Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo scenario e le liturgie del 25 luglio c’erano tutti o quasi: allora si abbattevano i busti di marmo, oggi siamo restii a scaraventare dalla finestra il megaschermo a cristalli liquidi di Trony, che è il vero monumento innalzato nelle nostre case, simbolo e al tempo stesso sacrificio offerto alla teledivinità.
Ma temo sia invece un 8 settembre con quello che segue di lacrime sangue rinunce e senza i partigiani, che c’è Monti, ma non le montagne né la spinta civile di allora.

Oggi distinti osservatori con molto sussiego hanno recriminato a proposito dei plebei – Formigoni e Sacconi esclusi – che ieri scompostamente hanno manifestato con sberleffi e ludibrio il loro sollievo.
Come se questo come altri paesi di tutto il mondo non avessimo una tradizione consolidata all’indulgente oblio, alla clemente remissione dei debiti, soprattutto i propri. Come se non fosse un costume planetario quello di salire sul carro dei vincitori, di nascondere in soffitta il ritratto del tiranno insieme a quello della zia Giuseppina sulla cui eredità si spera, in modo da ritirarli fuori al momento buono.

E d’altra parte il “deposto” non è certo un errore nel meccanismo di riproduzione del codice genetico della classe politica italiana e nemmeno della nostra identità nazionale. Ha al tempo stesso prodotto e respirato i nostri stessi miasmi, le acque putride dell’individualismo e dell’egoismo, le sacche infette di rancore e invidia, il contagio della corruzione e della volgarità. Con una tremenda colpa in più, che li ha legittimati come costume nazionale, innalzando la tolleranza dell’illegalità, dell’iniquità e della rinuncia in nome di qualche sedicente privilegio o di qualche illusoria promessa di benessere. Si, ha contribuito a produrre e ha partecipato di una mutazione antropologica per la quale preferiamo alla delega alla decantata responsabilità, la rappresentazione in nome della rappresentatività. La democrazia ha perso il suo incanto, come nei matrimoni poco felici, è diventata un’abitudine faticosa e della sua assenza rischieremo di accorgerci solo quando si sarà separata da noi.

È probabile che quella che, non ricordo chi se la Mussolini o Cazzullo ma tanto è lo stesso, ha definito gazzarra sia la tradizionale e fisiologica manifestazione di qualunquismo del dopo tirannide. Nei cicli della storia era inevitabile. E ora la si chiama antipolitica, mutuando l’espressione brandita come una clava primordiale e sfrontata proprio da quelli – informatori o ceto politico – che sono con i loro costumi, la principale causa del discredito in cui è caduta la politica per mettere a tacere chi al contrario muove loro critiche legittime nell’istanza di una agire politico se non virtuoso almeno “decente”. Ma il loro artificio lessicale così come il diffuso brontolio di protesta contro il ceto politico stanno conducendo a un risultato aberrante quanto la patologia condannata a parole e non con gli atti: una delega in bianco a un’altra declinazione del potere, ancora più robusta e muscolare.

Invece degli imprenditori, i professori, invece dei politici, i tecnici. Ma per carità non gli elettricisti o gli idraulici, perché anche il pragmatismo idolatrato dalla sinistra invidiosa del mercato ha dei limiti, no, meglio i teorici quelli che pensano che il lavoro siano le relazioni industriali, i diritti un surplus su cui si può lesinare, la flessibilità licenza, le liberalizzazioni liberatorie.

Non so se questa confusione tra specializzazione e competenza è un altro dei disastri compiuti dalla mediatizzazione, dal liberismo, dalla predilezione per la consegna a “qualcuno di più pratico” che fa parte dell’esercizio della delega, ma continuo a pensare che senza essere dei contabili, dai bancari, di quelli che hanno perso trenta in computisteria, avremmo di dovere oltre che il diritto di dettare delle condizioni al nuovo che avanza. E se quel che resta delle organizzazioni della sinistra in parlamento è troppo assoggettato per scostarsi dall’ubbidienza alla BCE, forse si dovrebbe pensare a andare in piazza non solo per festeggiare. E magari si deve scioperare e battersi nei posti di lavoro finchè il lavoro c’è, riprendendosi la parola. E la politica.