Rosella Roselli per il Simplicissimus

Mi piacerebbe avere la capacità di commentare in maniera ragionata e analitica l’ultimo rapporto di Bankitalia sui bilanci delle famiglie italiane. Ma pur essendo, come mi informa il viceministro Martone, una sfigata (oltretutto non ho neanche mai terminato il mio corso di laurea, quindi credo che potrei essere considerata anche un’asina), vorrei parlarne lo stesso. Dall’indagine della Banca d’Italia emerge che la ricchezza complessiva del nostro Paese sta concentrandosi nelle mani del 10% della popolazione per circa il 46% . Il rimanente 54% per cento resta per ora ai cittadini che possiedono una casa e hanno ancora una fonte di reddito. Mi fermo subito coi numeri, non essendo mai stata molto brava in matematica. Immagino ci sia da mettere in conto la schiera foltissima di indigenti dichiarati, nullatenenti presunti ed evasori totali dotati di prestanome il cui numero è difficile quantificare.

Resta però un fetta consistente di persone che la sfangano riducendo risparmi e consumi e aumentando il proprio indebitamento, cosa che credo avvenga, in barba all’ottimismo dei nostri ultimi due presidenti del consiglio, per disperazione e per dovere di sopravvivenza.

Come dicevo me la sono sempre cavata male con i calcoli. Ho preferito maneggiare emozioni e stati d’animo e sogni e speranze, avendo come unica misura il valore della loro realizzazione. E, al netto delle cifre, resta l’amara sensazione di esserne stati privati, nel tempo, almeno in parte.

Anche la rabbia sta lasciando posto alla frustrazione, alla rassegnazione di non avere più una voce, un modo per esprimere e affermare progetti e proposte che ancora muovono i nostri passi e i nostri sentimenti nonostante l’accelerazione che si cerca di dare a soluzioni ragionieristiche del vivere comune per altro, sempre più, sbilanciate oramai fino all’iniquità. Nonostante la sobria tracotanza del potere, i suoi ricatti e la prepotenza che ci viene imposta quanto lo stato di necessità.
Non era questo che avevamo immaginato, per quanto avvezzi a misurarci con mille ingiustizie, grandi e piccole, quando la rincorsa alla sopravvivenza, alla ricerca del modo meno doloroso di mitigare le rinunce non era ancora tanto pressante da farci sentire estranei, fastidiosi irriducibili romantici, appassionati visionari, ancora convinti che il mondo debba essere altro, la vita debba essere un’altra. E le città e i paesi e tutti i luoghi che amiamo. Il nostro lavoro. Il nostro tempo. Gli uomini e le donne.

Forse sono davvero solo sogni, ma dobbiamo difenderli e difendere la nostra capacità di cercare, ancora e ancora, di tradurli in realtà prima che ci vengano anch’essi sottratti. E’ questo che non sarebbe mai più recuperabile, che non potrebbe mai più essere ripagato. Chi non sogna è perduto, per sempre.