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Dacci oggi la nostra paura quotidiana

pauraSono passati esattamente 36 anni dal giorno in cui venti chili di gelatinato e compound fecero saltare un’intera ala della stazione di Bologna e produssero 85 morti. Ma dopo tanto tempo i mandanti e le ragioni della strage sono ancor avvolte nel buio perché l’intreccio di depistaggi investigativi e politici, di false piste palestinesi e libiche  venute fuori successivamente dal velenoso cilindro del berlusconismo,  è stato talmente intricato che alla fine la matassa si è aggrovigliata ancora di più invece di sciogliersi. Ma ricordo bene che in quei giorni il sentimento prevalente era l’indignazione e il desiderio di mettere le mani sugli autori della strage proprio perché si sapeva bene che sarebbe stato difficile come la strage di Ustica, avvenuta due mesi prima, dimostrava e che gli autori potevano nascondersi più tra gli amici che tra i nemici. Ma non c’era traccia di quella stuporosa e smarrita paura che invece oggi attanaglia ad ogni esplosione di violenza, sia essa attribuibile a centrali terroristiche, sia chiaramente  espressione di follia individuale.

Forse è più rassicurante rischiare di essere straziati da autoctoni che non da stranieri? Per quanto possa sembrare paradossale parrebbe proprio di sì e lo si intuisce anche da ciò che si scrive anche negli ambienti dove si vorrebbe far prevalere la ragione e la consapevolezza dal livello più basso e grossolano in cui si fa la conta dei mussulmani in chiesa a quelli un po più raffinati dove si disquisisce tra islam e islamismo commettendo l’errore di attribuire alla religione e a una non ben chiarita “cultura” gli eventi davanti ai quali ci troviamo e che hanno la loro ovvia, ma inconfessabile radice nelle guerre mediorientali e di appropriazione petrolifera. Proprio in questo, nel tentativo di soffocare la cattiva coscienza, si ritrova la nostra cultura residuale più che quella altrui. Naturalmente questo effetto paura, moltiplicato ed enfatizzato dal fatto di venire da un mondo esterno e in qualche modo insondabile, è proprio quello voluto dalle elites e sintonizzato dai media per distrarre dai problemi concreti del declino, dell’impoverimento, del furto di diritti, di welfare e di speranze che per inciso rischiano di fare molti più morti dei pazzi enigmatici che girano per treni e per chiese. Il gioco è abbastanza facile anche se complesso e sostanzialmente si basa sulla creazione di dominanti di significato che poi diventano conformismo compulsivo ed emotivo da cui anche la rete è invasa.

E tuttavia la differenza con quel 2 agosto di 36 anni fa, non si può spiegare interamente alla luce di tutto questo  e offro alla discussione una tesi che potrà apparire paradossale, ma che ha il suo fondamento nella realtà concreta, nella gestione dell’immigrazione e nei concetti guida di natura sostanzialmente coloniale e xenofoba, in una parola ottocentesca, con i quali è stata affrontata. Non c’è mai stata da noi, né  nel resto dell’Europa una considerazione delle persone, ma solo dei gruppi etnici e/o religiosi, vista l’inveterata abitudine storica a pensare in termini di cuius regio eius religio: al di là delle operazioni di sfruttamento e di tensione salariale al ribasso per le quali l’immigrazione è stata sfruttata, siamo stati proprio noi a confinare in comunità chiuse i migranti, finendo per consolidare le differenze invece di stemperarle. Non abbiamo mai guardato alle persone, ai loro diritti (che non sono tout court assimilabili a quelli dell’individuo) e alle loro differenze: se vieni da un Paese musulmano sei musulmano e basta, magari più o meno integralista, ma non puoi sfuggire a questa etichetta, meno ancora che nei Paesi d’origine. Noi possiamo non essere cattolici in un Paese cattolico, ma agli altri non è data tanta complessità.

Così si sono creati  dei ghetti autogestiti, come quelli dei turchi in Germania o degli algerini in Francia, formata da gente libera in qualche modo di accettare ciò da cui probabilmente stava fuggendo: in poche parole si sono imposte dall’esterno delle identità culturali ossessive che alla fine stanno deflagrando. E la paura che prende alla gola dipende esattamente da questo: che mentre noi stiamo abbandonando la nostra identità culturale per stemperarla nel vacuo globalismo e nel pensiero unico, mentre rinunciamo a valori, tradizioni, lingua, espressione in nome del conformismo planetario di marca americana, ci troviamo di fronte a comunità dove invece questa identità è esaltata al massimo in nome di un multiculturalismo malinteso e ancor peggio praticato. Insomma ci sembra di essere dei vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, ci aggrappiamo al niente che stiamo diventando, alla nostra natura che è sempre meno quella di cittadini e di persone e sempre più un’identità di consumatori. Capiamo di essere disarmati nonostante tutte le armi di cui facciamo sfoggio e che certamente non ci inibiamo dall’usare quotidianamente. Il problema non è il terrorismo, o ciò che passa per tale siano noi che stiamo vendendo le primogeniture per un piatto di telefonini, per gadget assortiti, per illusioni e suggestioni alle quali non ci sappiamo sottrarre al punto che la strage di Nizza e gli altri eventi hanno coinciso con l’acme della ricerca di pokemon: con la guerra di civiltà non facciamo altro che reclamare quella che stiamo perdendo immaginando che essa possa essere rintracciata in negativo, nella contrapposizione., come il profilo del vaso tra due volti.

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Licenza d’uccidere

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che gli Usa abbiano occupato militarmente e colonizzato anche il nostro immaginario è ormai risaputo. Lo dimostra il potere di persuasione, esercitato come un inedito proselitismo su disturbati, frustrati, matti di quartiere, che escono una mattina armati fino ai denti e sparano all’impazzata su passanti, studenti di college, spettatori al cine, clienti di supermercati, sconosciuti insomma, o noti scelti per eseguire vendette private. E che parla, a chi vuol sentire, della potenza oscura di un impero che ha raccontato ed esportato la bontà della guerra, l’agire preventivamente e il reagire massicciamente a potenziali nemici, identificati e indicati all’opinione pubblica per legittimare violenza, sopraffazione, repressione ed una caccia, senza quartiere e senza confini, per “stanarli”. Perché la guerra, anche quella preventiva, è necessaria non solo per la sicurezza ma per difendere il nodo di vita, lo stile americano e occidentale tout court, autorizzando Usa e satelliti per colpire non solo chi li colpisce, non solo chi minaccia di colpirli, ma perfino e legittimamente chi possiede la capacità militare per farlo.

Una guerra così buona  che assume sorprendenti fattezze umanitarie o viene accreditata per l’esportazione di democrazia e per il rafforzamento di civili istituzioni. E che grazie all’offerta di attrezzature acconce e utili consigli per gli acquisti, è davvero a portata di tutti, per giustizie private, rese di conti personali, riscatti emotivi, indennizzi psicologici con spargimento di sangue risarcitorio, con un potenziale propagandistico formidabile, provocando – oggi anche da noi – una moltiplicazione tremenda, una terribile emulazione che libera dai freni inibitori e sbriglia quell’agire aggressivo e violento del torto subito che vuol diventare diritto di esercitarne sugli altri, direttamente o indirettamente colpevoli.

Se poi ad armare la mano c’è qualche prodotto energizzante offerto dal supermercato ideologico contemporaneo, neo-nazismo, xenofobia, razzismo, malintesa professione di fede,  allora la sconfitta, l’insuccesso, l’insoddisfazione si traducono nel  delirante ed epico svolgimento di una missione, di un incarico alto che va oltre la cieca manifestazione di odio degli sterminatori di college e degli stragisti della provincia americana.

Che non siamo una civiltà superiore è dimostrato dall’impotenza dimostrata nell’accettare tali e profonde disuguaglianze, che hanno prodotto un così sanguinoso malessere, nel permettere che si diffondesse tanta umiliazione che la dignità si risveglia nel modo più aberrante, infliggendo mortificazioni sugli altri. E che poteri cresciuti all’ombra e grazie ai finanziamenti e all’appoggio dei detentori della pretesa egemonia sociale e culturale occidentale, finiscano per incarnare riscatto, spirito di vendetta e risarcimento a costo della propria vita stessa, che si possa pensare di contrastare la guerra con altra guerra, di combattere le armi con altre armi.

Non è una civiltà superiore quella che sotto l’albero o nella calza moltiplica  mitra, rivoltelle,   pupazzi da portarsi a letto  diventati minacciosi nemici da combattere con armi micidiali, gli innocenti giochi da tavolo   sostituiti da sofisticati role playing, warmachine, tabletop, consolle di gare bellicose, per imparare da subito l’arte della guerra per i minori, ma che piacciono molto ai grandi, meno attrezzati dei nativi digitali, ma più pericolosi se trasferiscono la competizione e la combattività nella realtà poco ludica della mobilitazione di 1400 soldati da mandare in Iraq, per “libera e autonoma scelta”.

Non è una civiltà superiore quella che fa girare troppe armi, gadget bramati da  piccoli e adulti, “autorizzate” dagli impresari della paura per difendersi dal pericolo del diverso da noi, sdoganate dalla spettacolarizzazione della violenza, benviste dagli apostoli della divinità del mercato che sa quando sia redditizio quel brand per alcune economie nazionali, proposte come irrinunciabili da chi, superata nei fatti la menzogna del nemico esterno alla Orwell, le consiglia per proteggersi da quelli infiltrati tra noi, immigrati, terroristi, oppositori.

Così si è creato un mercato parallelo, che ricorda quello dei prodotti di marca taroccati che si sospetta sai alimentato dalle griffe stesse, così di aggirare leggi, restrizioni, controlli. E mentre il direttore dell’associazione degli industriali del comparto chiede legislazioni omogenee per non “penalizzare produttori e consumatori, evitando inutili restrizioni e burocratizzazioni” si scopre che le armi usate per gli attentati di Parigi provengono dalla fiorente  rete commerciale balcanica, detentrice, pare, dell’egemonia del settore, che l’attentatore di Monaco, che aveva un regolare porto d’armi, ha colpito con una pistola molto diffusa nel mercato nero delle refurtive, rimediata su una piattaforma del deep web  o procurata attraverso un intermediario malavitoso, che in Germania  è in continuo aumento la richiesta di licenze, malgrado la legge che regola il settore sia stata rivista dopo le due stragi in due scuole, che sempre là dove le regole sono più severe che altrove, circolano 5, 7 milioni di armi “legali” ma almeno 40 milioni di prodotti clandestini e che è il Belgio, e chi l’avrebbe detto, il crocevia del traffico opaco e illegale.

Come in un orrifico gioco virtuale, la barbarie che stiamo attraversando e cui stiamo contribuendo ipotizza che a ognuno di noi corrisponda un altro noi, speculare e che punta una pistola. Ma il duello non si risolve armandoci, stando a vedere chi spara per primo, ma deponendo le armi prima che sia troppo tardi. Prima che vincano quelli che stanno in quelle fortezze inattaccabili, ben difese, risparmiate da terroristi, matti, disturbati, chissà come mai.

 

 

 

 


Uomini e Day americani

religione21Così abbiamo anche noi il black friday, ovvero la coda commerciale del giorno del Ringraziamento, irrinunciabile aggiunta a una lunga serie di “day “nei quali si provoca la follia consumistica che aggredisce il pianeta a fronte di oggetti per la quasi totalità inutili. Il nuovo appuntamento che non ha alcun riscontro nella nostra tradizione, nella nostra storia e nella nostra vita, è stato imposto dalle catene online per favorire la riduzione delle scorte e dei fondi di magazzino, ma sarebbe sbagliato considerarlo solo da questo punto di vista: in realtà è l’importazione, anzi l’imposizione di un rito religioso.

Certo la religione del denaro, del profitto, dell’ Homo consumptor la nuova specie creata dal capitalismo il cui il Sé diventa una funzione del possesso. Ma io non parlo per metafora, parlo di una religione strutturata vera e propria che se ha la sua messa solenne  nel biglietto verde, costituisce una divinizzazione del Paese guida che essendo la “democrazia di Dio” diventa un culto autonomo: essere contro gli Usa è essere contro Dio stesso, criticarne il governo è una bestemmia. Questo basilare concetto teologico non è solo appannaggio della destra conservatrice, ma è patrimonio comune e spiega perché sia pressoché impossibile per chiunque, anche ai meglio intenzionati, deviare dalle logiche imperiali o sperare che un qualunque crimine di guerra ( la scelta è ampia) faccia rinsavire l’opinione pubblica. Al massimo si può sperare in una tardiva autocritica su possibili eccessi, ma non certo sui fondamenti. Del resto Bush figlio ha perfettamente incarnato, ma soprattutto esplicitamente espresso questa religiosità nazionalista, ecumenica solo nel senso che tutti gli altri vi si devono adattare con le buone o con le cattive. Ma di certo non è il primo visto che già Washington affermava che “non poteva esservi moralità senza religione” . Persino un  nevrotico senza finezza come Toqueville capì a suo tempo che la religione era “la principale istituzione politica degli Stati Uniti.” Anche se non capì in che senso.

Non bisogna farsi ingannare dalla libertà religiosa  di cui si gode negli States e della formale separazione fra stato e fedi, anzi questo è proprio una dimostrazione di quanto dico: si può adorare qualsiasi dio minore, purché si glorifichi  quello maggiore, ossia la coincidenza del destino statunitense con la divinità. Nihil sub sole novi: anche l’impero romano era di fatto il dio di se stesso e nelle terre conquistate venivano eretti i templi dedicati alla triade capitolina che  testimoniavano più che presenze metafisiche il potere dell’Urbe. Qualsiasi culto era permesso, rispettato e praticato purché s’inchinasse a quello dell’impero come divinità immanente.

Oggi viviamo una condizione radicalmente diversa e sarebbe difficile erigere chiese di culto americano anzi in molti casi sarebbe controproducente e inopportuno: la divinità si manifesta piuttosto attraverso la diffusione dei riti, della cultura, dei costumi e della lingua che ne trasporta i valori. Ecco perché abbiamo il black friday, il degrado del gusto portato dalla risacca della tv, d’oltre oceano, il vezzo di nominare qualsiasi cosa e soprattutto i prodotti commerciali in inglese anche quando è inutile, superfluo, controproducente o ridicolo come il venerdì nero. Sono nient’altro che orazioni, preghierine, spezzoni di culto a cui siamo di fatto costretti ad aderire. Quando parliamo di scontro fra civiltà dobbiamo avere in mente che non parliamo in realtà dello scontro fra religioni peraltro molto simili, non parliamo di islam e di cristianesimo, ma dello scontro epocale fra Ramadan e black friday, di quello tra le logiche dei vangeli e quelli delle multinazionali, tra libertà e freedom ( che sono due cose diversissime) , tra una concezione e aspirazione laica dello stato o della politica e una sostanzialmente religiosa o autoreligiosa. Non è certo un caso se la faglia principale di scontro – sempre ovviamente determinata dagli interessi – sia tra il mondo islamico e quello anglosassone nei quali esiste un diversissimo, ma stringente rapporto tra religione e governo dentro una sacralizzazione della politica.   Naturalmente non a tutti gli americani sfugge questo paradosso, ma una religione nazionalista che si arroga il diritto di definire il bene e il male, ha una forza enorme riuscendo a sacralizzare anche i dividendi. Almeno fino a che questi non saranno completamente assorbiti in poche mani come sta effettivamente avvenendo. Ogni religione ha i suoi punti deboli.


“Sei credente?” Si nell’ipocrisia onnipotente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è una epidemia. Arriva un momento in tutti i talkshow, in tutte le interviste che il conduttore o il giornalista mette alle strette il politico, il cantante, la velina, lo sportivo e “ma tu sei credente?”, chiede. E la domanda è talmente perentoria che non ammette esitazioni. E tutti immancabilmente rispondono si. E ci mancherebbe, si sa non possiamo non dirci cristiani, no?
I più spericolatamente non si fermano alla semplice conferma, no certificano che loro sono di volta in volta fedeli di padre Pio, hanno fatto dei fioretti, sono stati un fine settimana a Medjugorje con Bosio, adottano a distanza, hanno una zia suora come il premier e pregano, si, parlano moltissimo con Gesù, ma per carità non in chiesa bensì nei posti più improbabili, teleferica sott’acqua, dall’estetista.

Insomma pare si debba essere “ religiosamente corretti”, seppur disordinati o un tantino indisciplinati, altrimenti non si ha diritto di parola su nessuna questione morale. Ma nemmeno politica, come dimostrano le reazioni alle esternazioni di Bagnasco sulle quali meglio di me ha discettato oggi il Simplicissimus. O comunque attinente ai cosiddetti temi eticamente sensibili, come se l’etica fosse un affare di stato, ma solo Vaticano.
La religione- per molti – è come – per molti – la democrazia, va bene se resta uno sfondo, se non ostacola scelte, inclinazioni e cattive abitudini, se la sua manutenzione non diventa complicata tanto da condizionare benessere e privilegi, se costa poco e se si può “fare da casa”, con poco impegno salvo qualche pentimento in cambio di qualche indulgenza. Anche senza andare in chiesa e nemmeno più a votare. E nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche c’è lo stesso risentito e disilluso disappunto di chi se la prende con la casta dei partiti.
Hanno ragione per carità, ma fino a un certo punto.

La fidelizzazione la promuovono le aziende e la sollecitano dai loro clienti e consumatori, che si consegnano in cambio di benefici, che magari consistono nell’accedere e in qualche modo inesplicabile appartenere a un ceto esclusivo di privilegiati esenti da doveri, perfino quello di rispettare le regole o pagare le tasse.

Credo e cittadinanza, intesa come esercizio di diritti e doveri, socialità, la bellezza dello stare insieme e ragionare insieme, no, non si può viverli solo in una dimensione privata di fedeltà, testimonianza individuale oppure come adesione formale in attesa del premio, privilegio o salvezza che sia. Per ambedue serve qualcosa che possiamo chiamare dottrina morale e che proprio per questo è così lontana dalla nostra contemporaneità.
Qualcuno ha detto che in un’epoca di profonda crisi morale la società si trova a chiedere aiuto alla chiesa. Io mi auguro che non sia vero, che non sia vero che senza la dimensione dell’ultraterreno gran parte degli uomini sia spaesata e perduta. E che il nostro orizzonte non dipenda solo da noi. Non credo che per essere capaci di dare un senso alla nostra esistenza dobbiamo attingere e una verità rivelata perché le nostre verità sono illusorie o deludenti o inadeguate.

Spesso si pensa che i credenti abbiano un dono in più: la loro fede, un sostegno che li aiuta, da cui trarre forza e determinazione. Sarà così ma sono anche convinta che in fasi di perdita di credibilità della chiesa e delle sue gerarchie, di generale erosione dei vincoli di coesione sociale, di perdita di orientamenti morali la loro sia una condizione difficile e che il vulnus inflitto alle loro certezze e alla loro “civiltà” sia più profondo che per noi laici. Che siamo forti proprio per la nostra “religione civile”: etica, dedizione al bene comune, subordinazione degli interessi personali e quello generale, senso dello Stato e delle istituzioni, rispetto delle leggi in tutto senza promesse o premi se non una armoniosa appartenenza “umana”.

Ecco in questi tempi di prevaricazione, intromissione e ingerenza dei poteri forti, più prepotenti perché si dibattono in una crisi profonda, la buona novella per i credenti potrebbe essere quella di esprimere una libera e responsabile condizione di cittadini, rispettosi delle leggi della propria coscienza e delle convinzioni e inclinazioni degli altri. Capaci di integrare questi principi con la loro fede, con la lealtà che si deve a un ethos comune quello della comunanza di regole diritti e doveri condivisi. Che il bene e l’amore e la libertà che l’uomo cerca dentro e fuori di sé come i suoi fantasmi e le sue paure sono uguali in tutte le geografie e sotto tutti i cieli stellati. E nel farsi compagnia in pace ci si consola del molto dolore di vivere.


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