Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è una epidemia. Arriva un momento in tutti i talkshow, in tutte le interviste che il conduttore o il giornalista mette alle strette il politico, il cantante, la velina, lo sportivo e “ma tu sei credente?”, chiede. E la domanda è talmente perentoria che non ammette esitazioni. E tutti immancabilmente rispondono si. E ci mancherebbe, si sa non possiamo non dirci cristiani, no?
I più spericolatamente non si fermano alla semplice conferma, no certificano che loro sono di volta in volta fedeli di padre Pio, hanno fatto dei fioretti, sono stati un fine settimana a Medjugorje con Bosio, adottano a distanza, hanno una zia suora come il premier e pregano, si, parlano moltissimo con Gesù, ma per carità non in chiesa bensì nei posti più improbabili, teleferica sott’acqua, dall’estetista.

Insomma pare si debba essere “ religiosamente corretti”, seppur disordinati o un tantino indisciplinati, altrimenti non si ha diritto di parola su nessuna questione morale. Ma nemmeno politica, come dimostrano le reazioni alle esternazioni di Bagnasco sulle quali meglio di me ha discettato oggi il Simplicissimus. O comunque attinente ai cosiddetti temi eticamente sensibili, come se l’etica fosse un affare di stato, ma solo Vaticano.
La religione- per molti – è come – per molti – la democrazia, va bene se resta uno sfondo, se non ostacola scelte, inclinazioni e cattive abitudini, se la sua manutenzione non diventa complicata tanto da condizionare benessere e privilegi, se costa poco e se si può “fare da casa”, con poco impegno salvo qualche pentimento in cambio di qualche indulgenza. Anche senza andare in chiesa e nemmeno più a votare. E nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche c’è lo stesso risentito e disilluso disappunto di chi se la prende con la casta dei partiti.
Hanno ragione per carità, ma fino a un certo punto.

La fidelizzazione la promuovono le aziende e la sollecitano dai loro clienti e consumatori, che si consegnano in cambio di benefici, che magari consistono nell’accedere e in qualche modo inesplicabile appartenere a un ceto esclusivo di privilegiati esenti da doveri, perfino quello di rispettare le regole o pagare le tasse.

Credo e cittadinanza, intesa come esercizio di diritti e doveri, socialità, la bellezza dello stare insieme e ragionare insieme, no, non si può viverli solo in una dimensione privata di fedeltà, testimonianza individuale oppure come adesione formale in attesa del premio, privilegio o salvezza che sia. Per ambedue serve qualcosa che possiamo chiamare dottrina morale e che proprio per questo è così lontana dalla nostra contemporaneità.
Qualcuno ha detto che in un’epoca di profonda crisi morale la società si trova a chiedere aiuto alla chiesa. Io mi auguro che non sia vero, che non sia vero che senza la dimensione dell’ultraterreno gran parte degli uomini sia spaesata e perduta. E che il nostro orizzonte non dipenda solo da noi. Non credo che per essere capaci di dare un senso alla nostra esistenza dobbiamo attingere e una verità rivelata perché le nostre verità sono illusorie o deludenti o inadeguate.

Spesso si pensa che i credenti abbiano un dono in più: la loro fede, un sostegno che li aiuta, da cui trarre forza e determinazione. Sarà così ma sono anche convinta che in fasi di perdita di credibilità della chiesa e delle sue gerarchie, di generale erosione dei vincoli di coesione sociale, di perdita di orientamenti morali la loro sia una condizione difficile e che il vulnus inflitto alle loro certezze e alla loro “civiltà” sia più profondo che per noi laici. Che siamo forti proprio per la nostra “religione civile”: etica, dedizione al bene comune, subordinazione degli interessi personali e quello generale, senso dello Stato e delle istituzioni, rispetto delle leggi in tutto senza promesse o premi se non una armoniosa appartenenza “umana”.

Ecco in questi tempi di prevaricazione, intromissione e ingerenza dei poteri forti, più prepotenti perché si dibattono in una crisi profonda, la buona novella per i credenti potrebbe essere quella di esprimere una libera e responsabile condizione di cittadini, rispettosi delle leggi della propria coscienza e delle convinzioni e inclinazioni degli altri. Capaci di integrare questi principi con la loro fede, con la lealtà che si deve a un ethos comune quello della comunanza di regole diritti e doveri condivisi. Che il bene e l’amore e la libertà che l’uomo cerca dentro e fuori di sé come i suoi fantasmi e le sue paure sono uguali in tutte le geografie e sotto tutti i cieli stellati. E nel farsi compagnia in pace ci si consola del molto dolore di vivere.