proteste-egitto-1-770x513So pochissimo dell’Egitto e men che meno posso improvvisarmi esperto di questioni arabe e mediorientali, come invece riesce in pochi giorni ad illuminati giornalisti nostrani. Quindi non so affatto cosa stia succedendo laggiù e non posso azzardare previsioni, ipotesi, prospettive come chi la sa lunga. E tuttavia questo nuovo capovolgimento mette in luce tutta l’inadeguatezza delle analisi messe in campo in campo dai media mainstream dalla caduta dello zio di Ruby, alias Mubarack ad oggi.

La prima inadeguatezza deriva dalla superficialità e cecità con cui si è gridato alle primavere arabe, salvo destituirle di significato sei mesi dopo: è l’effetto collaterale di aver aver introiettato una visione del tempo ricalcata sull’ideologia liberista, che tende ad escludere l’idea di  lotta, sviluppo, evoluzione e dunque anche tutto quello che non sia just in time, che richieda tempi lunghi e sviluppi non lineari. Un modo di vedere ovvio in chi pensa che nulla possa davvero mutare e che anche i cambiamenti, le battaglie sociali del secolo scorso, non siano che spiacevoli deviazioni dall’unico assetto possibile. Dunque era fatale che si equivocasse ciò che avveniva altrove e lo si trasferisse sui binari delle discussioni aspeniane.

Su questo difetto di base si è poi innestata una sorta di autocensura grazie alla quale ciò che succedeva in Egitto o in Tunisia non era che un ghirigoro esotico di battaglie tra fazioni islamiche, poteri residui dei vecchi regimi, pressioni dall’esterno, capi religiosi e partiti nel quale era impossibile trovare un qualsiasi bandolo che avesse un senso.  L’autocensura è stata quella di non aver mai detto chiaramente e non solo di sfuggita che i cambiamenti sono stati messi in moto dalla crisi economica che colpisce l’Egitto con la stessa forza che altrove e che devasta le pochissime sicurezze acquisite sotto i regimi precedenti. Non era possibile equivocare: solo quest’anno in Egitto vi sono state una quarantina di grandi manifestazioni al giorno, quasi tutte per protestare contro le condizioni economiche e le mancate risposte del governo Morsi, ci sono stati circa 4000 scioperi e sono nati non meno 50 nuovi sindacati e centinaia di nuovi movimenti. Cancellare tutto tutto questo e ridurlo alla battaglia tra laici, esercito e Fratelli mussulmani, tra democrazia formale e vecchie tentazioni, significa semplicemente aver tolto l’humus nel quale crescono i cambiamenti.

E dico autocensura perché far sapere che altrove, sulla spinta della crisi c’è un’evoluzione democratica di base che per ora ha solo riflessi ambigui e contraddittori sui vertici e sulla classe dirigente, ma che lavora nel non visto della storia, è piuttosto imbarazzante per chi, sia pure in condizioni diverse, deve accreditare la narrativa unica del vertice e dei potenti. E’ un esempio diseducativo per il popolo. Tanto più che le forze armate fanno il golpe per le loro armi, i fratelli berlusconiani pregano Silvio akbar e non sanno che altro dire, i laici dispersi in mille rivoli giocano con il laser delle frasi fatte, mentre il Paese va alla malora. Possibile, dio non voglia, che ci si ritrovi con piazza San Giovanni piena e con la voglia di riprendersi la dignità.