Anna Lombroso per il Simplicissimus

No, non siamo la Grecia. Magari. Anche se possiamo aspirare a diventarlo grazie al Papademos nostrano, altrettanto anodino, scialbo e incluso nel sistema della finanza rapace e iniqua. Non lo saremo se a differenza di loro non ci concederemo nemmeno il sussulto di resipiscenza di un referendum, peraltro soffocato prima che nascesse: qualcuno ha detto che i briganti dell’Europa si sono mossi come il brigante Mackie Messer dell’Opera da tre soldi di Brecht, con il coltello in mano.

Non potevano permettere certo che una qualche forma anche embrionale, indistinta, di sovranità popolare si opponesse al loro dispotismo marrano: avevano imposto a Papandreou, prima di dimissionarlo, di riformulare il quesito, in modo da estenderlo alla permanenza stessa nell’euro. con un piglio più imperialista che coloniale e più ricattatorio che negoziale.

Noi non gli abbiamo imposto nemmeno quello sforzo muscolare, hanno stracciato senza nemmeno leggerlo il pizzino del governo italiano, una brutta copia pronta per la bocciatura, tanto il “penso” per noi era già pronto e anche la candidatura del traghettatore verso l’annessione forzata ma poi accettata e gradita all’impero, che, ricordiamolo bene, è quello del capitalismo finanziario, il sistema che più di ogni altro punisce i popoli incrementando le disuguaglianze accentuate dallo spostamento del debito privato su quello pubblico, dalla necessità di tagliare le prestazioni sociali per far quadrare i conti, dallo spostamento della ricchezza concentrata in misura sproporzionata verso i livelli più alti. Al quale veniamo ammessi grazie ai buoni servigi di quelle agenzie di rating che avevano pacatamente garantito i conti di imprese fallimentari e oggi altrettanto serenamente sono dedite a declassare gli Stati in difficoltà.

Le nostre credenziali sono le più rinunciatarie e pusillanimi che si possano presentare a un padrone: erosione dei diritti del lavoro, rispettosa rimozione di qualsiasi forma di limitazione del prepotere bancario, recesso di ogni ipotesi di lotta alla “internazionalizzazione” dei profitti iniqui dell’evasione fiscale.
Giorni orsono a commento di un mio pezzo un anonimo (i più battaglieri sono così qui da noi, anonimi) insorgeva: ma perché dovremmo pagare i conti per quei pecorai?

Aveva ragione sarebbe un novità che delle pecore risarcissero dei pecorai. A meno anche le pecore si incazzassero. E avessero un rigurgito di dignità. Il segretario del Pd ha fatto di questa parola uno slogan. Sarebbe riguardoso per questo Paese che ci infilassimo dentro qualche contenuto in questo onorevole proposito, qualcosa di più dell’omaggio a funzionari non particolarmente brillanti, della forzosa metamorfosi da idraulici o elettricisti a statisti, della festosa euforia per la fine del golpista cruento e per l’affermazione definitiva del golpismo in doppiopetto, solo apparentemente meno sanguinoso.

Impariamo dai pecorai per non essere pecore. In questo rito di passaggio imponiamo le nostre condizioni irrinunciabili: referendum elettorale. Referendum per ricacciare in gola l’oltraggio alla Costituzione e al lavoro. Referendum contro l’ignominia pensionistica. Possiamo anche pensare a uno o più referendum simbolici e propositivi, in fondo di irregolarità costituzionali se ne commettono tante: come far tornare in Italia i miliardi depositati su conti bancari svizzeri intestati a clienti italiani. O per promuovere il finanziamento di un piano per la crescita grazie a un´imposta patrimoniale dell´ordine di 15 miliardi di euro all´anno e che si protragga per almeno tre o cinque anni.

Poco ci vuole per un atto dimostrativo contro la nuova Santa Alleanza che ritiene di avere i popoli oltre che i governi sotto il tallone, che mette sotto scacco la democrazia e oltraggia anche la parola “riforma” impiegata per legittimare ogni iniquità: decentramento dei livelli di contrattazione, flessibilità dei contratti, licenziamenti, mobilità del lavoro. E liberalizzazioni selvagge, privatizzazioni dei beni comuni, semplificazioni mirate a ridurre controlli e legalità.

Dall’età dell’incertezza siamo passati a un’era di tremende sicurezze, quelle del disastro garantito. Le pecore diventino leoni.