Il fatto che gli spread non scendano, che la manovra lacrime e sangue non convinca i mercati, che il pasticcio di Bruxelles con l’assurda imposizione del pareggio di bilancio per legge sia già stato bocciato dalle borse, pone molte domande: ad esempio a che gioco sta giocando la Merkel, a quale Cameron e a quale il nostro governo. Se si vuole davvero salvare l’Euro o se invece non sia già pronta la sua dissoluzione che per alcuni Paesi, tra cui l’Italia, costituirebbe di fatto quel default controllato su cui tanto si è parlato e discusso.

Ma intanto l’andamento dei mercati e l’inusitata ribellione di coniglio Barroso al verbo merkeliano, ma tra le righe anche a quello di Draghi, vero premier italiano, fa giustizia di alcuni paletti che un nuovo conformismo italico, non privo di interessi vuoi politici, vuoi finanziari,  ha subito piantato attorno alla bontà del governo Monti. Intanto si è scoperto che il dovere di spremere l’Italia come un limone per salvare l’Europa era un puro ballon d’essai visto che le dinamiche e le decisioni sono assai più ampie del nostro cortile. Poi abbiamo scoperto che il baratro, anzi la catastrofe fatta balenare per giustificare qualsiasi iniquità sociale, rimane oggi alla stessa distanza da noi, visto che gli attuali livelli di spread mettono un’ipoteca sostanziale sulla nostra solvibilità, ma soprattutto ci fanno mancare i vantaggi dell’euro, lasciandone intatti gli svantaggi.

Ho l’impressione che molte cose non vengano dette e rivelate, ma a parte questo c’è anche una buona notizia:   lo scarso appeal internazionale che ha avuto il pacchetto di misure destinate a salvarci, da intoccabile ora sembra invece divenuto riformabile e rivedibile. La protesta che si è levata contro un’equità gestita a parole e sostenuta mediaticamente dai nuovi  fan, ma tradottasi in una iniquità senza precedenti, ha costretto l’establishment nel suo complesso ad abbandonare la sicumera dell’assoluta necessità per cercare di sedare il malcontento sempre più evidente e aprendo a delle modifiche, anche se solo a parole. Questo semplicemente abbatte uno dei capisaldi del liberismo tradotto in italiano dal berlusconismo: quello che non si possa fare nulla contro il potere, che è inutile combattere e che semmai è più utile cercare uno spazio fra gli interstizi del sistema. Tirare a campare, insomma.

Nonostante il battage sulla catastrofe “se non si fa così”, nonostante la totale assenza della sinistra nella gran parte delle sue forme organizzative e partitiche conosciute, come se l’ufficio anagrafe ne avesse firmato il certificato di decesso, la società si è messa in moto costringendo persino i sindacati padronali a riavvicinarsi alla Cgil, persino gli impiegati vaticani come Bonanni e il fascista a sua insaputa, Angeletti.  Insomma sulla realtà si può intervenire se si vuole. Il governo per ora risponde con le solite modalità berlusconiane: alcuni ministri fingono aperture, Monti le chiude, la stampa spara annunci e poi li ritira: tutto come al solito. Ma è un gioco destinato a durare poco se questa autarchia dell’iniquità non darà – come sembra ogni giorno di più- risultati convincenti. L’importante è che la parte migliore e più dinamica della società prenda coscienza delle sue possibilità e della sua forza: cominci anch’essa ad accorgersi del proprio potere. E abbandoni l’idea che qualcuno, da qualche empireo bancario, ci salvi: solo noi possiamo davvero salvarci.