Da una democrazia scassata e tenuta in ostaggio dalle oligarchie, siamo passati senza nemmeno accorgercene alla dittatura. Il despota non ha le movenze pagliaccesche alle quali siamo abituati da decenni, né gli inquietanti tratti di prognatismo mascellare anch’essi cari all’immaginario italiota, ma è etereo, ambiguo, impersonale, rassomiglia  alle mani invisibili dei mercati o dei borseggiatori: si chiama necessità.

Ormai qualsiasi cosa, anche la più assurda e la più ingiusta,  può essere pensata e attuata in nome del dittatore che risiede ovunque e da nessuna parte, che non ha un palazzo o una reggia, che s’incarna via via nei personaggi che ci girano attorno come una confusa giostra: Monti, Fornero, Merkel, Marchionne, Sarkozy o i loro aedi mediatici e politici. La necessità che sta dietro a tutto questo è però introvabile, non parla ed evita ai suoi fedeli servitori di giustificare i loro atti e a coloro che li hanno riconosciuti come interpreti ufficiali, di esporsi. L’Italia stessa è praticamente scomparsa, ha perso qualsiasi voce dentro il consesso europeo, anch’esso sottoposto all’ananke oltre che alla mediocrità assoluta dei suoi interpreti.

Certo è che se avessimo deciso di far scegliere a un orango di Bali tra dieci misure possibili per uscire dalla crisi, avremmo sicuramente avuto una manovra dotata di maggior senso ed equità perché alle volte la casualità statistica strappa il velo di maia e mostra che il dittatore non è altro che un fantoccio costruito per fare ciò che la ragione e la giustizia potrebbero aborrire. Che la necessità è un grumo di analisi e di soluzioni sbagliate, che la farsa dell’Italia che deve sacrificarsi per salvare l’Europa è una balla stratosferisca, peraltro dimostrata dalla nostra esclusione dai vertici che contano, che l’Europa stessa è in preda a una menzogna di cui ci siamo voluti trasformare in vittime sacrificali.

E in sostanza invece di gettare tutto il nostro peso per la costruzione di un’Europa politica per superare il diapason della crisi, abbiamo importato dall’Europa la mancanza di politica: come a Bruxelles comanda una schiera acefala di burocrati liberisti, i partiti italiani hanno pensato bene di farsi scudo dietro a competentocrati aborigeni. I quali non stanno facendo altro che applicare ricette già fallite, quelle che appartengono alla loro casta, le stesse peraltro che le classi dirigenti italiane vogliono per evitare di essere scalzate, per aumentare ancora le differenze di reddito, per ballare ancora un’estate.

E allora si capisce bene chi ha costruito il fantoccio del dittatore sulla falsariga di imposizioni altrui, ma con il preciso compito di non toccare tutto il marcio e l’arretratezza anche sociale che ci rendono in qualche modo inaffidabili agli occhi dei mercati, ma che dovremmo rifiutare in nome della nostra stessa dignità. E così quando il suggeritore di Berlino che ormai gli stessi tedeschi vedono come il fumo negli occhi sarà divenuto un capitolo da dimenticare, quando il bel ami di Parigi conterà come il due di coppe quando briscola è a bastoni, quando gli stessi sobri macellatori di welfare nostrani avranno dimostrato di essere arrivati   fino al proprio massimo livello di incompetenza, come vuole la legge di Peter, le ferite inflitte dalla necessità saranno ancora  aperte, nella nostra agonia.

Forse allora ritroveremo il gusto e il senso della democrazia che oggi è solo una nota a margine del declino.