1-dante-dario-011Il malessere cresce, la povertà incombe, si temono ribellioni o ancora peggio la perdita di fede nei principi che stanno portando al disastro? La soluzione è semplice, addirittura “classica”: si trova un modo per far pensare che non sia il modello generale ad essere sbagliato, anzi è giustissimo, ma viene usato in maniera a volte scorretta, a volte inappropriata: così non è necessaria una risposta collettiva e dunque anche politica volta a cambiare le cose, ma tutto può essere risolto attraverso azioni individuali più consapevoli e tuttavia ben abbarbicate nella radice dell’infezione .

Ed è così che dal cilindro del liberismo made in Usa nasce l’idea delle B corporation, che naturalmente ha il suo bel protocollo e la sua relativa no – profit, la B lab, la quale si propone di creare “un movimento globale di imprenditori per utilizzare la potenza del business per risolvere i problemi sociali e ambientali”. B Lab aiuta questi imprenditori ad attirare  clienti, talenti e capitali e finora è riuscita a mettere insieme una comunità di 850 B Corporation che “lavorano per un obiettivo: ridefinire il successo negli affari”. E la cui filosofia è chiarissima:  “gli affari, la più potente forza dall’uomo sul pianeta, devono creare valore per la società, non solo per gli azionisti. Il movimento B Corp offre una concreta soluzione scalabile e basata sul mercato”

Non c’è bisogno di altro per comprendere che il business vero di questa iniziativa è vendere la grottesca idea che il mercato continui, nonostante i disastri e i massacri, ad essere l’unico strumento di regolazione possibile, che esso debba prevalere sugli stati, le leggi, la politica e che basta solo mitigarne qualche eccesso. Non ho dubbi che molte persone di buona volontà possano cadere in questa trappola, ma quando si va a vedere in cosa consista essere una B.corporation alla fine ci trova con quattro conchiglie vuote in mano e di quelle specie che navigano tra ovvietà e ambiguità: l’invito a donare in beneficenza il 10% dei profitti (magari tendendo più bassi i salari) o essere “più propensi” ad usare energie rinnovabili, a servirsi di fornitori di comunità a basso reddito ( ci credo) o a pagare almeno una parte dell’assicurazione sanitaria ai dipendenti, a dare qualche bonus anche ai manager che non sono nei consigli di amministrazione  e magari avere qualche donna e qualche nero o asiatico negli organismi di gestione. Insomma tutte cose generiche molte delle quali potrebbero fare dell’Ilva un’ eccellente B.Corporation (se consideriamo come beneficenza le ricche donazioni al sistema politico), tutte volte a dare un volto presentabile al profitto selvaggio e ai meccanismo di puro mercato.

Qualcuno si chiederà perché scrivo tutto questo: è per il fatto che purtroppo ho a che fare ogni santo giorno con una B.corporation  e non con una qualsiasi, con la più nota, la più ricca ( si parla di bilanci miliardari a livello di Google), che sembra davvero l’incarnazione dell’illusione di poter cambiare qualcosa senza cambiare nulla. Parlo della Change.org che quotidianamente mi viene proposta come raccoglitrice di decine, anzi centinaia di petizioni, avendo industrializzato questo “prodotto”. Ong, partiti, aziende pagano fior di quattrini per diffondere messaggi “sign and forget” dando l’impressione che tutti possano incidere sulla realtà. Naturalmente non è così: le presunte vittorie che la sezione italiana di B. corporation vanta, non sono affatto dovute alle firme ma a lotte sindacali (come quella dei pompieri per l’assistenza sanitaria) o a campagne di stampa, come nel caso Calderoli, oppure si tratta di vittorie fasulle come per il divieto delle grandi navi a Venezia che in realtà non c’è affatto: il sistema politico se ne frega altamente  delle mezze milionate di firme o anche delle milionate di voti, figurarsi di un maelstrom in cui confluiscono migliaia di petizioni, tra cui spiccano solo quelle promosse da personaggi già famosi e che per questo hanno eco nel sistema mediatico generale. Al massimo ci mette una pezzuola retorica e una ennesima presa in giro.

Naturalmente tutti i singoli sono in buona anzi in ottima fede, cercando come possono di cambiare qualcosa e lo sono presumibilmente anche i referenti italiani di Change.org, anche se si possono immaginare milioni di petizioni contro le stesse intenzioni delle B. Corporation, ma il fatto è che la filosofia di fondo è proprio quella di difendere lo statu quo in cui si trova il mondo, le sue costellazioni di potere e le sue logiche, di preservare da ogni cambiamento strutturale dando l’illusione di poter correggere gli errori di battitura senza intervenire sui concetti. Facendo nel contempo un ricco business. E crea nelle persone il miraggio di poter scavalcare l’impegno politico agendo nella propria individualità e separatezza. Esattamente ciò che il modello vuole facendo il poliziotto cattivo con i massacri sociali, la perdita di sovranità in favore di soggetti finanziari, la progressiva abolizione del welfare, dei diritti e il poliziotto buono quando sembra concedere a tutti la possibilità di intervenire, perché non rompano troppo i coglioni ben sapendo che l’efficacia di uno strumento ormai volutamente inflazionato è tendente allo zero se si escludono microproblemi locali.  La firma come diritto al mugugno, ma non certo per prendere in mano il proprio destino, come tavor dell’impegno civile. Grazie, ma preferisco non dormire.