terra_fuochi_agricolturaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio come nella Russia di Putin, pare che anche da noi qualsiasi problema imponga misure ed interventi di ordine pubblico.  Anche la politica, si sa, se funzionari del maggiore, anzi unico, come loro stessi rivendicano, partito italiano, minacciati da contestatori, magari un po’ troppo intemperanti, invece – come si faceva un tempo – di praticare il dialogo, si limitano a chiamare la polizia perché traduca in questura i malviventi, che certamente i disoccupati “vivono male”.

Ormai sono così anche alcune pretese scienze: l’economia, intenta a organizzare eserciti di schiavi ordinatamente mobili, pronti a spostarsi senza proteste e senza farsi notare, per ubbidire a ristrutturazioni, delocalizzazioni, fruttuose ricerche di profittevoli risparmi di un padronato dispotico e onnipotente. O l’urbanistica sempre più indirizzata a organizzare gerarchicamente la città, in modo da separare secondo regole autoritarie e dispositivi dissuasivi e repressivi i pochi ricchi dai molti poveri sempre più numerosi e sempre più disperati.

E ci voleva poco a immaginare che con impegno bipartisan le larghe intese pensassero di persuaderci che il contrasto al brand criminale più ghiotto del paese, il più velenoso e contagioso, si può esercitare con un bel decreto legge che introduce nell’ordinamento il reato di combustione dei rifiuti e come? Ma usando i  militari. E a che scopo? Oltre che per riconquistare la fiducia dei cittadini di quei luoghi, come twitta enfaticamente il Ministro Orlando, per procedere a una perimetrazione delle aree  interessate in vista di una augurabile ma remota “bonifica”

Si non ci aspettavamo niente di meglio e niente di più, se ormai le strade per la rimozione di premier disdicevoli, rifiuti e problemi insoluti ci vogliono la magistratura o l’esercito o magari tutti e due, auspicati anche per sedare e far tacere la critica.

È ormai banale osservare come il nutrimento delle emergenze sia diventata un sistema di governo, si lasciano incancrenire i problemi in modo che diventino crisi, nel cui seno si stringono alleanze opache, patti scellerati, si scambiano favori tossici che fanno circolare veleni in tutta la società: corruzione, clientelismo, in attesa dell’apoteosi, la dichiarazione di emergenza nella quale annegano territori, legalità,  democrazia, soffocati da decretazioni speciali,  nomine dispotiche di onnipotenti commissari, misure così eccezionali da aggirare controlli di spese, procedure di appalto, vigilanza e verifica dell’efficacia.

Tanto l’importante è non fare, non risolvere problemi, lasciar crollare il Colosseo per darlo in affidamento al mecenate del mocassino, permettere che i rifiuti si accumulino di discariche abusive, per poi mettere il moto il meccanismo perverso dell’export, dei pellegrinaggi delle scorie, core business della malavita, consentire lo smantellamento delle leggi e degli accordi in materia di relazioni industriali e sindacali, così che sia più facile e legittimo licenziare o de localizzare secondo il regime dell’economia informale, togliere fondi alla scuola pubblica, o accorciarla come suggerisce la first lady, per favorire quella privata e la sua funzione di allenamento di una classe dirigente sempre più separata dalla realtà, incompetente e arrogante.

Quella stessa che ha seppellito nella Campania Felix  i veleni dell’Acna di Cengio, probabilmente quellidell’Enichem, quasi certamente quelli della Farmoplant, come ci ha raccontato il pentito Vassallo, più informato, è ovvio del governo, che aspetta il suo censimento per sapere che sono oltre duecento i terreni  gravidi di veleni, con un livello di inquinamento che si estende alle falde acquifere per 2 mila ettari, là dove da decenni il paesaggio è mutato, punteggiato dalle bandierine delle battaglie contro la salute, l’ambiente, il paesaggio, quelle delle discariche, una ogni mille abitanti, 40 in un solo chilometro quadrato, 15 milioni di rifiuti solidi urbani interrati.

Un altro governo, solo ultimo in ordine di tempo, che twitta di ripristino della legalità e di ambiente come ricchezza, ma  razzola tra punibilità e esercito, riducendo a ciance retoriche  le misure praticabili e profittevoli di un ciclo «virtuoso» dei rifiuti: riduzione alla fonte, promozione del riuso, raccolta differenziata spinta, compostaggio – domestico, in impianti o in fattoria – della frazione organica; impianti per il recupero degli imballaggi; revamping degli impianti per la separazione, trattamento e recupero della frazione indifferenziata, insomma i tanti accorgimenti e i tanti processi che in paesi non soggiogati da politiche criminali, legali o no, hanno davvero convertito quello che buttiamo in risorsa.

No, non si restituisce così la felicità alla Campania.