1385716778512_primarie_pd_il_confronto_su_sky_tg24_videostill_1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede che quando scema l’interesse, lo sia riaccendo con qualche rito propiziatorio dell’attenzione. E cosa c’è di meglio per una televisione che non sa più produrre varietà  o grandi sceneggiati   del talent show, quello che aizza competizione, che nutre malevolenza e aggressività, che gioca a simulare un contesto guerreggiato.  E figuriamoci se non si tenta di fare audience oggi e l’8 dicembre con un duello anzi un triello.  Così tre immaginette, tre idealtipi   si ripartiscono le parti in commedia, contando su tre tifoserie ormai stanche e rassegnate, che nemmeno vanno più allo stadio e preferiscono il calcio su sky, spaparanzati sul divano come Andy Capp.

I tre come nei film americani agli albori dell’aziendalismo, e non potrebbe che essere così, si danno colpi bassi, a suon di domande cui l’antagonista evita accuratamente di rispondere, perché poi questo è lo spirito del tempo. Mica sono là per rispondere a domande o dare soluzioni, loro sono là per la loro ostensione mediatica, per mostrarsi, col fondo tinta e la divisa d’ordinanza, chi di una concretezza – rappresentata esemplarmente dalle politiche governative sulla semplificazione – fatta di rimozione degli ostacoli costituiti da regole, garanzie e diritti, chi di custode invece del più raffinato pragmatismo, più colto, più ragionato ma comunque rinunciatario della visione oltre che della costruzione di un modello “altro”, chi invece nei panni del bravo ragazzino che vuole buttar giù la costruzione  fatta col Lego, ma poi ha paura dei suoi stessi calci: adesso la lascio là, ma la prossima volta, invece vedrete che sconquasso.

Non spetta loro ascoltare o dare risposte, sono là per interpretare dei tipi italiani, per assomigliare ai loro elettorati non per rappresentarli. Perché dietro a questa immedesimazione, necessaria in tempi di egemonia mediatica, si coltivano le disuguaglianze per garantire la superiorità di chi è meno uguale degli altri e ha più diritto a diritti, certezze, privilegi, rendite di posizione, perché la rappresentanza per chiunque vincerà vuol dire essere là e testimoniare a nome di un ceto separato e garantito laddove nessuno di noi lo è più.

C’erano loro tre,  mancavano invece alcuni grandi assenti: il lavoro; la cultura, malgrado vaghi riferimenti a quei loro Pantheon, da Fonzie a Rilke, divinità altrettanto estemporanee in individui emblematicamente agnostici rispetto a conoscenza, bellezza, amore; i bisogni e le esistenze  della vita degli altri, la politica.  Tutti temi evocati sotto l’etichetta unificatrice di”riforme” necessarie e ineludibili, ai quali è dunque opportuno anzi indispensabile rinunciare e rimuovere per conseguire l’obiettivo comune: mantenere le cose come stanno, per restare dove si è, una bolla distante e protetta, che così deve essere la loro bella “politica”.

Degli inopportuni e fastidiosi bisogni della gente, compresa quella che ormai sta sbadigliando davanti alla Tv, si parla solo per dire che bisogna parlarne  così come della politica e del partito, diventato da “cosa” a “liquido” a “niente”, un prodotto artificiale uscito dal Lingotto, che aveva smesso appunto di essere una fabbrica, senza storia  e che assolutamente non vuole farla, senza passato e perciò incapace di futuro, senza presente perché è chiuso in una fortezza senza tempo e senza feritoie sulla realtà. Che non è un movimento, perché è inanimato da sogni, utopie, speranze, raggelato dalla momentanea eclissi dell’altro, quello che si condanna ma col quale ci si mette d’accordo, che fa paura ma si imita, che si dileggia tramite satira, ma si invidia.

Meno appetitosi che in Masterchef, meno pittoreschi che in Masterpiece, meno talentuosi che in X Factor, non vanno bene nemmeno per Ok il prezzo è giusto, che l’unico padrone possibile si è già comprato Dudù.