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Roma, fuochi artificiali

imm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certi falò sono a orologeria come certi attentati, per far capire chi comanda e per persuadere tutti della obbligatorietà di ricorrere a soluzioni indesiderabili.
Mentre c’è un fervido accanimento nel dipingere la Raggi affacciata al balcone del Campidoglio che suona la lira contemplando l’incendio di Roma, mentre le tifoserie si combattono a colpi di responsabilità del passato e dell’oggi, all’appello manca un soggetto che non c’è più o forse c’è, che ha cambiato nome, che prima era quello che aveva più competenze e più funzioni di programmazione e coordinamento nella gestione dei rifiuti: le province.
Abolite? No, a essere aboliti sono stati gli elettori: nelle varie scadenze per il rinnovo dei nuovi istituti, grazie alla riforma Delrio, a votare non sono stati i cittadini residenti ma i consiglieri comunali e i sindaci.
Abolite? No, aboliti sono i quattrini per lo svolgimento delle funzioni. La riforma Delrio ha saccheggiato i fondi dell’istituzione cancellata per finta, che scarseggiano per le mansioni ancora previste: viabilità, edilizia scolastica, ambiente. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto, quelli per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%.
Abolite? Macché, oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. Aboliti semmai sono gli effettivi della polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, passati da circa 2700 a meno di 700.
Abolite? No, l’istituzione resta vegeta ma morta, insieme ai “costi della politica” per citare una formula non più in voga nemmeno presso il governo in carica. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro, ad esempio le Regioni a statuto speciale le hanno sì ridimensionate, creando però 60 Unioni comunali e quelle a statuto ordinario, vogliono fare lo stesso rivendicando aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali per 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi.
Da quando ne venne decisa la rottamazione, pronuba di quella del Senato secondo il disegno del piccolo bonaparte, mi sono convinta che se proprio si doveva chiudere un carrozzone, preferibile sarebbe stato tenersi quei sistemi territoriali, urbani, economici, sociali e, in parte, politici omogenei, e cassare invece le regioni e con esse quell’ideale aberrante di “federalismo” che ha affetto in forma bipartisan tutti i partiti e non solo la Lega, volto a favorire il trasferimento e spesso la duplicazione di compiti e attribuzioni e di conseguenza promuovere la moltiplicazione dei centri e dei gruppi di potere locali.
E infatti il continuo duellare dei contendenti: Comune di Roma, col pesante trascorso che ha ereditato e l’altrettanto pesante incapacità di oggi, Regione inadempiente ( Dal 2013 – anno di chiusura della discarica di Malagrotta, il piano regionale del Lazio non è stato ancora aggiornato e la Regione ammette di non riuscire ad accogliere le tonnellate di indifferenziato prodotte da cittadini e imprese) della quale abbiamo notizia solo per le reiterate candidature del presidente a tutte le poltrone e per l’altrettanto reiterata abitudine di contribuire al finanziamento di qualsiasi polpettone televisivo sia pure ambientato in Val d’Aosta, dimostra quanto sarebbe stato e sarebbe ancora nevralgico il ruolo delle province in ordine al controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente.
Con una dirigenza così non sorprende che a Roma si guardi come a una malata senza speranza di guarigione e che muore a poco a poco nel disincanto dei suoi abitanti, dimentica di aver sopportato ben altri incendi, ben altri Lanzichenecchi e pure i Barberini, ben altra la peste. E se non sorprende che l’unica attività imprenditoriale che abbia brillato per dinamismo e spirito di iniziativa sia stata quella malavitosa, non stupisce nemmeno la scarsa partecipazione dei cittadini, il disinteresse, che li accomuna alla politica, per un “decoro”, che sia qualcosa di più dell’idrante e del manganello da tirar fuori contro senzatetto di tutte le provenienze.
Non a caso se il Centro Italia è al di sotto della media nazionale (51,8%) per la raccolta differenziata, Roma precipita più giù ancora. Secondo l’Ispra, quando vediamo conferimenti impropri come frigoriferi, si vede che è carente anche l’educazione ambientale dei romani. Il che contribuirebbe a rendere irraggiungibili i traguardi ambiziosi del Piano regionale del Lazio.
Ma è qui che per usare un modo di dire romano, particolarmente adatto alla situazione, er più pulito c’ha la rogna. La chiusura epica di Malagrotta che dobbiamo al sindaco venuto da Marte, che forse la monnezza pensava di conferirla sul pianeta rosso, ha dato inizio alla fase dell’export, con i rifiuti fatti salire al Nord, interno ed estero, con costi pesantissimi per la collettività, mentre commissario prima, giunta 5stelle e Regione si contendevano il primato dell’incompetenza, dell’irresponsabilità e della inettitudine, quelle “doti” funzionali appunto all’allestimento dello stato di emergenza cui è doveroso rispondere con misure straordinarie, soggetti autoritari e elusione delle regole. Che si sa che il vuoto politico e decisionale lascia il posto appunto all’illegalità e al bastone senza carota.
La Loggia (Torino), Grosseto, Follo (Sp),Pomezia, Brescia, Viterbo, Fusina, Battipaglia, Angri, Corteleone, Ostra, Baranzate e Bovisasca ( in Lombardia sono stati 17 nel corso dell’anno e in Veneto dove da molti anni si moltiplicano i capannoni misteriosamente bruciati) la cartina degli incendi in impianti di trattamento e smaltimento fa vedere che sono equamente distribuiti sul nostro territorio e fa sospettare che la maggior parte serva a risolvere situazioni spinose, tanto più che, come ha denunciato Gianfranco Amendola, spesso sono collegati ad altre attività del settore che hanno subito o un’ispezione o un sequestro o un altro incendio e fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti che aspirano a approfittare del contributo economico erogato dai consorzi obbligatori di settore, grazie al quale le imprese “riceventi” possono trovare più conveniente incamerare il contributo e disfarsi in qualche modo del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione/smaltimento legale comporterebbero.
Ma è altrettanto probabile che il falò di Roma sia stato provvidenzialmente appiccato per indurre un ripensamento ragionevole sulla opportunità di fronteggiare l’emergenza con qualche tempestivo e confacente inceneritore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/11/17/politica-spazzatura/) caldeggiato tra l’altro dal socio di maggioranza della coalizione di governo, perorato tradizionalmente da Forza Italia, semanticamente riconvertito da esponenti Pd, che lo sdoganano chiamandolo termovalorizzatore e mettendo in luce i profittevoli benefici.
Si sa chi si scalda le mani a questo focherello, come ha sottolineato la Commissione Parlamentare Antimafia parlando di burattinai e di “consorterie armate” non solo di zolfanelli ben ammanigliate con imprese “legali” e figure di amministratori e politici che occhieggiano da dietro le quinte del casinò degli investimenti pubblici promessi per far pulizia (80 milioni stanziati; nel 2015 la Commissione ecomafie aveva denunciato lo sperpero di ben 785 milioni in bonifiche rivelatesi poi inutili, anzi dannose). Così quello che non è Terra dei Fuochi, lo può sempre diventare, a Milano, Roma, Marghera dove il sindaco la ritenuto opportuno smantellare l’Osservatorio Ambiente e Legalità, reo di aver denunciato insieme a comitati civici e sindacati il rischio che tutta l’area diventi un territorio di inceneritori e trattamento rifiuti, in mano al business delle ecomafie in una regione guidata dalla Lega “che si colloca al primo posto in Italia per il traffico illegale dei rifiuti”.

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Navigliatori di lungo corso

grattAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai non c’è politico e amministratore che  non voglia lasciare una indelebile impronta del suo passaggio, la sua piramide, il suo Leonardo, il suo ponticello, il suo scavo.

Il sindaco Sala ha scelto per questo la riapertura dei Navigli, sulla quale si erano espressi a larga maggioranza i milanesi attraverso un referendum. Era il 2011 e il sindaco Pisapia ne prese atto, commissionò uno studio ma visti i risultati fermò la radiosa visione di una Milano come Amsterdam (anche se in tanti, a cominciare da Dorfles, ricordarono che non si trattava di romantiche vie d’acqua, ma di pozze insalubri). Il fatto è che i lavori avrebbero richiesto almeno 10 anni, un investimento di più di 400 milioni, molte ricadute indesiderate sulla circolazione.

Sala invece non si arrende, ci tiene a passare alla storia, anzi alla storiella, ridimensionando il primitivo progetto e scoperchiando solo 5 aree:  Via Gioia partendo dalla Martesana per 800m (senza lambire la nuova area di Porta Nuova), via San Marco 200m, via Sforza in corrispondenza dell’Università, via Molino delle Armi intorno a piazza Vetra e infine Conca del Naviglio da via Marco d’Oggiono alla Darsena, con una spesa di “soli” 150 milioni.

Non dirò che 150 milioni potrebbero trovare migliore destinazione in attività di manutenzione di varie tipologie di aree urbane, nella valorizzazione di parchi e giardini, nel recupero di immobili per far fronte alla richiesta abitativa popolare.

E’ che in città d’arte, in metropoli come in centri minori, da tempo cittadini e studiosi  hanno imparato a diffidare di questi spot da propaganda elettorale perenne (il sindaco meneghino dichiara apertamente di volerne fare il marchio simbolico della sua campagna per un secondo mandato), estemporanei e occasionali, che si sviluppano senza un piano e un progetto che tenga conto del rapporto costi e benefici, degli effetti sulla mobilità urbana, del reale contributo ai valori di appartenenza e identità di una città e di arricchimento sociale per i suoi abitanti. A Roma abbiamo assistito alla riduzione del grande progetto di creazione della più vasta area archeologica all’interno di una città alla  pedonalizzazione incompleta di una parte di Via dei Fori Imperiali, ad uso, si direbbe, dei lavori, quelli si faraonici per spesa, durata e megalomania corruttiva, della Metro.

Il sindaco dell’Expò  ( pende ancora sul suo capo una indagine per  abuso d’ufficio per aver creato un vantaggio a un società, la Mantovani spa (si, quella che appare e scompare nelle varie inchieste sulle Grandi Opere) grazie all’affidamento opaco dell’appalto per la fornitura di 6mila alberi per un importo di 4,3 milioni, e oggi impegnato a trovare una sistemazione per postuma per il sito del suo Bal Excelsior, con l’irragionevole trasferimento degli studenti della Statale da una zona viva a un deserto); il sindaco dell’operazione “Mind”  ( 510 mila metri quadrati di nuovi edifici, che ospiteranno 40 mila utenti, per un progetto da 2 miliardi di euro, destinati quasi esclusivamente al  terziario (200 mila mq), da offrire a grandi aziende come Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm,  e 63 mila mq di cui 9 mila senior living, cioè residenze di altissimo livello e 16 mila mq di spazi commerciali, ma senza grande distribuzione, e 7 mila mq di hotel, il tutto  gestito dai privati di Lend Lease insieme alla società pubblica proprietaria delle aree, Arexpo) ; il sindaco dell’operazione “stazioni” ( sette grandi aree delle Ferrovie dello Stato (scali Farini, Romana, Porta Genova, Lambrate, Greco Breda, Rogoredo, San Cristoforo), per oltre 1 milione di metri quadrati, saranno riprogettate, grazie a una intesa  con il fondo anglosassone Olimpia investment fund per la realizzazione di edifici per 674 mila metri quadrati, meno di un terzo dovrebbe essere destinato a edilizia convenzionata, per il resto speculazione immobiliare: residenze, uffici, aree commerciali, grazie a un  indice edificatorio altissimo, più dello 0,8 che farà piovere su Milano un diluvio di cemento e 500 milioni di euro nelle casse delle Ferrovie);  ecco quel sindaco con ogni sua scelta denuncia la sua immagine di città.

La Milano che vogliono i suoi padroni esteri e nazionali (sempre gli stessi, cordate eccellenti che entrano e escono dalle porte girevoli dai grandi appalti e pure dei tribunali, come uno dei suoi finanziatori elettorali. Parnasi, a dimostrazione che certe amicizie valgono nella capitale infetta come in quella morale) è una Gran Milan senza più milanesi, come e più di come si vuole succeda quasi ovunque, dal Centro Italia del dopo sisma, a Venezia, a Firenze. Basta pensare che in controtendenza col resto del mondo il futuro skyline della città è irto di grattacieli: quello di 26 piani che prenderà il posto della torre Inps di via Melchiorre Gioia della Coima di Manfredi Catella, immobiliarista  cresciuto all’ombra di Ligresti, che alla guida dell’Hines, poi girata al fondo sovrano dle Qatar,  aveva già realizzato la riqualificazione dell’area di Porta Nuova con il Bosco Verticale e la Unicredit Tower,  quello che si prevede sorgerà a Santa Giulia grazie al progettone della società Lend Lease che dovrebbe completare i lotti Nord:  50 per cento residenziale di lusso, il resto terziario e alberghiero, affidati inizialmente a un’archistar Norman Foster.

Non si può che apprezzare il gesto plateale di un’altra vedette dell’architettura, Piano, che  ha sbattuto la porta (“Non sono certamente il garante di uno shopping center con un parco divertimenti”) in corso d’opera dopo aver firmato il primo progetto per l’Area Falk di Sesto San Giovanni, chiamato “Città della salute e della ricerca”, perché qui dovevano essere edificate le nuove sedi dell’Istituto neurologico Besta e dell’Istituto dei tumori: spesa 480 milioni (328 li mette la Regione, 40 lo Stato, 80 i privati) e affidato alla società  Milano Sesto dell’immobiliarista Davide Bizzi, insieme al gruppo arabo Fawaz Abdulaziz Alhokair. Anche là a parte i due nosocomi tutto il resto dell’area sarà occupato da solito terziario, residenziale di prestigio e centri commerciali.

Non potendo dire “e allora il Pd” saldamente al governo, possiamo dire però “e allora Pisapia”, che questo disegno di “valorizzazione” della città lo ha facilitato e sponsorizzato con tenacia, in continuità con l’empia gestione Moratti a  cominciare dall’adozione frettolosa del un Piano di Governo del Territorio e del Piano delle Regole, opaco e non partecipato come quello sottoscritto dalla giunta precedente, o dal “rendering” della zona dell’Idroscalo promossa a Central Park di rito ambrosiano, o dall’apertura della Darsena  costata già 40 milioni e che avrebbero dovuto portare in barca all’Expò i visitatori, ma che, strada facendo, si è trasformata in una fogna per raccogliere gli scoli dei padiglioni, e soprattutto da scelte di fondo  che hanno confermato la tendenza a un dualismo produttivo-residenziale che separa  il centro consegnato alla finanza immobiliare, dall’hinterland metropolitano,   segnalando  una ulteriore perdita di popolazione a Milano (-4,26%) e una crescita robusta della cintura (+8,99%) e  generando crescenti movimenti pendolari.

Ecco come si sta allestendo la Gran Milàn di domani: il  parco tematico di una città al servizio delle sedi di multinazionali, un territorio a disposizione delle scorrerie degli speculatori immobiliari, un laboratorio dove perfezionare il sistema di espropriazione del bene comune e della residenzialità degli abitanti, per consegnarli a investitori stranieri, dove quel che resta di memoria e identità in sui riconoscersi diventa dehors, location, passerella modaiola per un turismo di manager e centro commerciale a cielo aperto per sceicchi, per i creativi, i fighetti, le modelle e la neo-intellighenzia che non ha conosciuto il Giamaica e nemmeno Brera ridotta a jukebox per fare cassa.

Nel rivendicare le differenze con Roma  (bella gara: i risultati dell’Arpa parlano di una Terra dei fuochi meneghina, si susseguono gli incendi dolosi in centri di raccolta e smaltimento, per via dello smog e a causa dello sforamento del Pm10 si è dato fondo al  il bonus europeo, il Comune ha dovuto attivare una centralina  per il monitoraggio delle buche, non è stata prevista una rete di accoglienza per gli almeno  900  migranti che resteranno fuori dai centri  della città ( sabato chiude anche il Corelli) e che non avranno la possibilità di ottenere la protezione umanitaria e non potranno più essere accolti nell’ambito dello Sprar, MM, la società delle metropolitane milanesi ha accertato che sono più di 50.000 gli occupanti abusivi delle case popolari, mentre non può quantificare quelli sfuggiti al monitoraggio, preda del racket degli alloggi che ricatta e strozza italiani e stranieri), Sala ha proclamato che con il suo progetto Navigli, una vera e propria rivoluzione,  ha voluto dare inizio al tempo dell’orgoglio. Bisognerebbe non rieleggerlo non fosse altro che per l’abuso di quelle due parole che parlano di dignità e libertà.

 

 


Le Olimpiadi della mazzetta

Presentazione di PowerPointAnna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ho la tentazione di copiarmi, di fare copia incolla con post del passato su vicende che, come sempre succede non hanno insegnato nulla ai posteri. In questo caso potrei riprendere solo cambiando il nome della città, quelli scritti per motivare il fermo no alle Olimpiadi a Roma di tutti quelli che avevano e hanno a cuore la tutela del territorio da speculazioni e da opere e eventi che hanno come unico fine promuovere corruzione e malaffare a spese dei cittadini.

In realtà mi sbaglierei perché su questo argomento le lezioni della storia anche recente hanno insegnato qualcosa, ma non a tutti. Ad esempio Calgary nei giorni scorsi, con una disposizione della sua amministrazione comunale ha deciso di ritirare la sua candidatura  ad ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, ratificando il risultato di un referendum consultivo in occasione del quale il 56% dei votanti ha bocciato la proposta. I fautori del no, contro una campagna pressante condotta dallo stesso sindaco, hanno motivato il loro dissenso dimostrando semplicemente che gli investimenti necessari, sottratti a altre voci fondamentali (salvaguardia dell’ambiente, assistenza, istruzione) del bilancio del comune, sarebbero stati in massima parte finanziati  da un aumento delle imposte di famiglia per i prossimi 25 anni. Ed anche rendendo noto che già in fase preparatoria il budget per sostenere la designazione è stato del 600%.

Insomma le motivazioni erano le stesse che originarono l’opposizione di monti e della giunta Raggi, e che  avrebbero dovuto dissuadere altri potenziali candidati insieme a qualche elementare constatazione: la  scia di opere incompiute – basti citare la Città dello sport a Tor Vergata, con due relitti che dovevano essere finiti per i Mondiali di nuoto del 2009–o che si sono dilatate oltre ogni pessimistico pronostico di tempi e di costi che resta dopo giandi eventi sportivi, il dato che per onorare i suoi impegni con gli organizzatori delle Olimpiadi, lo stato di Rio de Janeiro è stato costretto a tagliare le spese per servizi e salari dichiarando lo stato di “pubblica calamità”, come accade in caso di terremoto o inondazioni e rivelando che  si era arrivati al “totale collasso della sicurezza pubblica, della salute, dell’istruzione, della mobilità e della gestione ambientale”, o che la Russia per Sochi ha speso  50 miliardi, o che  Montreal ci ha messo più di 30 anni per pagare i debiti e ancora soffre per gli impianti costruiti e mai più utilizzati, compreso lo Stadio Olimpico finito di pagare nel 2006 ma attualmente senza padrone, ridotto a archeologia monumentale, o che Tokyo ha visto lievitarei costi  da 7,3 miliardi iniziali ai 30 miliardi di dollari attuali. Ed è misericordioso tacere sui giochi di Torino, sugli edifici compreso il villaggio olimpico da145 milioni, ridotti a ricetto di criminalità, sulle piste che avevano obbligato al disboscamento e alla  cementificazione del paesaggio montano e che ora spiccano come scheletri abbandonati a damnatio memoriae della hybris nostrana.

Macché. Un giorno fa il tandem  Milano-Cortina ha presentato il progetto di candidatura all’Olimpiade invernale 2026  davanti ai membri dell’Anoc, l’assemblea dei Comitati Olimpici Nazionali. Venti minuti con gli occhi addosso, scrive il Corriere esultante e palpitante, per cominciare a convincere chi materialmente a giugno 2019 voterà la città olimpica della bontà del dossier italiano rispetto a quello della concorrente Stoccolma. Sul palco si sono alternati il presidente del Coni, il sindaco di Milano, il governatore del Veneto e Arianna Fontana,  fuoriclasse nostrana dello short track, in qualità di gentile ambasciatrice. Nel menù anche un filmato che sottolinea le eccellenze del Lombardo-Veneto (e non solo) e il logo della candidatura, che inevitabilmente cita il Duomo e le Dolomiti.  Il prossimo passaggio sarà la presentazione del masterplan, incluse le garanzie finanziarie, a Losanna l’11 gennaio.

Tutto fa pensare che se una iniziativa parte in perdita, ma ci si impegna per realizzarla contro buonsenso e interesse generale, qualcuno conta, da quello spreco, di guadagnarci.

Presto detto, lo si doveva alla capitale morale, forte dell’esperienza dell’Expo, dimentica che quel ballo excelsior  è stato il laboratorio delle più famigerate misure antisociali e antiecologiche, sottoposto a commissariamenti e controlli delle autorità anticorruzione impotenti che hanno dovuto digerire malaffare e infiltrazioni mafiose dimostrate in nome dell’equivoco più illegale imposto dalle leggi, e cioè che si trattava di un’opera di interesse generale che non si poteva né doveva fermare, rendendo una serie di irregolarità e reati, legittimi e autorizzati. Un principio quello che paghiamo e pagheremo caro, digerendo tav/triv/mose/ magari ponte sullo Stretto? grazie alle minacce del racket del cemento e alle intimidazioni della cosca delle penali davanti alle quali il governo piega la testa.

Presto detto, lo si doveva alla regione che vanta una serie di primati di efficienza, come nel settore dei rifiuti o in quello dell’assistenza sanitaria, come si evince da recenti casi di cronaca, per non dire dei record di consumo del suolo, secondo i dati dell’Ispra e della stessa regione:  Veneto, e nel dettaglio Verona, maglia nera nella classifica del suolo consumato nel 2017, con 1.134 ettari consumati in un anno e una percentuale di incremento pari allo 0,50%, superficie più colpita dalla cementificazione e impermeabilizzazione del territorio, doppiando la media nazionale.

L’accordo tra i due partner potrebbe fare da motore e esempio costruttivo, è il caso di dirlo, a ben più alte future alleanze. E c’è da preoccuparsi pensando a quale ideologia si ispira il governo di Milano, una città bevuta e ubriaca dei fumi di una visione megalomane che un grande urbanista, toccato dalle conseguenze delle olimpiadi barcellonesi del ’92 chiama   “necrourbanismo”, specializzato  cioè nel generare spazi vivi per il capitale e per la circolazione delle merci, mentre in cambio condanna alla morte, depreda, manomette tutti gli spazi pubblici, di convivialità, di reciprocità, di socialità. O il governo del Veneto, che, tanto per far presto a definirlo, si ispira al modello Benetton, all’occupazione cioè del sistema economico e sociale  attraverso un gioco di scatole cinesi in modo che un padronato locale spregiudicato al servizio di un ceto sovranazionale in regime di monopolio, occupi e si impossessi con manovre speculative dei gangli vitali: spazi comuni compresi i luoghi della produzione culturale, immobili pubblici espropriati e svenduti,  appalti e concessioni, territori, strade, stazioni, editoria e, tanto per non andare lontani, anche lo sport con il sostegno a candidature del passato fortunatamente tramontate e con la partecipazione in squadre di basket e rugby, oltre a quella nella competizione più praticata, lo sfruttamento dei poveracci in patria e altrove.

C’è davvero da preoccuparsi perché è possibile che queste Olimpiadi che nessuno vuole, le concedano proprio a noi, ridotti a hangar, trampolini di lancio, basi militari dove conservare le porcherie che posti e popoli rifiutano, mesta espressione geografica ridotta in stato di servitù, che come le vecchie contesse in miseria si vende i gioielli per comprarsi i pennacchi da inalberare alla prima della Scala.


Un Paese Pattumiera

paesedisc Anna Lombroso per il Simplicissimus 

Se ogni tanto viene da dire povero Paese, oggi possiamo dirlo due volte. Si chiama Paese infatti una località della pingue e godereccia Marca trevigiana ma che da anni è condannata a fare da pattumiera al Veneto, oggi alla ribalta per un fatto di cronaca che più nera e avvelenata non potrebbe essere: il sequestro di una cava dismessa al cui interno sono state rinvenute circa 200 mila tonnellate di rifiuti pericolosi trattati come “normali”.  Contaminati da rame, nichel, piombo, selenio e amianto, i materiali venivano diluiti con terre, calce, cemento eccetera per declassarli da pericolosi a speciali, quindi, con ulteriori miscelazioni, diventavano ‘ufficialmente’ inerti e   immessi sul mercato come materiali da costruzione, da impiegare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. Tanto che i giornali locali titolavano ieri “serpentoni di Tir carichi di scarti, una dozzina di case e 7 morti di cancro”.

Ancora una volta non si potrà dire che non si sapeva.

Che non si sapeva quello che aveva denunciato l’Arpav e che aveva fatto scaturire sei anni fa un’indagine della Procura:  centinaia di documenti, sette enti coinvolti, quattro diffide, la segnalazione di almeno  2.500 camion a scaricare rifiuti alla cava Campagnole, l’accertamento che nel sito di via Veccelli, incastrato tra i due stabilimenti della San Benedetto, in mezzo a almeno 50 mila metri cubi di rifiuti, ce n’erano almeno 5 mila contenenti amianto.

Che non si sapeva che  quei 5.000 metri cubi di rifiuti, suddivisi in ben tre lotti, due dei quali erano già sottoposti a sequestro penale dai Carabinieri forestali su mandato della Procura della Repubblica di Venezia, sequestri avvenuti per il primo lotto a ottobre 2015, per il secondo lotto a maggio 2016. Che non si sapeva quello che invece  sapevano bene i Carabinieri Forestali che lo avevano segnalato alla Provincia e alla Regione: l’arrivo spesso effettuato col favore delle tenebre di migliaia di camion coi loro carichi sospetti.

Che non si sapeva che dal maggio 2017 era stata avviata una indagine della Procura distrettuale antimafia, per individuare quali burattinai muovessero le file del traffico di veleni.

Eppure il Comune nel 2012, aveva segnalato la presenza di rifiuti, forse contenenti amianto e trasportati illecitamente proprio là, da due ditte, la Canzian e la Cosmo Ambiente che per questo verranno diffidate dalla Regione, facendo scattare quel primo sequestro, cui però non seguirà nulla per quattro anni. Finché nel 2016, la Regione si ricorda di quel provvedimento, si sorprende che non sia stato rispettato e ne trasmette un secondo al quale la ditta Canzian risponde che i materiali erano  stati rimossi, ma magicamente ne erano arrivati altri. Non tutti ci credono anche se alcuni autorevoli esponenti del governo regionale si lasciano andare al più fiducioso ottimismo e dichiarano alla stampa locale che i rifiuti nella discarica “potevano stare in un pacchetto di sigarette”,  forse senza la scritta sui rischi per la salute. E parte così una terza diffida che  ha come effetto altre indagini dell’Arpav e della Forestale quelle che culminano nelle rivelazioni e negli interventi di questi giorni.

Eppure il Comune, si, proprio il soggetto che aveva lanciato i primi allarmi, prende lo  scorso anno l’iniziativa di stipulare una intesa, “l’accordo cave”, proprio con la Canzian e la Cosmo Ambiente, che applica una variante al Pat, il Piano di assetto del Territorio, grazie alla quale viene cambiata la destinazione d’uso della zona autorizzando i partner privati, come recita la delibera in merito,  “ad urbanizzare parte della cava per realizzare un insediamento produttivo”. Con conseguente licenza, è ovvio, a  stendere un bello strato di cemento per seppellire l’incomodo passato.

Pare che tutto quello che non è Terra dei fuochi possa diventarlo. In questo caso si è evitato forse appena in tempo che succeda quello che è successo solo l’anno scorso in tante parti: a Grosseto, Follo, Pomezia, La Loggia, Pomezia, Bedizzole, Fusina, Malagrotta, Battipaglia, Angri, da nord a sud, dove fiamme purificatrici hanno “risolto”  situazioni divenute ingombranti o pericolose per le stesse imprese andate a fuoco, spesso immediatamente successive a ispezioni o sequestri  che fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti. Perlopiù all’origine degli “incidenti” c’è  la convenienza delle imprese che ricevono i contributi erogati dai consorzi obbligatori di settore  a incamerarli,  disfacendosi del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione o lo smaltimento legale comporterebbero. Secondo i dati dell’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente, in Veneto sono stati accertati 171 reati nel settore dei rifiuti, che hanno portato all’arresto di 7 soggetti e alla denuncia di 323. Treviso appare la provincia più colpita, seguita da Venezia e Verona.

Con il tentativo di seppellire le magagne di Paese, si finisce per seppellire anche la leggenda del Nordest produttivo, dei suoi distretti all’avanguardia per knowhow, innovazione, sperimentazione. Già da tempo la narrazione mostrava le sue falle, quando  il trasferimento di tecnologie di è ridotto a delocalizzazioni in cerca di paradisi dove trovare manodopera a minor prezzo e dove inquinare più liberamente grazie a un’Europa a due velocità ambientali che ha permesso standard più indulgenti ai nuovi entrati. Quando in Slovenia, in Croazia, e altrove gli operai locali hanno appreso la lezione, si sono messi in proprio sfruttando le loro risorse e la loro imprenditorialità. Quando il Made in Italy ha perso il suo appeal perché i padroni hanno smesso di investire in brevetti, in creatività e pure in sicurezza, preferendo aspettare i profitti davanti alla roulette del casinò finanziario. E da quando a rispettare le regole si passa per “mone”, a rispettare le stagioni e la natura e la terra del proprio territorio si passa  per stupidi, che  l’importante è partecipare al grande business del prosecco che ha conquistato i palati dei nuovi Michele l’intenditore di tutto il mondo e fa niente se nel retrogusto c’è l’amaro sapore dei pesticidi o se per incrementare le coltivazioni di sbancano i dolci colli e si strappano terreni ai boschi di una regione benedetta dalla dea fortuna e castigata dal demonio dell’avidità.

 


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