Siamo davvero un Paese molto strano: per anni, Berlusconi imperante, quasi tutti i provvedimenti sono passati per decreto, anche se le caratteristiche di necessità e urgenza che dovrebbero indurre a questo escamotage esistevano solo per un cittadino. Adesso che invece questi presupposti esistono realmente  si esita e si preferirebbe investire la macelleria sociale di una sorta di pelle politica, anche se estorta della necessità.

Invece non c’è stato alcun momento nella vita della Repubblica in cui l’istituto del decreto sia risultato calzante come oggi alla situazione.  Prima di tutto per una ragione diciamo così concreta:  il pacchetto Monti è stato concepito per dare fiducia ai mercati, anche se questi non hanno mai reagito troppo favorevolmente alle misure di austerità nei vari Paesi toccati dalla crisi del debito. Ma se il risultato atteso non ci fosse sarebbe molto più facile tornare indietro e ripensare da capo a una manovra che è affidata a un governo tecnico, ma che affonda come non mai le radici nella politica. Intestardirsi a massacrare le pensioni e i diritti del lavoro senza alcun risultato sarebbe solo sadismo o la prova che in realtà siamo di fronte a provvedimenti ideologici che si vogliono attuare approfittando della crisi piuttosto che volti a curarla.

Del resto sarebbe ben strano che la stessa ideologia liberista che ha provocato il disastro fosse capace di curarlo. Ma questo è un discorso già affrontato tante volte senza  successo e senza speranza vista la latitanza di chi dovrebbe proporre l’alternativa e la resistenza, ma che invece subisce la fascinazione neoliberista. Torniamo perciò ai decreti. C’è anche una ragione formale perché la legislazione di urgenza è preferibile a quella ordinaria ed è la legittimità. Questa non riguarda tanto il governo Monti, quanto l’Europa. Da ciò che si dice è lei ad imporre la grandezza finanziaria della manovra e gli strumenti politica sociale attraverso i quali raggranellare le cifre dettate.

Ma questo non significa nulla: perché chi ce lo impone non è il Parlamento europeo che come organismo elettivo, rappresenta in qualche modo i cittadini. Bensì la Bce e la commissione europea che è un organismo assemblato dai singoli governi dell’ Unione priva di valore rappresentativo se non vagamente e assolutamente indiretto. Questo significa che la manovra viene imposta dalla signora Angela Merkel e dai suoi amici forti che tuttavia non sono mai stati votati in Italia. Qui, è chiaro, si sconta la mancata costruzione politica dell’Europa e gli errori di Maastricht: perché la cessione di sovranità è legittima e anche auspicabile nei confronti di un governo sovranazionale, ma diventa ambigua e deprecabile se essa è viceversa è ceduta a singoli governanti stranieri, o a direttori autonominatisi tali e persino a una banca. Uno dei fondamenti della democrazia rappresentativa è quello che recita:  No taxation without representation. E in questo caso abbiamo tassazioni e sacrifici voluti da chi non ha alcuna rappresentanza.

Insomma dal punto di vista anche formale il decreto sarebbe molto più adatto a una situazione come quella che stiamo vivendo, qualcosa che ci consenta di tornare rapidamente indietro e che sia davvero di emergenza, non un fatto compiuto da tenersi per l’eternità. Se per esempio, come si  mormora e come del resto è nella logica delle cose, la Germania che in sostanza è divenuta, tramite Monti, il principale soggetto politico italiano, volesse nel giro di qualche mese uscire dall’Euro ci troveremmo in una situazione dove l’attuale pacchetto non sarebbe solo iniquo e ideologico, ma diventerebbe esplosivo mettendo in forse l’esistenza stessa del Paese.

Penso perciò che Napolitano dovrebbe consigliare Monti di approvare tutto per decreto non solo per evitare grane e angosce ai partiti, ma proprio per dare il segno che il Paese non si sottrae ma allo stesso tempo non vuole essere eterodiretto. Naturalmente non accadrà: la mela è già immangiabile, ma non abbastanza marcia da cadere dal ramo.