Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pur di saltare due giorni di scuola conosco gente che implorava ripetute visite al Pigorini, ispezioni in allevamenti di bachi da seta, conferenze sulle virtù dell’oculato risparmio precoce.
Ma il Simplicissimus ci fa sapere che a polverinyland la vera pacchia sponsorizzata dalle autorità è spiare dal buco della serratura un ritratto di famiglia in un interno della Garbatella, molto rappresentativo del nostro mediocre strapaese. Perfino Veltroni avrebbe fatto meglio, trattando la delicata materia della spettacolarizzazione come una pedagogica full immersion, un viaggio fantastico dentro alla fiction e in sostanza al meraviglioso cine. Ma chiunque è meglio di questo ceto dirigente che infatti come apoteosi al termine della ricreazione di regime, propone il casting.

Mediaset e quindi fisiologicamente anche la rete generalista della Rai, forse addirittura in con temporanea a esaltare un nei capisaldi della cultura egemonica di mercato: la concorrenza è l’anima del commercio, fanno sfilare plotoni di ragazzini a cantare. Ce ne sono di piccoli, apparentemente innocenti. Ci sono inquietanti Damien. Ci sono bambini che sembrano creature sapienti trattate come bonsai allo scopo di suscitare l’ammirazione dei fan dell’infanzia prodigiosa. Ci sono bamboccioni, vestiti da cresima, con già i peli di una fitta barba e estemporanei pomi d’adamo che si muovono con le evoluzioni di vocioni. Ma soprattutto ci sono enfatici genitori, combattivi, invadenti, plaudenti, osannanti, impegnati, come i papà e le mamme degli altri prodigi dell’Olgettina, a strappare rapacemente l’infanzia ai loro figli. Gente che vuole affrancarsi tramite le creature dalla mediocrità stonati frustrati, neo-mamme di Bellissima tracotanti e avide, individui che per interposta popolarità anche di meno dei fatidici dieci minuti, abbraccia il credo comune che l’importante è mostrarsi. E in televisione, perché è la televisione la vera realtà e la reale verità.

Sono i frutti della più insidiosa delle corruzioni, che ha prodotto una “cultura” nella quale l’unica differenza e l’unica affermazione desiderabili sono quelle che distinguono chi viene riconosciuto perché l’hanno visto in televisione, che ha operato su un tempo libero apatico e disilluso, anziché sulla conoscenza, lo studio, il ragionare, la bella fatica di pensare e imparare. E che alimenta cattivi istinti quelli della gara ignobile, della prevaricazione e dell’omologazione, della competitività rabbiosa e arrogante, dello sgambetto, della finzione.
Sono passerelle di piccoli dilettanti allo sbaraglio, blanditi e coccolati, per coltivare effimere ambizioni o meglio ancora la futura classe dirigente di pericolosi dilettanti affermati e conosciuti.