carcereAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così – marginalmente, estemporaneamente, occasionalmente – nel corso di questa campagna elettorale di agende fotocopia e alleanze di premier divisi tra chi a tutti i costi vuol comandare e chi vorrebbe, ma ne ha talmente paura da riassimilare antichi competitor, riaffiorano – ma come spunto polemico – i temi legati alle grandi questioni, della dittatura dei mercati, piuttosto gradita o ben tollerata dai contendenti maggiori, del riavvio di un nuovo ciclo di crescita, meno illimitato e delirante.
Sono problemi cruciali e quindi osteggiati da chi confonde generali e generici, così come da chi è abituato a non ascoltare e tanto meno a rispondere, tanto che i quesiti posti in questi giorni da associazioni e organizzazioni espressione di quella che viene ormai apostrofata come società civile, con un abuso insopportabile, vengono sdegnosamente respinti al mittente come fastidiose molestie di postulanti perditempo.

Personalmente sarei curiosa di sapere, non da Monti magari del quale indovino la risposta, a chi dovrebbe essere affidato il compito di finanziare l’economia in questa fase di crisi. O come si può contrastare la strapotenza di mercati finanziari dallo sguardo corto e miope, che penalizzano le finanze pubbliche, disincentivano gli investimenti delle imprese e mettono a rischio la coesione sociale. O come va risolto il problema dei rapporti tra stati debitori stati creditori che paralizza l’economia.
Sarei curiosa, ma immagino che mi toccherebbe sentirmi rifilare il mantra apotropaico del distributore automatico di realismo post socialista, concretezza gelatinosa e europeismo irriducibile. Con buona pace di Berlusconi, magari in Italia si fosse rimasti aggrappati all’utopia comunista e socialista quanto chi doveva richiamarsi alla sinistra è avvinghiato a quella europea, ancora meno realizzata ancora più travisata e completamente tradita.

In un libriccino del quale consiglio caldamente la lettura: “E’ l’Europa che ce lo chiede. Falso!”, Luciano Canfora parla di nemesi storica per quanto l’Europa abbia deluso stravolto lo scenario e le previsioni degli europeisti, primo tra tutti Spinelli, costruendo un edificio traballante non intorno a una struttura politica ma a una struttura bancaria e alla velleitaria e artificiosa moneta unica. Così che l’establishment amministrativo ed economico e le sue gerarchie e burocrazie hanno preso nelle loro mani il potere decisionale insediandosi al posto di comando anche senza bisogno di passaggi elettorali, ma in nome di competenze tecniche. Un passaggio che è stato effetto dell’adozione precipitosa e anacronistica, dice Canfora e non solo lui, della moneta unica che ha svuotato di qualsiasi significato la consolidata polarità destra-sinistra in una aberrante mutazione della stessa “politica”.

Pare proprio che, come nella parabola dei ciechi, questa Europa voglia persistere nel suo percorso distruttivo, fondato sul pregiudizio feudale secondo cui i debitori sarebbero viziosi e e creditori virtuosi, inteso al consolidamento del modello neoliberista, che ha tra i suoi fondamenti il divario sempre più marcato nella distribuzione della ricchezza e la supremazia della finanza sull’economia reale.
Ci sarebbe una svolta mistica nel segno dei precetti teologici penitenziali: vogliamo soffrire onde ottenere la vera gioia”, se ci viene mostrata un salvezza da ottenere solo tramite il cilicio del Mes , el fiscal compact, di strumenti applicati da noi con tassazioni, cancellazione di garanzie e lavoro, alienazione di beni comuni, che esuberano addirittura del diktat comunitario. Precetti monacali che in forma più o meno laicizzata riecheggiano di continuo come sistema di governo fin dalle parole di Franceschini all’atto di rendere ufficiale l’adesione al rigore: l’Italia mostra di dare il meglio di sé durante le prove più dure. Da allora l’invito a piegarsi ha trovato i più festosi sostenitori proprio quelli che – il Pd primo tra tutti – lavorano per l’Europa che non c’è, velleitaria eppure autoritaria, grazie a una modifica costituzionale che ci ha messo in una gabbia di ferro, una catena al collo come quella che Aristofane immaginava al collo degli alleati di Atene, incatenati alla macina, schiavi della città egemone, inconsapevole che l’impero fondato sulla coercizione è destinato a sfasciarsi.

E dire che perfino Juncker il moderato ma navigato coordinatore dell’eurogruppo, nel dimettersi, ha dimostrato di essere “nauseato” dalla sopraffazione dell’Europa che ce lo chiede, ricordando la tragica affinità tra le imposizioni della lettera della Bce in materia di accordi salariali e condizioni di lavoro e la Carta del lavoro emanata dal Governo Mussolini nel 1927. Ma “il lavoro non è un diritto” ha proclamato nel luglio scorso la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, un dicastero il cui nome è l’ossimoro simbolico di un Paese che si vuole senza lavoro, senza coesione soaciale, senza diritti e infine senza politica. E’ bene ricordarsi di chi in nome di un europeismo d’accatto, sentito dire e mai esercitato, la cui retorica è ormai molesta come quella delle sette, porta l’attacco contro la marcia dei diritti. E che si può e si deve rispondere di no.