Dal Quirinale all’Ilva, il bunga bunga della politica

L’estate del 2012 verrà ricordata a lungo per il bunga bunga. Non mi sbaglio, non mi confondo con il 2011, con le cene eleganti, le nudità bambine offerte al capo e quelle più stagionate a fare da mezzane: l’anno scorso e quello prima  l’imperatore mise a nudo i suoi vizi, ma questa torrida estate di Ulissi e Minosse assistiamo al denudarsi drammatico e sconcertante della politica che mette in luce la sua incastellatura di potere, mentre ideali, programmi, proclami, narrazioni non appaiono che un trompe l’oeil di cartone, un’illusione ottica. Quel che resta del giorno.

E’ questo il filo che lega le manovre presidenziali per chiudere nel cassetto della cattiva coscienza la trattativa Stato – mafia e il verminaio che emerge giorno dopo giorno sulla trattativa  Stato – Ilva: un potere ormai avulso dalla vita reale del Paese che patteggia al di sopra e al di sotto di esso con altri poteri qualunque essi siano, non importa che sia cupola o il padrone delle ferriere che ringrazia generosamente a destra e a manca per il silenzio sulla sua fabbrica di morte. La  squallida camarilla di palazzo tra personaggi di straordinaria ambiguità che non vogliono farci sapere, così come la mostruosa mutazione delle politiche industriali ridotta al livello di do ut des sulla pelle degli altri, sono la manifestazione di un potere che ormai non vuole avere confini e non ha più ritegno: la lotta contro quel velo di magistratura che ancora fa da argine ai vari patti separati non ha altro significato se non questo.

Da una parte si prende a pretesto un inesistente intangibilità presidenziale che la Costituzione non prevede, dall’altra ci si arrangia con il ricatto del lavoro: le regole, le leggi, non possono avere spazio nella grande contrattazione nella quale la dignità e il Paese vengono svenduti attraverso patteggiamenti. Purtroppo non esistono aree esenti, pezzi di politica che davvero si sottraggono a questa logica: e spiace dover assistere ai contorcimenti di Vendola il quale finge di non sapere che l’Ilva era già fuori legge rispetto alla legge della regione Puglia sulle emissioni di diossina, norma peraltro abbondantemente ammorbidita per venire incontro alle esigenze dei Riva. Tutto il resto la corruzione, la strenua resistenza al monitoraggio in continuo delle emissioni, l’arrampicamento sugli specchi, le regalie al Pdl e a Bersani, fanno parte di un panorama fin troppo familiare che in questo caso si svela nella completa subordinazione del ceto politico ad altri poteri, pur di conservarne un po’.

Del resto questa realtà, questa nudità della politica attaccata al palo è fin troppo visibile nel suo tentativo di nascondersi dietro il paravento dei tecnici e l’agitazione di feticci: rimane la squallida scelta tra lavoro e malattia come eredità di questa stagione di declino e degenerazione. Rimane esposta l’incastellatura del potere, ormai ridottosi ad essere autoreferenziale e disposto a qualsiasi vendita pur di continuare ad esistere. Un povero bunga bunga. Con meno idee e speranze se possibile.

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