Quante volte l’abbiamo visto al cinema: il falso agente immobiliare che fa visitare case di persone in vacanza, momentaneamente vuote e in cambio di una mancia consistente promette loro di vendergliele a prezzo stracciato. Qualcosa di simile sta accadendo con la legge di stabilità: i beni pubblici, ossia dei cittadini, saranno venduti ai cittadini stessi, grazie ai loro risparmi postali.

Si tratta di uno dei tanti stratagemmi miserevoli con cui il governicchio Letta tenta di galleggiare sui conti, ma al contrario di ciò che avviene di solito, il meccanismo è semplice quasi al confine tra l’ingenuità e la sfacciataggine: per cavare soldi necessari a riempire le falle dei bilanci statali e locali, si vogliono vendere i beni pubblici, ma siccome nessuno è intenzionato a comprarli, ecco che mentre il Paese è distratto dalla decadenza di Berlusconi, viene varato un pacchetto di “norme che facilitano il processo di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico“ allargandolo a Regioni ed enti locali. La sostanza è che i beni pubblici potranno essere acquistati dalla Cassa depositi e prestiti, ossia con i soldi del risparmio postale degli italiani. I quali saranno costretti a ricomprare ciò che è già loro.

Naturalmente questa è soltanto una partita di giro per creare entrate puramente cartacee, ma attuate con valori da “svendo tutto”. I cittadini per il momento non si accorgeranno di nulla, ma in tutti i casi possibili saranno le vere e uniche vittime dell’operazione. Essi infatti si vedranno privati per una miseria di ciò che in futuro potrebbe essere rivenduto a molto dalla Cassa che ricordiamolo, appartiene al Tesoro, ma anche alle fondazioni bancarie: quindi l’operazione si risolverebbe in perdita netta e in definitiva in una sorta di tassazione occulta perché qualsiasi beneficio verrà assorbito da Stato, banche, Poste e advisor di ogni tipo. Se al contrario la Cdp non dovesse trovare acquirenti non avrà altra strada che rifarsi sulle condizioni di deposito postale. Infine, ipotizzando il peggio, è anche possibile che lo Stato, incalzato dal debito, sia costretto a togliere la garanzia ai depositi postali, cosa che peraltro è già accaduto in passato, sia pure in ambiti parziali e marginali.

Per questo nuovo ponte sulla via del disastro, lunedì scorso sono stati cooptati nel consiglio della Cassa depositi e prestiti, Piero Fassino, sindaco di una Torino con quasi 4 miliardi di debiti che finalmente può dire di avere una banca e per di più anche una bancarotta, il leghista Garavaglia a tutela degli altri debiti padani sparsi tra Milano e i comuni minori e il piddino ex democristiano Antonio Saitta, presidente dell’Unione Province italiane oltre che della provincia di Torino. Roba che nemmeno Silvio ai bei tempi.