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Le cattedrali del neo-carinismo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve li ricordate i “carini per il rinnovamento“, secondo Corrado Guzzanti, ì rampanti, come si diceva allora, quelli che piacevano alle mamme perchè portavano a casa buoni voti e avevano sempre la cravatta, intenti a rinfrescare l’aria delle aule sorde e grigie della politica? beh siamo andati via via peggiorando con la rottamazione e a vedere i duellanti che si contendono il Santo Graal comunitario: ‘o sarracino di Rignano e l’azzimato avvocato degli italiani.

Anche le cattedrali del “carinismo” seguono l’andazzo. Ai templi greci di Panseca che raccoglievano i fedeli comprensivi di nani e ballerine, si stanno sostituendo gli hub primula di Boeri a disposizione degli adepti di Pfizer.

C’è dunque da apprendere con sollievo che è ancora possibile, per eventuali interessati, partecipare alla gara per la realizzazione dei padiglioni dell’immaginifico Arcuri, che riguarda «l’affidamento della progettazione di dettaglio, ingegnerizzazione, fornitura in opera, manutenzione, smontaggio e messa a dimora di padiglioni temporanei destinati alla somministrazione dei vaccini anti Covid-19», per ora in numero di 21 unità a un costo complessivo di 8-9 milioni. Perché nel bando,  il Commissario straordinario si riserva la facoltà di richiedere l’allestimento di altre strutture analoghe  sino a 1.200 unità, ognuna delle quali, a fare un calcolo a spanne, comporterebbe una spesa intorno ai 400 mila euro a unità.  

Ma cosa non si farebbe per la salute? Come dimostra il fatto che da anni gli italiani investono in assicurazioni, fondi, cure private per conservarsela, da quando il sistema di assistenza pubblica è stato demolito anche culturalmente, consigliando il ricorso a clinici e cliniche d’oro a fronte di liste d’attesa centenarie, incompetenza, lungodegenze in pronto soccorso, affronti alla dignità dei malati,  fortemente sponsorizzati a tutti i livelli territoriali.

Pare non ci verrà in aiuto il Recovery Fund. Che d’altra parte mica si chiama così perché prevede di finanziare il “ricovero” in strutture efficienti, nemmeno nel caso della demenza che affligge chi ancora crede alla generosa concessione di 80 miliardi, che perfino Cottarelli riduce a 30, che forse non arriveranno mai, che anche se arrivassero imporrebbero il ricatto a pieno regime, tagli della spesa pubblica, nuove tasse.  

E che impone di dar corso alle riforme degli imbroglionisti,  quelle indicate  nella decisione del Consiglio Ue n. 2020/2053 del 14 gennaio, pubblicata in   Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, che prevedono oltre a una riforma dell’Iva,  un’aliquota del 3% applicata sulla nuova base imponibile consolidata per l’imposta sulle società, un’imposta del 20% sugli incassi delle aste del sistema comunitario di scambio delle quote di emissioni la  “Plastic Tax”, ossia un’aliquota di prelievo di 80 centesimi di euro per ogni chilogrammo di rifiuti di imballaggi di plastica non riciclati,  e una riduzione dal 20% al 10% della percentuale che gli stati trattengono come “spese di riscossione”.   

Quelle riforme, condizione necessaria per ricevere le donazioni a partita di giro, le abbiamo già conosciute grazie al trailer del nostro destino girato in Grecia e a quella lettera che ci aspetta, fotocopia di quella a quattro mani – Trichet/ Draghi – che impegnerà uno Stato soccorritore del capitale, a smettere di “perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale, per mettere in pratica misure indilazionabili volte a “ripristinare la fiducia degli investitori” e consistenti in “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, in “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali”, la “riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari”; la “riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale”;  criteri “più rigorosi per le pensioni di anzianità”,  “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”, e, tanto per non sbagliare, la revisione del dissipato sistema di assistenza sanitaria pubblica. 

Dopo un anno di martellante propaganda della salute come inviolabile diritto primario, non fatevi illusioni che sia una voce nella lista della spesa intorno alla quale si accapigliano i contendenti “per il nostro bene”, tutta incentrata  al finanziamento degli investimenti  per la modernizzazione delle infrastrutture, la digitalizzazione, la “riconversione ecologica” del sistema energetico. Così la prospettiva dell’intelligenza artificiale ha disconnesso quelle che un tempo erano intelligenze naturali, come quella di Domenico De Masi che in estasi ne loda il “prossimo uso massiccio nel lavoro diagnostico, nell’assegnazione delle terapie e perfino nella chirurgia a distanza, che potrà sostituire “migliaia di medici proprio negli anni in cui arriveranno sul mercato del lavoro le attuali matricole di Medicina”,  nell’ingegneria genetica “con cui vinceremo molte malattie”, nelle  nanotecnologie  che promettono una Arcadia autarchica, nella quale “gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi” e le  stampanti 3D che ci permetteranno “di  costruire in casa molti oggetti”.

L’ultima stesura del corposo Pnrr, il   “Piano nazionale di ripresa e resilienza” elaborato dal governo prima della caduta per compiacere la torre di controllo a distanza come la Dad, rafforza un po’ l’esiguo budget “immaginario” di 9 miliardi incrementati, pare, di altri 10, anche quelli immaginari, è tutto destinato ai due campi di intervento: assistenza di prossimità e telemedicina  e innovazione, ricerca e digitalizzazione. Quindi non aspettatevi nuovi reparti, concorsi e assunzioni di personale, rafforzamento della medicina di base e territoriale, che tanto ci aspetta il radioso futuro già avviato coi parti e la manovra di Heimlich a distanza (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/01/06/nato-con-lapp/ ) e, un domani, appendicectomia e estrazione del dente del giudizio su Skype.

E siccome è una mania dei complottisti andare a ravanare in quei contesti miserabili e distopici del bilancio dello Stato e dei conti della serva, si può scoprire che non va meglio in casa se l’Upb, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, illustra  che la spesa sanitaria prevista nella legge di bilancio per il 2021, in piene varianti pandemiche e mentre chi non ha in Covid è immeritevole di prevenzione, diagnosi e cura,  sarà incrementata di solo 850 milioni rispetto  a quella stanziata per il 2020.  E, per i fanatici del Mes, non è realistico pensare a utilizzare per gli investimenti in salute  una eventuale apertura della linea di credito dello strumento, che serve unicamente  a finanziare le spese già stanziate, quelle che non oltrepassano il limite all’aumento del debito stabilito dal Governo nella previsione di deficit del 7% per il 2021.

Ci resta una sola consolazione, in queste ristrettezze i disobbedienti non potranno essere sottoposti al Tso, per mancanza di fondi.


Il Mes… sale europeo

Quali sono le probabilità che gli italiani scampino al destino della Grecia? Che venga allontanato l’amaro calice del Mes nella sua nuova formulazione che potenzialmente permetterà non solo di condizionare il Paese, ma anche di mettere mano anche al risparmio privato che alla fine è l’ultimo baluardo reale della sovranità? Il calcolo è molto semplice: zero. Il fatto stesso che il Parlamento abbia approvato le modifiche al meccanismo che lo rendono ancora più letale e più pesante significa che si ha tutta l’intenzione di accedervi anche se gli sfacciati bugiardi del milieu politico tentano di negarlo. Siamo così arrivati a uno degli ultimi atti di una Repubblica, nata dalla Resistenza, vissuta per rinnegarla e che in realtà si  è sempre fondata più che sul popolo e sugli interessi del Paese, sul cosiddetto “vincolo esterno” che ne è stata la vera spina dorsale o meglio l’assenza della stessa. Da una parte le forze governative dovevano rendere ragione delle loro scelte al vincitore, ossia agli Usa che peraltro avevano occupato militarmente il Paese per non più andarsene, dall’altra l’opposizione socialcomunista era legata a Mosca e dunque in un certo senso anche alle logiche della divisione del mondo. A parte il momento costituente che fu il più autentico momento di indipendenza tanto da dare origine a una Costituzione da sempre avversata dalle costellazioni di potere interno ed esterno, l’interesse del Paese è stato sempre in secondo piano e la classe dirigente si è selezionata secondo questo criterio di sudditanza.

Alla fine a una classe dirigente scaduta ai minimi termini, ma anche un popolo che oggi assomiglia più a una plebe dispersa e inquieta, non sanno fare a meno di rivolgersi a un qualche tutore che sia l’Europa tedesca o gli Stati uniti benché slittati in Sudamerica, meglio se entrambi: fare da soli, fare gli interessi del Paese e dunque quelli dei cittadini, rendersi liberi è l’ultima cosa alla quale si pensa, meglio mal accompagnati che soli. Basta semplicemente vedere come la frangia più critica rispetto alla situazione attuale, pandemia e misure anticostituzionali comprese, si attende la liberazione dalla dittatura sanitaria da Trump redivivo e non pensa minimamente di fare qualcosa di efficace in proprio. Del resto il desiderio di tutela esterna, di vincoli, riflettono per intero anche il senso politico del processo di integrazione europeo: i pochissimi che si sono dati  la pena di leggere il Manifesto di Ventotene, invece di citarlo a vanvera quale testo sacro, sanno che la Ue nasce proprio dal sospetto per la democrazia e per il popolo che potrebbe anche essere ingannato e portato ad inseguire ogni tipo di avventura: dunque gli Stati Uniti d’Europa sono stati concepiti proprio costrutto elitario per evitare queste possibilità, ma alla fine anche l’eluzione e il progresso sociale. Certo gli autori erano traumatizzati dalla traiettoria del fascismo e dall’affermazione su quasi tutto il continente di analoghi totalitarismi, ancorché peculiari alle diverse culture, ma non avevano forse compreso che tutto questo era stato caldeggiato e favorito proprio da quelle elites di potere che temevano le lotte sociali e i loro sbocchi rivoluzionari, e che all’indomani della guerra, rassicurate dagli Usa imperiali e “moderate” dall’esistenza dell’Urss, si erano adeguate al capitalismo democratico e keynesiano. Non senza guardare però  all’obiettivo di una governance che superasse la politica delle rappresentanze e che fosse controllato dall’alto: l’deale per questo era un governo sovranazionale che in sostanza non dovesse rispondere a nessuno e men che meno al popolo.

Ad un livello più basso questo si è tradotto nella diffusa sensazione di non poter fare da soli o comunque di non poter fare ragionevolmente i nostri interessi invece di quelli altrui. Cosa potremmo fare senza gli Usa?  E in nome di questa dipendenza necessaria abbiamo stracciato il rifiuto della guerra inserito nella Costituzione, non facendola in proprio, ma per conto del padrone, come se questo ci permettesse di conservare una certa coerenza. Poi finito il mondo bipolare la domanda è stata cosa potremmo fare senza l’Europa? Falsamente vista come contraltare dell’imperialismo. E poi cosa potremmo fare senza l’euro? Cosa clamorosamente idiota, fra l’altro, visto che il boom economico era stato realizzato con la lira e che le economie che dispongono di sovranità sulle divise sono in condizione di grande vantaggio o quantomeno non sottoposte al continuo ricatto dei centri finanziari. Le classi dirigenti  si sono date un gran da fare per favorire questo sentimento di inferiorità, di sfiducia nei propri mezzi e conseguentemente anche nello stato e per inoculare invece un senso di affidamento verso istanze sostanzialmente sottratte ad ogni controllo, anche quando queste si rivelano nefande, anche quando sono pandemiche.

Alla luce di questa storia è ben difficile che un milieu politico dominato dal senso pervasivo del vincolo esterno e popolato da persone che sono state incapace di resistere, possa rifiutare la letale comunione col Mes che compirà definitivamente l’opera di spoliazione della sovranità. E forse compiranno la massima aspirazione del popolo essere cittadini del mondo di serie b.


Roba da Recovery

Avevano costruito una favola bella dopo aver colpito il Paese con quella triste della pandemia: alla fine l’Europa era risorta e aveva accettato di aiutare i paesi più colpiti dal Covid in uno slancio di solidarietà. Persino il presidente di cartone era sceso in campo a cantare il Recovery fund e il ritrovato spirito europeo, ormai purificato dagli interessi e dai diktat del nord del continente. Senonché si è scoperto che intanto i denari – in quantità ancora tutta da specificare nel dettaglio sarebbero arrivati dopo un anno dal momento in cui erano necessari, che il loro arrivo non è sicuro, che la parte cosiddetta a fondo perduta è in realtà una partita di giro sul bilancio di Bruxelles e sui contributi, che la rimanente parte erano prestiti a tassi più alti del mercato e per giunta implicavano condizioni capestro sulle famose “riforme”. Ma tanto era bella questa favola che alla fine al recovery fund per non  parlare del Mes, universalmente aborrito, ci stanno rinunciando alla spicciolata tutti: persino Spagna e Portogallo hanno detto di no e la Francia si appresta a farlo.

E’ semplicemente successo che dopo mesi di discussioni, di aggiustamenti sulle cifre che continuano tuttora, di grandi annunci menzogneri sulla valanga di soldi in entrata e sull’assenza di condizionalità asserita però solo verbalmente, i titoli di stato dei singoli Paesi, grazie agli acquisti della Bce e per quanto riguarda l’Italia all’investimento di notevoli risorse da parte dei risparmi privati, vanno a ruba e a tassi addirittura negativi, rendendo possibile approvvigionarsi di risorse subito, a condizioni molto migliori rispetto ai fondi europei, in quantità più ingenti senza il pericolo di vedersi imporre riforme in cambio delle elemosine  e insomma rendendo del tutto superfluo legarsi mani e piedi al Recovery fund. Solamente in Italia da marzo sono stati facilmente venduti 110 miliardi di titoli di stato, per una cifra superiore a quella dei prestiti europei la maggior parte dei quali a tasso negativo, quindi senza alcuna perdita da parte dello stato e anzi un piccolo guadagno. Tuttavia malgrado l’evidente inutilità e danno per il Paese gran parte dell’arco politico è favorevole a procedere con i prestiti capestro di Bruxelles e addirittura del Mes soltanto per ribadire ancora una volta e sino all’estinzione dello stato la necessità del vincolo esterno.

Questa ossessione ha più anni dell’Europa, visto che dal dopoguerra l’Italia e la sua politica si sono formate proprio nella necessità di aderire al vincolo esterno costituito dal legame geopolitico con gli Usa, configuratosi fin da subito e con pochissime eccezioni nel corso di ormai quasi 80 anni, come rapporto di dipendenza semicoloniale. Questa condizione ha  portato in un certo senso ad un rapido declino del ceto politico stesso, che una volta esauritasi la generazione attiva nel dopoguerra è caduta di tono e di cultura, ha fatto del voto di scambio uno degli principali asset politici, della corruzione istituzionale una immancabile prassi fino ad arrivare al berlusconismo e alla gentina senz’arte né parte ( nel migliore dei casi ) che vediamo oggi da qualunque parte si guardi. La sfiducia del Paese in se stesso è tale che già alla fine degli anni ’70 Guido Carli che era stato lungamente a capo della Banca d’Italia, scriveva: “La nostra scelta del ‘vincolo esterno’ nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese”. Quindi non c’è affatto da stupirsi se l’Italia ha comunque cercato di ritrovare un aggancio esterno, prima con il sistema monetario europeo e poi – dopo il suo fallimento – con l’unione monetaria europea, nonostante essa si presentasse come gravemente sfavorevole per il nostro sistema industriale. Inoltre la classe economicamente dominante ha trovato nel vincolo esterno un espediente politico per vincere le resistenze opposte soprattutto dal partito comunista nell’aderire completamente al neoliberismo di mercato e nell’abbandono dell’economia mista che era stata all’origine del boom economico. Insomma il vincolo esterno serviva  alla classe dominante per risolvere il conflitto interno, vincendo le resistenze di chi a sinistra voleva mantenere un ruolo importante dello Stato nell’economia. Essere vincolati ad una entità sovranazionale o magari a più d’una, consentiva inoltre di indebolire i governi che non avevano più una politica monetaria ( e successivamente di bilancio) autonoma. Probabilmente questo passaggio che ebbe come atto fondamentale il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, non sarebbe stato possibile senza una conversione del Pci  avvenuta nel 1978, dopo il caso moro e l’Unità nazionale, quando fino ad allora la riflessione peraltro acuta e preveggente sui rischi dell’adesione al sistema monetario europeo (si pensi ai discorsi di Spaventa e Barca).

E’ possibile, ma si tratta di una mia sensazione maturata già al tempo di questi avvenimenti che l’esaurirsi della spinta propulsiva dell’Urss spingesse i dirigenti del Pci ad accreditarsi come forza credibile di governo, accettando le linee di politica macroeconomica del grande capitale. Fatto sta che man mano il vincolo esterno è diventato l’unica impalcatura del sistema politico italiano e paradossalmente l’unico concetto base della sinistra, ancorché costruito proprio per annullare la sinistra . Forse l’occasione per mettere in crisi questa logica di fondo o quanto meno per cominciare a sparigliare il tavolo, si è avuta con i 5 Stelle che tuttavia si sono rivelati in sostanza una creatura del vincolo esterno stesso, messa in piedi per evitare che ci fossero veri cambiamenti. Ed ecco perché stiamo discutendo del nulla, ossia di fantomatici aiuti europei grazie ai quali saremo ancora di più in catene e che peraltro non servono assolutamente a nulla visto che da soli potremmo, anzi facciamo di meglio e raccogliamo molto più denaro a condizioni migliori fare assai di meglio. Un ottima occasione in cui si dimostra il contrario di quanto viviamo da oltre mezzo secolo: che è meglio essere soli che male accompagnati.


Avvocato del Diavolo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gentile Avvocato, permetta a una cittadina che ha maturato una lunga esperienza professionale nel settore della comunicazione -anche se non può annoverare nelle sue referenze quella scuola di percezione dell’opinione pubblica offerta da un reality – di darle qualche consiglio a titolo gratuito, a differenza delle alte autorità che ha scelto per indicare la strada al governo in sostituzione del dibattito parlamentare.

Mi pare chiaro che l’esecutivo da Lei presieduto con mano ferma ha scelto una strada, quella per la quale se le cose funzionano anche grazie alla massa di dati e informazioni spesso contraddittorie e criptiche che ci mette a disposizione, il merito è suo e perfino delle regioni, se con giudiziosa indulgenza ha scelto di non commissariarle. Se invece le cose si mettono male la colpa è di questo popolino capriccioso e viziato che ha preso il suo semaforo verde per l’autorizzazione a scriteriate vacanze, licenze dissipate, ammucchiate imprudenti.

E da ieri si è aggiunto un altro potenziale capro espiatorio costituito dai sindaci con tutta evidenza non sufficientemente occhiuti  per disperdere tavolate di 7 convitati, per impedire fiere di paese da ora proibite a differenza di prestigiosi meeting nazionali e internazionali.

Ora siamo rassicurati dal fatto che le nuove misure non menzionino provvedimenti organizzativi in materia di trasporti pubblici: vuol dire che le autorevoli personalità scientifiche che ha selezionato per fornirle le linee guida della strategia antipandemica confermano le tesi della ministra De Micheli e del governo tutto, secondo le quali un virus particolarmente insidioso dopo le 21 e potenzialmente pericoloso anche dopo le 18 tanto da proibire dopo quell’ora consegna e consumo del cibo da sporto, aborrisce la marmaglia che sale sul 56 o sulla metropolitana di Scampia, evitandoli con lo stesso sdegno che riservano loro i frequentatori di auto blu.

Oppure, e questo sarebbe dirimente, le mascherine la cui produzione con lungimirante capacità di previsione avete affidato a una dinastia così beneficata anche nel recente passato da doversi prestare per il pubblico interesse, sono davvero un dispositivo salvavita, che allora, c’è da dire, risparmierebbe il ricorso alle misure eccezionali messe in atto.

Però, però, gentile Avvocato, dovrà prendere atto che comincia a tentennare perfino il consenso dei promotori e firmatari del noto appello pubblicato dal quotidiano “comunista” inteso a darle sostegno contro gli attacchi strumentali di soggetti interessati a spartirsi torte italiane e sovranazionali.

Perché se è vero che i suoi connazionali sono facilmente preda di populismi arrischiati, a maggior ragione sarebbe consigliabile che dopo tanto bastone si eroghi anche qualche carota, magari per contrastare quei tumulti, finora evitati sventolando la bandiera gialla della peste, quei fermenti dei margini della società temporaneamente contenuti o occultati con qualche mancetta.

Voglio farLe una rivelazione che le sarà stata tenuta nascosta dai suoi fidi consiglieri, per molti che pure hanno presa per buona la narrazione millenaristica sui pericoli del virus tanto da assoggettarsi sia pure a malincuore a quelle rinunce necessarie e quindi “doverose” agli spazi di libertà, come perorate dal Grande Malato Giannini (da non confondersi con altro più autorevole qualunquista), si presenta la drammatica scelta tra crepare di Covid o di fame, tra salute e salario, tra sicurezza e pagnotta, alternativa già in voga in alcune aree del Paese, Taranto per fare un esempio.

Tanti poi si sono accorti che è meno facile morire di Covid che di malattie trascurate, di terapie sospese, di prevenzione già da prima concessa solo ai ceti che potevano permettersela, che è più difficile morire di Covid che di infezione ospedaliera e o di cure sbagliate, eventualità che da anni tutti i “clienti” della sanità pubblica affrontano come rischio calcolato.

Allora le carote che sarebbero auspicabili consistono in una chiara e trasparente strategia per la salute pubblica, che non si limiti ai cerotti richiesti dall’emergenza ma ripari i danni del passato e prepari un futuro “sicuro”.

Invece….

Invece, anche tra i suoi fan persuasi dalla bontà della sua azione e della esigenza fatale di imporre provvedimenti drastici e restrittivi dei diritti, cominciano a dubitare della loro efficacia se a risentirne è proprio quello che si doveva tutelare come primario e “sostitutivo” degli altri, lavoro, istruzione, la “salute”. Perfino loro sospettano che le notizie incoraggianti che hanno persuaso a prendersi qualche licenza coincidessero con  i riti elettorali e referendario, quest’ultimo indispensabile a rafforzare il governo. Perfino loro pretendono ormai qualcosa di più dei lucidi proiettati sugli schermi di Villa Pamphili, con 130 cantieri per la ricostruzione, che, vedi un po’, non prevedono investimenti e opere per la sanità.

Così o decide con apposito Dpcm che siamo tutti sani, tutti guariti, tutti negativi oppure dovrà proprio pensare a offrire qualcosa in cambio di tasse e obbedienza, all’esecutivo, a Confindustria, all’Ue.

Non so se ricorda la storia della ricottina, con il contadino che si reca al mercato portando il suo formaggio e comincia a fantasticare sulla possibilità di prendere con i quattrini ricavati una gallina, che farà le uova che rivenderà per acquistare una capra il cui latte …e così via. Peccato che l’incauto contadino inciampi e la ricottina cade rovinosamente sul sentiero.

Ecco, funziona così anche la favola del Mes, o per meglio dire del suo “sportello sanitario“: il Documento di programmazione di bilancio, la sintesi della “Finanziaria”, approvata dal consiglio dei ministri  e che stiamo inviando a Bruxelles, non contempla le risorse del Mes, limitandosi a finanziare la sanità ricorrendo per 4 miliardi a deficit ordinario e per 6 miliardi, nei prossimi anni, con le “promesse” del Recovery fund, quella partita di giro che se verrà e quando verrà, sarà condizionata secondo le regole imperiali, quelle scritte nella famosa letterina a firma congiunta Trichet e Draghi e che comprendeva la obbligatoria austerità applicata anche alle spese sanitarie.

Altro che carote, con quei 4 miliardi si conferma per il 2021 l’assunzione “a tempo determinato per il periodo emergenziale” di  30mila fra medici e infermieri e un sostegno alle “indennità contrattuali” per queste categorie di lavoratori promossi a eroi nazionali. E soprattutto viene introdotto  un fondo speciale per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza sanitaria in atto, in modo da “ fronteggiare in modo efficiente l’emergenza Covid e migliorare la sanità”.

I quattrini servono anche ad aumentare di un miliardo la dotazione del Fondo sanitario nazionale, che ha dimostrato la sua efficienza in questi anni, quello che ha ripartito per il 2020  tra le Regioni oltre 113 miliardi, tra fabbisogno sanitario standard e quote di premialità di cui 113,069 miliardi di fabbisogno standard e 291,648 milioni di premialità aggiornata in conseguenza dell’aumento del Fondo di 2 miliardi di euro come stabilito dalla Legge di Bilancio 2019, con i risultati che conosciamo.

Vallo a spiegare ai cittadini delle regioni che hanno registrato maggiore mortalità attribuibile alla cattiva gestione dell’emergenza combinata con le politiche di tagli e con la consegna della sanità ai privati, compresi finanziamenti straordinari, come è avvenuto in Lazio, come avviene in Lombardia, in Veneto, in Emilia dove il presidente Bonaccini pronto a esigere quella maggiore autonomia pretesa con le due regioni leghiste, decanta la bontà del modello sanitario privato, grazie anche a quell’insieme dei servizi erogati dal datore di lavoro in sostituzione di un incremento stipendiale, che viene chiamato welfare aziendale, le cui regole sono state sottoscritte dai sindacati.

E che riguarda anche i dipendenti della Regione accontentati sotto forma di “rimborsi di prestazioni sanitarie non coperte dal servizio sanitario regionale, ad esempio spese dentistiche, farmaci non inclusi nel prontuario e parafarmaci” con la diffusione di forme assicurative  spesso vicine alle forze politiche al governo della Regione.

Vede, gentile Avvocato, a quasi otto mesi dallo scoppio della bomba, dal tragico incidente della storia, peraltro più prevedibile di ben altri cigni neri, non crede che dovrebbe dare qualcosa di più delle sanzioni, delle proibizioni, delle toppe su buchi prodotti da anni sui quali i “poteri” vogliono stendere un velo pietoso?

Non si dovrebbe immaginare un rafforzamento della medicina di base, non sarebbe indispensabile rivedere la gestione delle Asl, diversamente pubbliche: non a caso si chiamano aziende, nelle forniture, negli appalti, dell’organizzazione di servizi, non si dovrebbe impegnare gli organismi di controllo nella sorveglianza all’attività degli enti privati a cominciare dalle case per anziani?

 Altrimenti ci toccherà dar ragione a Cacciari che pretende di non essere trattato da deficiente, esigendo di essere trattati invece non da clienti, non da utenti, non da imbecilli, ma semplicemente da  cittadini.


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