Licia Satirico per il Simplicissimus

Se Lapo Elkann richiama alla mente il Groucho Marx di “non dimentico mai una faccia, ma nel suo caso farò un’eccezione”, il fulgido John Philip Jakob ci ricorda i fratelli De Rege, o almeno il nostro antico dubbio sull’intelligenza intermittente. Designato dal nonno Gianni Agnelli alla presidenza della Fiat e responsabile della nomina di Sergio Marchionne ad amministratore delegato, il giovane John guadagna la copertina dell’ultimo numero di Panorama, dal titolo “Ragazzi, studiare vi fa ricchi”. In senso stretto, perché lo studio farebbe guadagnare un sacco di soldi. E non solo quando sei, per usare le parole di Panorama, “il leader della più famosa dinastia imprenditoriale italiana”, presidente della EXOR, della Fiat, del gruppo editoriale La Stampa, della Fondazione Giovanni Agnelli, membro dinastico di cruciali consigli di amministrazione e gradito ospite delle riunioni del gruppo Bilderberg.

Studiare fa bene e paga sempre, soprattutto in tempi di crisi: lo dice uno che nel 2011 ha guadagnato 3,299 milioni di euro, dividendi esclusi (ma siamo in tempi di crisi, per l’appunto). John ne è convinto: «dati alla mano, studiare a lungo, specie all’interno di percorsi scolastici di qualità, è il modo più efficace per trovare lavoro. Inoltre studiare conviene, come dimostra uno studio della Banca d’Italia: ogni anno di istruzione in più equivale a un aumento della retribuzione futura di circa il 9 per cento. È uno dei migliori investimenti che si possano fare».
Peccato che le statistiche dicano l’esatto contrario: i dati Istat dello scorso gennaio segnalavano una disoccupazione giovanile del 31 %, con una riduzione delle quote di occupati anche tra i laureati di elevata qualificazione. Il rapporto Almalaurea 2012 sulla condizione occupazionale dei neolaureati conferma l’inquietante tendenza: la disoccupazione dei dottori tocca punte del 19 %.
La nostra percentuale di laureati, comprensiva di quelli che fuggono all’estero col beneplacito di Passera, è peraltro di gran lunga inferiore alla media Ocse. Abbiamo una classe dirigente poco scolarizzata e con un’età media di oltre 55 anni. Nulla di sorprendente, se si considera che non basta certo l’invito di Elkann a convincere il governo italiano – e l’amico Monti, invitato alle nozze del rampollo – a investire su istruzione, ricerca e lavoro. In controtendenza rispetto a Francia e Germania, l’Italia massacra cultura, formazione, scuola e università. Pubbliche, s’intende: stiamo parlando dell’istruzione degli sfigati, dei diseredati, di chi crede ancora nel valore legale del titolo di studio e nella cultura come diritto di tutti. John Elkann incarna, sotto questo punto di vista, il prototipo del familismo dinastico che più ha nuociuto al nostro Paese: un nucleo di predestinati, di eletti, di dirigenti che sta digerendo lentamente una nazione dilaniata dalle impari opportunità.

Il disastro delle politiche nazionali sull’istruzione è parallelo a quello delle politiche del lavoro e dell’impresa, ma non pare che John Elkann ne sia del tutto consapevole. Nell’intervista al settimanale berlusconiano non manca un accenno alle sorti dell’industria automobilistica fondata dalla famiglia Agnelli: nelle stesse ore in cui l’affondatore in cachemire della Fiat-Chrysler dichiara che il piano “Fabbrica Italia” è superato, John esclude che il gruppo abbia problemi di natura economico-finanziaria. Ai lavoratori preoccupati per il futuro degli stabilimenti John manda a dire una frase memorabile: «è meglio far parte di un gruppo che c’è e fa profitti piuttosto che di un gruppo che non c’è più». Il che, lapalissianamente, vuol dire più o meno che essere vivi è meglio che essere morti, o che avere i pidocchi è più rassicurante che beccarsi le piattole.

John Elkann conferma la fuga dei cervelli all’estero: il suo è rimasto negli Stati Uniti cui deve i natali, dove ciò che dice si adatta perfettamente al sogno americano di un lavoro prestigioso frutto di un’istruzione prestigiosa. Noi crediamo ostinatamente ad un lavoro dignitoso frutto di un’istruzione dignitosa. Resta il problema del cervello, che nella famiglia Elkann si sparpaglia tra continenti, oceani, scuole poliglotte, matrimoni eccellenti, interviste imbarazzanti e parcheggi criminosi. Vieni avanti, delfino.