marks-spencer-293324_tnLa xenofobia stracciona e invelenita, l’accattonaggio molesto di grossolanità a buon mercato, esce rumoreggiando dalla pentola di fagioli italiana non appena trova uno spiraglio o un alibi per presentarsi come decente e giustificata. Così apriti cielo quando è arrivata la notizia che una cassiera islamica di un grande e noto magazzino londinese si è rifiutata di battere lo scontrino per una bottiglia di champagne perché la religione le impediva non solo di assumere alcol, ma anche di distribuirlo. Come è facile immaginare si tratta di un espediente furbetto della cassiera per farsi cambiare settore, visto che in una sola giornata e per giunta sotto natale, gli acquisti di vini, birre, liquori e carni di maiale in varia foggia riguardano praticamente ogni singolo cliente.

Però devo dire di avere un interesse modesto per tutta la bella gente che si sente vittima dell’immigrazione dai Paesi islamici, che reclama le mitragliatrici per fermarla e che magari per fare tombola (siamo pur sempre sotto le feste) è disposta a credere che tutto questo faccia parte di un complotto pluto giudaico. E’ interessante invece dal punto di vista civile e antropologico, che nessuno, di fronte all’episodio della cassiera, abbia realizzato che la stessa cosa accade da noi in maniera assai più clamorosa, frequente e importante: che per esempio esista un’orda di medici obiettori che rifiutano un servizio dovuto in nome di credenze religiose personali, a volte vere, molto più spesso presunte a fine di carriera. La cosa è esattamente la stessa, ma grazie al nostro occhio di rana sociale, non ci accorgiamo di questa equivalenza perché la diserzione medica dalle leggi dello stato, avviene nell’ambito di ciò a cui siamo abituati, di una religione con la quale siamo inevitabilmente venuti a contatto e che molti conservano come un piccolo capitale consolatorio per la vecchiaia. Mentre il contatto con credenze diverse ed estranee, ci colpisce immediatamente portandoci a gracidare.

Ma ben venga l’episodio della cassiera islamica, se introducendo un elemento alieno che attrae l’attenzione, ci mette di fronte alla constatazione che le modalità sociali e la democrazia stessa devono necessariamente prescindere dalla e dalle religioni se non vogliono essere soffocate dall’intolleranza e dalla progressiva erosione del pluralismo. L’etica pubblica poiché deve unire i cittadini in quanto tali e in quanto tali portatori di diritti,  non può avere verità assolute oltre a quella della dialettica sociale e non può resistere alla commistione con presunti depositari di leggi divine. Queste stesse del resto, quando non siano semplici reperti di regole igienico sanitarie espresse secondo le forme arcaiche, sono impossibili da tradurre nella realtà e spesso, se non sempre, si trasformano in ipocrisia o strumenti di potere o in forme di oppiacea credulità.

Questo naturalmente non vuol dire che i valori espressi nelle religioni non possano avere un loro spazio pubblico, ma appunto come valori mediati e depurati dalle verità assolute e dagli dei, tradotti in termini di forma sociale e non di smercio di un Sacro a buon mercato ad uso del potere di clan, assetti sacerdotali o classi dominanti. L’etica vera è valida in sé, per ciò che esprime nella convivenza e negli assetti del vivere sociale, non quella che ha bisogno di dettature ultraterrene. Anche quando le istituzioni sono così svuotate di senso e di progetto che si è tentati di dare ascolto alle facili e retoriche elemosine di uguaglianza.