526938_586731831339692_1602670608_nAnna Lombroso per il Simplicissimus

Voglio essere severa e comminerei un certo e congruo numero di anni di gulag agli spacciatori di parole e formule, che drogano potentemente, a mezzo instant book, tv e giornali, il pensiero comune. Sei anni alla “casta”, quindici per “società civile”, ergastolo per “inciucio”. Voglio essere severa perché queste pozioni tossiche hanno l’effetto di creare assuefazione a quello che sta dietro alla formula chimica, di addomesticare lo scandalo per le materie prime che la compongono e che dovremmo combattere: ipocrisia, arroganza, affiliazione, dileggio della democrazia, impoverimento dei legami di solidarietà e disprezzo delle regole.
Wikipedia segna nel 28 ottobre 1995 la data dell’irruzione della parola “inciucio” sulla scena politica: il giornalista Mino Fuccillo la mette in bocca o ne riferisce nel contesto di un’intervista a Massimo D’Alema, per la Repubblica. Il termine, onomatopeico, inciucio deriva dall’espressione dialettale napoletana ‘nciucio che significa spettegolare parlando fitto ed a bassa voce: ciu ciu ciu. Ma grazie all’impenitente D’Alema da allora sta ad indicare, nel gergo politico-giornalistico – un accordo sottobanco, un compromesso riservato tra fazioni formalmente avversarie, ma che in realtà attuano, anche con mezzi ed intenti poco leciti, una logica di spartizione del potere.

Per estensione, in tempi di critica esercitata con la bava alla bocca, di primato dell’invettiva, di egemonia della rovente accusa, di superiorità della fiera presa di posizione, di implacabile esigenza di gesti penitenziale dimostrativi, ormai tutto quello che evoca dialogo, negoziato, confronto, discussione viene guardato con sospetto, con riprovazione, con diffidenza. Tutto puzza insomma del marcio dell’inciucio. Per carità, non è che siano sentimenti immotivati, eh, basterebbe a giustificarli, immaginare i termini della trattativa Terzi, Staffan, Finmeccanica e chissà chi per “liberare” i valorosi marò, o le relazioni tra i Riva, le autorità di controllo e i governi nazionali e locali, o le sceneggiature e le trame intrecciate in quello che, con una formula che merita vent’anni di Siberia e una sanzione amministrativa, si è soliti chiamare “teatrino della politica”.

Ma adesso si esagera. Ci informa il Corriere che il neosenatore del Movimento 5 Stelle, il siciliano Mario Michele Giarrusso, su Facebook – forse in attesa di farne oggetto di interrogazione urgente – sotto la foto della coppia Francesco Boccia (deputato del partito di Bersani) e Nunzia De Girolamo (berlusconiana di ferro), ha pubblicato questo commento, più tardi opportunamente rimosso: «Sapete chi sono questi due?? Francesco Boccia e Nunzia De Girolamo lei deputata PdL lui deputato Pd niente di strano…. ma siccome siamo in Italia i due sono anche marito e moglie.. incredibile vero?? ogni giorno di più credo a quello che dice Beppe Grillo.. PDL e PD-L domani arriverà l’ennesima conferma… scommettiamo?». Aggiungendo, «è familismo amorale: [la loro] è una famiglia che viene mantenuta dai cittadini, con due lauti stipendi, spacciandosi per divisa su scelte fondamentali…».
Eh si, più inciucio di così.

Certo l’ossessione punitiva, la smania di far pulizia peggio della Fulgida, l’assillo penitenziale giocano brutti scherzi, finiti i fasti della campagna elettorale e in attesa di farne un’altra, anche se si sono dimostrati un efficace strumento propagandistico. Cui non si sottraggono altri rappresentanti autorevoli del cambiamento e cui indulge la stampa, estasiata da presidenti che mangiano alla mensa, papi con le scarpe sformate, folgorazioni del fulmine del pauperismo, deliziose avarizie e esibite sobrietà.
Come sempre avviene l’estetica ha il sopravvento sull’etica, il moralismo sostituisce la morale, “Chi” assume l’autorevolezza della stampa anglosassone e la denuncia ha più efficacia della cara vecchia critica costruttiva.
Temo per il nostro futuro, per il riconoscimento istituzionale dello spione di quartiere, per la legalizzazione della Bocca della Verità, per lo streaming obbligatorio in camera da letto oltre che nelle riunioni del Copasir. Temo per l’avvento di una “trasparenza” che esige l’ ingerenza, limitata alle “vite degli altri però” se esprime quell’indole del potere, con tutte le stelle del caso, a invadere tutti gli ambiti dell’esistenza privata dei cittadino, dalla culla alla tomba, mentre vige il silenzio censorio e difensivo nei contesti pubblici e nelle decisioni politiche.

Non c’è strada virtuosa al potere sembra, ma quel che sconforta è che il potere sotto qualsiasi etichetta prima o poi se la prende con le poche cose ancora concesse ai poveracci, alla gente qualunque, in modo che non si abituino a essere felici, innamorati, solidali, informati, arrabbiati. Perché il rischio è che si abituino anche ad essere liberi.