george-soros-fund-managementAnna Lombroso per il Simplicissimus

Gliele canta chiare, accidenti, Letta all’Ue: “L’Ue non sia una gabbia, ma un aiuto per la crescita”. La priorità per il governo è “uscire dalla procedura di deficit eccessivo. Sarebbe un segnale importantissimo”. E ancora: “In tutti gli incontri avuti dal governo con le cancellerie europee, abbiamo illustrato la nostra natura europea ed europeista e il nostro fermissimo impegno di rispettare la disciplina della finanza pubblica”. E come? Ma ricercando nel “ quadro della finanza pubblica europea, non fuori e mai contro, spazi per la crescita e la creazione di posti di lavoro”.

Qualche giorno fa compariva su la Repubblica un’intervista a Soros, denigrato, invidiato, osannato, interpellato e ascoltato come volto prestato alla finanza, metamorfosi ormai sacra della speculazione fatta uomo.
Occorsio contro tutti i crismi e le buone pratiche della testata gli chiedeva stringente se non provasse imbarazzo e vergogna per essere stato un artefice della grande macchina speculativa che ha dato il via alla tenebra che stiamo attraversando. Imputandogli il declino italiano, quello della lira e ora quello dell’euro. È impressionante come piaccia – a chi ha abbracciato entusiasticamente l’ideologia e la prassi delle disuguaglianze, della deriva democratica, della reazione che impiega abilmente la crisi per ottenebrare volontà e cancellare diritti come ricorda proprio oggi il Simplicissimus a proposito delle tardive folgorazioni di qualche Nobel – evocare la presenza fantasmatica dei “mercati”, nella buona e nella cattiva sorte, interrogandoli come fossero divinità, chiamandoli in causa come spauracchi, adorandoli come totem.

L’intento è quello di scagionare un’economia morale, produttiva e reale, in sostanza “virtuosa”, contro l’aberrazione finanziaria, l’economia immorale e de-moralizzata, quella che agisce uno sfruttamento immateriale, più indiscriminato e arbitrario, facendo diventare più ricchi i già ricchi e più poveri i poveri, premiando una perversa “creatività” che non investe, non produce, non distribuisce più, negando gli effetti della manina benevola di Adam Smith, un po’ di quella polverina di benessere anche sui diseredati.

Eppure quanto era piaciuta anche ai recenti scultori del monumento funebre della Thatcher, l’irruzione e poi il primato della finanza, sconvolgente e creativa, ricca di possibilità esaltanti, quante aspettative erano state riposte in quella mutazione capitalistica, quante realistiche giustificazioni si sono date per i suoi effetti perversi, le instabilità, le iniquità, le devastazioni, interpretate come necessari costi imposti dal progresso e dalla storia, come fisiologiche distruzioni demiurgiche.
finisce così che Soros risulta essere più illuminato e progressivo dei variegati esponenti del partito dell’Europa, senza se e senza ma, autorevoli testate, partiti ben dotati di statuti ma senza elettori, ex sinistra senza popolo e che alle domande sul futuro dell’Italia risponde: “troppe tensioni gravano sul vostro Paese, con un effetto non secondario, una tragedia nella tragedia: tornano in auge Berlusconi e tutti gli euroscettici. Il problema è europeo. L’euro rischia non solo di affondare ma di trascinare con sé nel baratro la costruzione europea faticosamente portata avanti come unione fra eguali, che invece è diventata un braccio di ferro fra creditori e debitori, con i primi che impongono i loro dettami”.
E non a caso intervistano per avere lumi lo “speculatore”, chiedendogli un’autocertificazione di responsabilità e una confessione di immoralità, che i nostri progressisti non fanno, convinti che il costo che richiede la modernità sia ineluttabile, che in fondo l’arte ha avuto bisogno dei Medici, la cultura dei mecenati, ora sponsor, la scienza dell’industria e ora il nostro mondo globale dei Madoff.

Non vogliono accorgersi che dal cuore del Vecchio Mondo civilizzato, scendiamo agli inferi della schiavitù e del razzismo, le due facce della stessa barbarie, che si sviluppano dentro e fuori paesi sempre più isolati difensivi e offesi nell’illusoria unità della globalizzazione.
Invece qualcuno si è accorto che la mutazione del sistema rappresenta un’aggressione omicida dei popoli, della sovranità degli stati, del futuro, ma quindi anche una svolta suicida dell’economia, travolta dall’avidità insaziabile e dalla rapacità illimitata.
Si intorno e tra noi qualcuno se ne accorge, ma tra noi, nelle nostre periferie del pensiero e nella marginalità della ragione, che ai piani alti, nei giardini pensili del potere si cova ancora l’idea che il mostro si possa addomesticare e ammansire, in modo che sia mansueto e generoso con chi ha e sanguinario con chi non ha e non deve avere