteristiche antropologiche delle popolazioni parassitarie che si approfittano della situazione. Che a quello di alludeva quando si giustificavano ritardi e inazione, quando le assegnazioni degli alloggi “temporanei” venivano effettuate in piazza con la riffa.

Il governo benevolmente offerto nuove e feconde opportunità grazie all’estensione degli incentivi  di Resto al Sud e prevedendo proprio un anno fa una serie di interventi per accelerare la ricostruzione ed evitare lo spopolamento, attraverso agevolazioni gestite da Invitalia, ente del quale è Ad il Commissario straordinario Arcuri  in favore degli imprenditori under 46, rivolgendole ai giovani che vogliono avviare un’impresa con finanziamenti che arrivino ad un massimo di 200.000 euro e che coprano il 100% delle spese.

Arcuri è impegnato in ben altre faccende pur continuando a percepire il suo gettone nel mirino della Corte dei Conti, e sarà per quello che sul sito dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A., società per azioni italiana partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, non c’è traccia di startup di aspiranti tycoon: con tutte probabilità sono emigrati, sono senza lavoro ma anche senza casa, hanno ridotto le loro aspirazioni mettendole a disposizione delle cooperative e imprese che a distanza di 4 anni aspettano ancora le linee guida per la raccolta delle macerie, tanto che in ritardo è soprattutto quelle dei materiali del patrimonio pubblico.

Si sa solo che in un incontro con associazioni di industriali e imprenditori la sottosegretario al Mise Alessia Morani si sarebbe fatta interprete della volontà del governo di stanziare 5 miliardi per generare uno sviluppo dell’area coprendo “il fabbisogno  di nuove tecnologie, connessioni e infrastrutture”.

Per carità poteva andar peggio. In attesa del digitale post terremoto poteva succedere che fosse ancora sulla poltrona di Commissaria straordinaria la attuale ministra alle Infrastrutture, quella che ha animato le giornate della kermesse di Villa Pamphili con il suo progetto di 130 grandi opere infrastrutturali che non contemplano case, scuole, strutture sanitarie nel cratere del sisma, così come non sarebbero annoverate nel Mes e men che mai nelle risorse del Recovery Found.

E dire che ci siamo riempiti la bocca con la reputazione riconquistata grazie al modello Genova, il caso di successo – tempo un anno – che dovrebbe persuaderci della bontà delle ricette “straordinarie e eccezionali” che devono essere messe in pratica per fronteggiare un’emergenza.  Quando lo stato di avanzamento della ricostruzione pubblica è in forte ritardo, come si legge sul sito del Commissario Straordinario legnini: a fronte di 2,1 miliardi di euro impegnati, le risorse effettivamente erogate ammontano a circa 200 milioni di euro, circa 10% del totale.  E se  in questi quattro anni sono stati ultimati solo 86 lavori sulle opere pubbliche e altri 85 sono in corso (le scuole concluse sono per ora 17 e ci sono 6 cantieri in esecuzione)… mentre in compenso sono state ripristinate 100 Chiese, con altri 45 cantieri aperti, che fanno sperare in un aiuto dal cielo.

È di poche settimane fa il terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente il cui incipit è la denuncia che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Che fa capire che il virus che ha colpito i residenti è la sfiducia, tanto che la richiesta di finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020, ammonta a solo 13.947, sulle 80.340 stimate, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione.  

Ogni tanto si dice che questo Paese avrebbe bisogno di un New Deal per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio la cui manutenzione sarebbe un motore di occupazione qualificata e stabile.

E stiamo freschi: a fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione  con 822 imprese registrate, un dato che dimostrerebbe  “che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”, ma che indica soprattutto che ci sia un “preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”, e fa sospettare un infiltrazione riconoscibile del caporalato e delle organizzazioni criminali, confermata al 28 febbraio 2020 da  78 interdittive antimafia, che riguardano quasi il 10% delle imprese coinvolte.

Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di uno strumento fondamentale a garanzia della trasparenza: il Documento Unico di Regolarità Contributiva, che certifica  l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere.  

Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con un’incidenza di manodopera del 34%, a significare che gran parte dei lavori sono irregolari, un dato confermato anche da numero di domande per gli indennizzi Covid da parte delle aziende,  che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

Il cratere del sisma è una terra abbandonata nelle mani dei predoni, se gli abitanti via via sono stati sempre più incoraggiati a lasciarla trasformandosi nelle comparse pendolari del parto tematico del turismo religioso e nella mangiatoia dei norcini di palazzo, se i loro bisogni vengono accantonati, se ricordare il loro martirio scombina la gerarchia di esposizione al rischio e alle disgrazie disegnata dalla gestione dell’emergenza, come succede per Taranto, dove accade nei posti dove il ricatto e l’indifferenza hanno condannato al silenzio le vittime.  


La paccottiglia dei vecchi giovanotti

paAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono uomini che non si arrendono all’età, venerati accademici corteggiano allieve che potrebbero essergli figlie, prestigiosi pensatori si tingono i capelli color nero apache, filosofi attempati indossano il chiodo e gli stivaletti rancheros e volano in sella a una Harley Davidson d’annata. Fin qui niente di male, in fondo sfidano solo il senso del ridicolo. Peggio è quando invece per provocare e vincere la battaglia con il tempo si iniettano forti dosi di ferocia capitalistica e ce la spacciano, convinti della loro funzione terapeutica in qualità di elisir di giovinezza.

Prima ci sono toccate le esternazioni del Gran Parassita Ichino – lo ricordiamo lamentarsi della cruda scoperta della precarietà di chi non viene ricandidato e rieletto – che approfitta del momento per prendersela con la concorrenza sleale di altri meno degni parassiti di serie B, impugnando come un’arma i consolidati pregiudizi contro i furbetti del cartellino che nella maggior parte dei casi  avrebbero goduto di una lunga vacanza retribuita al 100%. E duole dirlo, ma non ha del tutto torto a ritenere che l’improvvisato fervore del lavoro a distanza raffazzonato, rabberciato, affidato a gente impreparata con strumenti tecnici inadeguati,  sortisca l’effetto di aiutare l’incompetenza combinata con la detenzione di informazioni e piccoli poteri prepotenti, scavando ancora di più il distacco dei cittadini dall’apparato statale e dalla sua burocrazia.

Adesso invece ci tocca l’esaltazione scriteriata dello smart working a firma di  De Masi.

Parla chiaro l’ispirato sociologo, anni 82  ma con l’impeto di un nativo digitale: “durante i mesi di lockdown lo smart working ha salvato l’economia e la scuola contribuendo a salvare la salute”.

E continua, “nonostante la pandemia, milioni di lavoratori pubblici hanno continuato a lavorare come e più di prima benché i loro vertici, negli anni precedenti, non avessero fatto nulla per adottare gradualmente il lavoro agile”.E dire”, sostiene, “che grazie a esso, i lavoratori avrebbero risparmiato tempo, denaro e stress; le aziende avrebbero guadagnato il 15-20% in più di produttività; l’ambiente avrebbe evitato l’inquinamento del traffico”.

Da anni illustri studiosi segnalano come sia impossibile e inane in Italia effettuare una misurazione delle prestazioni – e della loro efficacia –  delle attività della Pubblica Amministrazione, qualcuno ha parlato dell’Italia come di uno Stato senza società proprio perché espropria i cittadini dei diritti di accedere alle informazioni e di tutelarsi da sopraffazioni e arroganza dei burocrati, altri hanno denunciato  come dietro all’inerzia, all’assenza di incentivi, alla scarsa formazione e motivazione, all’invecchiamento di uomini e strutture della macchina amministrativa, si nasconda la volontà di cedere anche questo settore strategico del viver civile e della cittadinanza ai privati,  come si fa già con i servizi pubblici, la sanità, i trasporti, la sicurezza e come in fondo si è fatto creando organismi come Equitalia che avevano la possibilità di sottrarsi a lacci e laccioli esercitando un potere di vita e di morte assolutistico.

Invece il De Masi che non a caso ha alternato la didattica da vicino con la consulenza da più vicino ancora a imprese “virtuose” e eccellenti,  e fondando la SIT-Società Italiana Telelavoro per la diffusione del telelavoro e la sua regolamentazione sindacale e la scuola  di Management Culturale per la professionalizzazione dei neolaureati in organizzazione di eventi di Ravello, è talmente entusiasta della paccottiglia ideologica di quello che proprio lui ha contribuito a definire come il cosiddetto “paradigma post-industriale, basato  sulla concezione che l’azione congiunta del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione, dei mass media e della scolarizzazione di massa abbia prodotto un tipo nuovo di società centrata sulla produzione di informazioni, servizi, simboli, valori, estetica”, da poter offrire numeri e statistiche sull’efficacia del lavoro agile e sulle benefiche e progressive ricadute per tutti.

Grazie al Covid dunque e allo stato di eccezione imposto, lo Stato stesso potrà essere  positivamente rivoluzionato:  e infatti “ se la ministra Dadone prende al volo questa occasione, se libera milioni di lavoratori pubblici dal greve contesto polveroso in cui sono ammassati, se li coinvolge in una moderna organizzazione per obiettivi, illustra coi toni lirici dell’Utopia,  rischia di passare alla storia per essere riuscita a fare quello che grandi giuristi come Giannini e Cassese, per mancanza di un’occasione così rara, non sono riusciti a fare”.

È sicuro che rappresenti, come dice lui, un’occasione rara, che si potrà ancora meglio cogliere se un altro virus si presenterà opportunamente con i primi freddi a favorire esodi, scivoli, pensionamenti punitivi, tagli e licenziamenti, possibili grazie a venti riformisti anche nella Pa, riduzione di emolumenti per impiegati e insegnanti.

Si sta già cominciando a vedere che magnifiche occasioni si presentano per le donne cui viene elargito il part time a uso della custodia dei valori domestici, che opportunità di mettere a frutto la proprio creatività vengono offerte a chi si sta già cercando un secondo lavoretto alla spina per arrotondare un reddito ridotto dalla pandemia, e si possono già registrare i successi di quella selezione operata sulla risorsa umana dalle odierne forme legalizzate di servitù, per eliminare chi non si adegua, chi non è attrezzato per la scommessa della tecnologia, che ha già condannato alla marginalità vergognosa pensionati con non possono interagire con l’Inps, costretti al conto alle Poste e a essere umiliati dal medico curante, dal farmacista, dal bancario per la colpa di non avere introiettato i valori digitali, ma anche ragazzini senza rete in casa e senza pc, considerati tutti nuovi analfabeti secondo un nuovo razzismo tecnologico.

E non c’è da sentirsi rassicurati che il Vangelo digitale di Colao, sia finito a reggere la zampa sbilenca di qualche scrivania a Palazzo Chigi se l’ideologia che lo ispira è forte e attiva, quando il lavoro a distanza è la cornice dentro al quale dare forma e legittimità a precarietà e flessibilità,  se l’era Bonomi in Confindustria esige di mettere  mano al diritto del lavoro, eliminando le causali per i contratti a tempo determinato, abolendo il reintegro dei licenziati senza giusta causa assunti prima del Jobs Act e quando Marco Leonardi, consigliere del ministro Gualtieri, propone di congelare le causali per “rimuovere ogni ostacolo normativo alla ripresa”.

Già la regolarizzazione ai tempi di Bellanova, già l’ostensione di nuovi valori a uso dei ragazzi: volontariato, avvicendamento scuola-lavoro, già l’avvento del taylorismo digitale, che illude l’esercito della forza lavoro dei lavoretti alla spina con un ideale di libertà concepito come l’autonomia nello scegliersi percorsi e orari per la consegna della pizza avevano disegnato il futuro del cottimo di Stato e di governo, mutuato dall’era Prime Now di Amazon con tanto di recapiti domenicali.

E siccome l’arma più efficace è sempre il ricatto salariale, finalmente si farà giustizia dei preconcetti sui  Travet, inchiodati al desk, in gara coi colleghi in analoghe camere e cucina, soli e isolati in modo che non abbiano la tentazione di confrontarsi con altre vittime e di reagire, persuasi alla rinuncia all’ora d’aria per dimostrare attaccamento al lavoro anche in carenza di straordinari e benefits.

Sull’efficacia del New Deal secondo Colao, secondo De Masi, secondo i golpisti confindustriali che non si accontentano delle concessioni già ottenute e pretendono  i soldi europei, quelli dello Stato, quelli dei lavoratori, quelli dei poveri, abbiamo avuto delle anticipazioni durante il lockdown: bastava collegarsi all’Inps, ai siti dei Comuni e delle prefetture, al numero verde messo a disposizione di chi lamentava sintomi allarmanti, ai vigili e alle polizie locali, all’Agenzia delle Entrate, per avere conferma della remota distanza di chi è incaricato di rispondere e soddisfare a esigenze e bisogni dei cittadini.

E così viene alla luce il vero intento dello smart working coi fichi secchi, senza banda larga, senza organizzazione, senza formazione, senza garanzie, senza tutele, per chi sta da una parte o dall’altra dello schermo, come in uno specchio che riflette servi contro servi.


Trema la terra, non le facce toste

terrAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rassicura il telegiornale: a Arquata la raffica di scosse di stanotte non ha prodotto danni e crolli. E ci credo, nell’un tempo ridente borgo dominato da una rocca medievale in piedi non c’era rimasto niente a tre anni dal sisma e tre commissari straordinari, due del Pd e uno designato dal governo,  appena crollato anche quello, nel segno della continuità. E difatti a sorvegliare le 120 mila tonnellate di macerie nella zona rossa c’è un presidio militare permanente che fa la guardia a scheletri di case, a quinte dei un teatro del terrore che mostrano letti sfatti dalla notte della grande fuga, bambole, libri.

A Arquata dicono che la ricostruzione, che interessa anche 13 frazioni sparse, è complessa: il comune è sottoposto a severissimi vincoli ambientali, sorgeva tra due parchi nazionali, del Gran Sasso e dei Monti Sibillini, il personale tecnico addetto alla congruità degli interventi di edilizia privata e pubblica è insufficiente, i poco più di 200 abitanti stanno in altrettante casette che affronteranno il nuovo inverno, i lavori di smaltimento dei materiali che ingombrano le strade interne e di accesso sono stati nella quasi totalità revocati dalla Regione per via di irregolarità nelle concessioni e a causa della presenza di amianto la cui messa in sicurezza esige ditte e personale specializzato.

E che si siano succeduti due governi e tre commissari che invece di rimuovere le macerie hanno rimosso le responsabilità e gli obblighi non rincuora: è finita subito la stagione delle  visite pastorali. Le poche attività riprese  sono penalizzate dalle norme che impediscono l’accesso ad alcune agevolazioni fiscali. La semplificazione delle procedure e lo snellimento degli iter burocratici erano contenuti nelle disposizioni per il ponte di Genova, i criteri invece attendevano quella legge quadro nazionale sulla prevenzione dei terremoti e del dissesto idrogeologico. I tecnici che erano stati incaricati di sopralluoghi, della vigilanza sul rispetto di criteri e requisiti, allo scadere dei tre anni, potrebbero dover tornare ai loro uffici e nei luoghi di origine. Dove invece stanno perdendo la speranza di tornare i residenti.

E’ sufficiente guardare i numeri della Protezione Civile: su un totale di 2.509.040 tonnellate di macerie, un terzo deve essere ancora sgomberato.  Sono poche decine i cantieri che devono mettere mano a oltre 70 mila immobili colpiti. Sono quasi 8 mila le istanze per accedere ai fondi pubblici ma quelle accolte sono poco più di 2.700.

Eppure la frase che si sentì dire tre anni, continuamente ripetuta era : non vi lasceremo soli. A pensare che è meglio essere soli che male accompagnati sono  le decine di gruppi e associazioni che si sono costituite malgrado la precisa volontà di isolare e abbandonare i cittadini sia dimostrata dal fatto che le aree Sae ( quelle delle  soluzioni abitative di emergenza) non sono attrezzate con spazi aperti alla socializzazione, che le piazze non ci sono più, nelle poche scuole tirate su grazie alle raccolte di fondi si fa tutto, perfino le riunioni dei consigli comunali, che in tante comunità si vive ancora nei container, come a Tolentino, dove sono comuni i bagni, le cucine, ma non i posti per discutere e riprendersi le scelte della propria esistenza interrotta. A aiutarli i resistenti sono le Brigate di Soldarietà, insieme a organizzazioni spontanee che forniscono assistenza legale e tecnica.

A loro e alla vigilanza democratica, come si diceva una volta, dei cittadini si deve la battaglia condotta contro chi ha in mente un progetto di “rinascita e di valorizzazione” dei territori. Sono le multinazionali che con una mano fanno la loro carità pelosa contribuendo all’edificazione di supermercati e mangiatoie come mi è già capitato più volte di denunciare (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/05/01/non-bastava-il-terremoto-atterra-il-deltaplano/) con l’altra tentano di imporre le monocolture dei loro brand produttive a danno delle coltivazioni e produzioni locali. Sono quelle turistiche che si propongono di svuotare il cratere dei molesti abitanti che resistono per avviare la creazione di un parco tematico interregionale impostato sul turismo religioso combinato con quello gastronomico, grazie alla strada segnata dal norcino del Giglio, spacciando per prodotti esclusivi a chilometro zero e selezionati con cura, quelli che si trovano sugli scaffali della Coop, partner consolidato delle iniziative visionarie a tutte le latitudini.

Quando qualcuno mi accusa di essere una eterna scontenta e mi chiede cosa si dovrebbe fare per pensare e agire “altrimenti”, ben oltre il compassionevole umanitarismo che il licenziato dall’Interno ha suscitato, rispondo che la solidarietà deve svilupparsi a Lampedusa, all’Ilva di Taranto, a Chiatamone, davanti alle fabbriche dove ogni giorno cade un lavoratore per mano del crimine padronale, vittime che non sono contemplate nei punti programmatici del governo in fieri. E là, a Arquata, Castelluccio, Norcia, Amatrice, nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio governato da uno dei leader che stanno confezionando la nuova coalizione dalla quale dobbiamo aspettarci vecchi oltraggi e consolidata indifferenza.

 

 

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