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Sacrestia Italia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La rivelazione della pia infamia ci ha colto di sorpresa, quando, grazie alla denuncia su un social di una signora di Roma, abbiamo scoperto che al cimitero Flaminio  esiste  una distesa di croci di legno, con su scritto col pennarello nomi di donna e numeri di registro, le generalità, cioè, delle donne che all’indomani dell’interruzione di gravidanza, hanno firmato un modulo che delega all’ospedale la procedura di “smaltimento” del feto

Il garante della privacy, e oggi la magistratura ordinaria, ha aperto una indagine: nessuna era a conoscenza della pratica di “sepoltura”, nessuno poteva immaginare che una  decisione presa nell’ambito di una legge dello stato, legale quindi, fornisse l’occasione per criminalizzare con tanto di nome e cognome un atto che scaturisce da una  dolorosa riflessione, da una scelta grave e motivata, legittimo quindi.

Però la sorpresa non è giustificata: nel 2012 la vice sindaco Sveva Belviso, primo cittadino Alemanno, apriva con una toccante cerimonia  il “Giardino degli angeli“, un’area di 600 metri quadri nel cimitero Laurentino dedicata alla sepoltura di quei bimbi che non sono mai venuti alla luce a causa di un aborto praticato ai sensi della legge tra la ventesima e la ventottesima settimana di gravidanza, un giardino, scriveva allora la compunta stampa locale, “ con camelie bianche e due statue in marmo raffiguranti angeli alati a vegliare sulle tombe dei ‘bambini mai nati’, un vero  inno alla vita“.

E un anno dopo a Firenze, sindaco Matteo Renzi, il consiglio comunale approva una delibera per la realizzazione, cito ancora, del “cimiterino dei prodotti dell’aborto e del concepimento”, passata a larga maggioranza grazie al caldo appoggio del Pd e caldeggiata con fervore dall’allora assessora ai Servizi Sociali e vicesindaca, legatissima al primo cittadino, avvocata e in questa veste legale dell’Istituto Diocesano.

Una breve ricognizione su Google, poi, dimostra l’esempio è stato largamente seguito grazie al dinamismo di movimenti per la vita mobilitati contro l’assassinio a norma di legge, associazioni, gruppi di pressioni e lobby, che tocca sempre dar ragione a Rosa Luxembourg che sosteneva che dietro a un dogma c’è sempre un affare. E dire che la possibilità di seppellire i feti di qualunque età gestazionale  è garantito da decenni da un decreto presidenziale: il dpr 10/09/90, che autorizza alla tumulazione chiunque si sente di farlo. Mentre non c’è legge o provvedimento che autorizzila più vergognosa e sordida delle propagande, con l’intento di criminalizzare, di lanciare anatemi e pubbliche condanne contro le donne, umiliando e offendendo la loro scelta meditata, che è libera solo perché tutelata da una legge dello Stato, ma che risponde a necessità dolorose e imposte da fattori sanitari, familiari, economici. Perché, bisogna ricordarlo, mettere al mondo una creatura malata o a rischio della madre, non potendole garantire un futuro dignitoso e felice è, quello si, un reato, commesso da un sistema sociale che seleziona i potenziali possessori del diritto a concedersi il lusso della procreazione.

Abbiamo proprio commesso una colpa, tutti, abbassando la vigilanza non soltanto sulla continua sospensione criminale di un diritto, il più infelice, ancora più di quello di scegliersi una morte dignitosa, attuata con i mezzi illegali e illegittimi del ricorso all’obiezione di coscienza, molto in uso negli ospedali pubblici a beneficio delle strutture private e abusive, ma sugli attentati che ogni giorno si compiono ai danni delle prerogative e delle garanzie  che fanno della sopravvivenza una esistenza piena e consapevole in ogni età.

E infatti proprio mentre le cronache si occupavano del  caso di Angelo Becciu, cardinale dimissionato da papa Francesco perché accusato di speculazione finanziaria e immobiliare e di aver distratto soldi per scopi personali dall’Obolo di San Pietro collettore di offerte e donazioni per le azioni sociali della Chiesa nei confronti dei poveri, il ministro della Salute coglieva l’occasione per nominare un altissimo prelato vaticano a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, quel Monsignor Vincenzo Paglia gran cancelliere del Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, e, tanto per non sbagliare, influentissimo consigliere spirituale della Comunità di sant’Egidio.   

Non è la prima volta che il ministro rivela le sue scarse difese immunitarie dal virus del ridicolo. Non bastava scegliere una autorità confessionale per gestire una commissione tecnica di carattere istituzionale,  non bastava selezionare un soggetto che ricopre funzioni strategiche in uno Stato straniero, toccava proprio mettergli nelle mani il dossier spinoso di un settore infiltrato da  opachi interessi privati, minacciato dalle pretese di “autonomia” di regioni nelle quali si è consumato l’eccidio degli anziani e che coltivano la pratica delle regalie e degli accreditamenti alle strutture sanitarie gestite dalla chiesa e dal suo personale, non sempre in cuffietta e abito talare, che non ce n’è bisogno.

Ogni tanto bisognerebbe togliere le ragnatele da certi frasi storiche: fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Mentre lascerei chiusa nei sussidiari “libera Chiesa in libero Stato”, perché via via che la sovranità statale, e popolare, è andata riducendosi non solo in economia, ma in tutti i settori della società, minando perfino le basi dell’autodeterminazione e dell’indipendenza di espressione, opinione, voto, culto, si sono invece rafforzati i “poteri”, compreso quello della religione maggioritaria.

Non c’è da stupirsi. Sarà vero che c’è una crisi delle vocazioni, sarà vero che le chiese sono vuote,  sarò vero che il capitalismo, e il consumismo, provvede alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le religioni,  ma il potere di influenza del cattolicesimo e della sua  concezione della società che condiziona la politica, l’informazione, lo spettacolo conserva una potenza formidabile, che infiltra scelte, comportamenti, discipline, contesti strategici e cruciali della cittadinanza: istruzione, contraccezione, aborto, assistenza agli anziani, eutanasia, salute. 

Ci voleva anche l’emergenza sanitaria, dopo quella “finanziaria” a  rafforzare la triade Dio, patria e famiglia, con tutta la genesi di rinascita dei buoni sentimenti, con la remissione dello spirito di rapina, dell’aggressività della competizione che, raccontano, farà superare il momento selvaggio dello sviluppo illimitato,  con  il recupero del senso di unità nazionale e  la rimonta incontrastabile del focolare domestico e dell’idealizzazione dei suoi angeli divisi con soddisfazione tra part time e cura dello sposo, della progenie e degli anziani superstiti.

Per dare un po’ di guazza all’antitesi colpa-espiazione ci si sono messi pure rituali apotropaici: amuchina all’ingresso come fosse l’acquasantiera, maledizioni e anatemi contro gli infedeli del Covid, esegesi bibliche del morbo in qualità di piaga – che poi erano dieci e non sette e chissà cosa ci attende, come punizione divina.

E tanto per chiarire che la laicità è un optional, un capriccio che non possiamo permetterci, perché sarebbe come voler difendere l’autonomia dei cittadini dalle pretese della chiesa alla pari del volerli tutelare da quelle dei padroni, delle banche, ogni giorno qualcuno ci indottrina sull’opportunità della rinuncia a diritti e libertà, in nome della necessità, in nome del benessere, in nome della salute, in nome della sicurezza e anche in nome del risarcimento cui potremo aspirare nell’aldilà perfino i più fervidi liberisti si improvvisano trinariciuti commentatori di Gramsci che aveva guardato all’egemonia del cattolicesimo come a un modello frutto della cultura popolare, che, ammoniscono,  oggi potrebbe salvarci dall’alienazione capitalistica, per non parlare del saccheggio interessato di Weber che considerava l’esperienza religiosa una «sfera vitale», profonda e decisiva.

Ma ancora più appassionato e dolente è il richiamo dei tanti che per descrivere e salvaguardare la nostra cifra identitaria, che poi sarebbe quella della democrazia occidentale, estrae dal cassettino della memoria “la fede religiosa fondata sul lascito giudaico-cristiano e l’istituto della famiglia” (Galli della Loggia dixit), quello che viene rivendicato come fondamento insostituibile dell’Europa, che avrebbe la potenza di contrastare il rischioso e rinunciatario meticciato e quella allarmante supremazia islamica incompatibiel con la civiltà superiore e i suoi sistemi istituzionali, che offende e reprime le donne, impedisce e censura la libera espressione impone la sua mistica e la sua morale in forma di etica pubblica.

Insomma per garantirsi l’ammissione e la permanenza nella nostra civiltà superiore bisogno giustificarsi di essere agnostici, non-credenti e  laici, cui viene di fatto disconosciuta la pienezza della propria legittimità sui cosiddetti temi eticamente sensibili.

Non a caso, perché significherebbe porsi fuori dalle regole, della religione e del mercato, alle quali bisogna uniformarsi in veste di leggi di natura e che ormai hanno gli stessi obiettivi, se è evidente che alle gerarchie vaticane preme innanzitutto ottenere dal governo risorse finanziarie e strumenti legali per realizzare quella che ritengono la loro missione e la loro «battaglia per la verità» e «per la vita», proprio come ai governi e ai poteri secolari.

È talmente vero che l’imposizione dei dogmi e delle interpretazioni confessionali dei “fenomeni” ha talmente investito la scienza da diventare temi riconducibili a quella attrezzatura di verità dogmatiche  che hanno fondato  il cristianesimo (rivelazione, salvezza, incarnazione, redenzione), trattati come discorsi «antropologici» in aggiunta secolare di quelli teologici in modo da dare pienezza e poter imporre una dottrina, un messaggio, una “lezione” di parte come etica pubblica e sociale che deve necessariamente “informare” e impregnare le discipline scientifiche.

E’ talmente vero che questa concezione è entrata a far parte del bagaglio ideologico del neoliberismo con l’implicazione e connessione diretta   tra la dimensione della politica e quella della sfera strettamente biologica della vita.

È talmente vero che ci cascano tutti, non solo partiti e movimenti che cercano consenso in un elettorato assuefatto alle ingerenze e permeabile ai valori cristiani, la cui trasmissione è oggi affidata all’istruzione, alla sanità, all’assistenza e alla beneficenza “privata”, ma anche a quelli che in questi giorni, pur denunciando a gran voce l’offesa recata al dolore e alla dignità di tante donne, usano la  tremenda formula “bambino mai nato” che attribuisce a un embrione fecondato identità di persona, sottintendendo una volontà assassina nell’interrompere il formarsi di un essere umano.    


Nostra Signora dei like

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una delle accuse che mi vengono mosse più di frequente – subito dopo radical chic- è che “non mi va mai bene niente”. Immagino sia vero, perché non mi viene mai in mente qualcosa di promettente, che funzioni, che risponda a bisogni e aspettative.

Ho premesso questa nota autobiografica perché ho mai nutrito né fiducia né simpatia per una organizzazione che per combattere le lobby ne mutua modi e tratti diventando a sua volta lobby, la cui influenza cresce man mano che aumenta il potere intimidatorio conquistato a suon di compromessi “doverosi” in nome della buona causa, di negoziati non sempre trasparenti, di vicende giudiziarie che evaporano nell’oblio di anni di cause e ricorsi.

Ma non è per questo che  ho mai seguito con particolare interesse ascesa e declino del Codacons, anche prima della svolta in difesa dell’ortodossia cattolica:  è che mi ostino a pensare che bisogna tutelare i diritti dei cittadini – uomini, donne, vecchi, bambini, lavoratori, disoccupati, sani, malati, utenti, agnostici, laici, praticanti –  in quanto tali, e non in veste di consumatori, come invece ci hanno insegnato a fare i nostri colonizzatori e un imprenditore prestato alla politica che ha realizzato da noi  il sogno americano  di commercializzare e trasformare la realtà  in spettacolo a pagamento, gli elettori in spettatori, i tribunali in Forum, la buvette in mercatino del baratto, la comunicazione politica in talkshow.

Però bisogna comprendere se, via via che scemava l’ascendente sul pubblico, via via che si è ridotta l’autorità di stati intermedi: partiti, sindacati, associazioni polverizzate in una miriade di soggetti di consulenza, aiuto, assistenza, che navigano nel mare virtuale, la prestigiosa “Associazione di associazioni” ha perso la testa alla ricerca di bersagli, battaglie, slogan. 

E così, spericolatamente, ha imboccato una temeraria via sacra,  denunciando per blasfemia Chiara Ferragni il cui viso ha sostituito quello della Madonna in un dipinto   del Sassoferrato, a corredo di una intervista al marito su Vanity Fair.

Accusandola, solo ora dopo le visite pastorali agli Uffizi o a Venezia dove le è stato donato in segno di gratitudine per la pubblicità offerta alla “ridente cittadina veneta” (il copyright va a un  lontano Tg3), accusandola in sostanza di fare il suo mestiere che le ha regalati fama e denaro: sfruttare la religione e le sue icone a scopo commerciale  “essendo noto come sia una vera e propria macchina da soldi finalizzata a vendere prodotti, sponsorizzare marchi commerciali e indurre i suoi follower all’acquisto di questo o quel bene”.

Come al solito, il problema con le cretinate più sciagurate è che ti tocca difendere l’indifendibile, così succede di prendere le parti perfino di una che si è venduta le doglie e il parto,  che campa sfoggiando schifezze globali in modo che il motore dell’invidia consigli gli incauti acquisti, vivendo e mostrandosi in stato perenne di donna sandwich per fare il marketing di se stessa, del suo e di altri marchi, imputata in veste di marcante nel tempio da qualcuno che a sua volta vuole riconquistarsi una fetta di mercato con il suo  spot a sfondo religioso firmato neo-Inquisizione.

Però, quello che non è francamente sopportabile è che ai milioni di follower portati a giustificazione della resa davanti alla funesta imprenditrice di se stessa e di dozzinali puttanate di direttori di musei, sindaci, pensatori, adesso si siano aggiunti gli “antifascisti” folgorati da una sua profonda analisi su Instagram effettuata in occasione della morte di Willy, un delitto, ha scritto,  maturato nella “cultura fascista e razzista”.

Giù le mani dalla partigiana Chiara, il messaggio  circolava in rete, sui social e sui giornaloni.

La verità è che se proprio si vuol riconoscere un merito alla Ferragni è quello di capire tempestivamente quali prodotti funzionano sul mercato “morale” e sociale, riconoscendo il valore commerciale dell’antifascismo, che fa vendere “fermenti” che manifestano a sostegno dell’establishment, candidati che cantano Sciur paròn dali beli braghe bianche ma aspirano a mettere al lavoro nei campi gratis quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o a costi stracciati gli immigrati che così possono comprarsi la regolarizzazione provvisoria, fini opinionisti che concepiscono l’accoglienza incarnata da camerierine in grembiulino e crestina e giardinieri in livrea nel giardino di Capalbio.

Tra tanti stracci sontuosi delle Grandi Griffe, Ferragni ha scoperto che funziona  altrettanto bene delle pezze multicolorate e delle scarpe cucite dai ragazzini del Bangladesh, promosse a oggetto di culto grazie a lei, qualcosa che costa, che ormai si trova su tutti gli scaffali del pensiero comune insieme alla paccottiglia del cosmopolitismo,  dell’integrazione di badanti e muratori, purchè declamatori di Dante, dell’antirazzismo che si configura come contrasto all’energumeno  che ha avuto la capacità di suscitare odio redentivo, come se il semplice detestarlo avesse la virtù di purificare da ogni peccato.

E chi meglio di lei potrebbe impersonare l’antifascismo di facciata, quello che non elabora il passato, preferendo riconoscere solo nel suo tragico folclore i segni del presente,  rimuovendo la sua continuità nell’avidità di accumulare ricchezze, di sfruttare popoli e risorse, di manomettere territorio, memoria, verità, di abbattere la scure della censura sui dissidenti, di organizzare spedizioni coloniali, di zittire o eliminare concorrenza ideale, di imprigionare chi obietta e preferibilmente farlo fuori, di condurre pogrom  orchestrati contro un nemico a piacere scelto per legittimare una guerra o una purificazione.

Tocca sempre ripetersi, un antifascismo senza riscatto dei sommersi, degli sfruttati, degli emarginati è  diventato una cifra irrinunciabile per ceti che  desiderano sentirsi ancora borghesi, superiori socialmente, culturalmente e dunque moralmente e che ne impiegano le griffe ricamate, gli slogan aggiornati, le cover degli inni a cura dei rapper per giustificare idealmente il mantenimento dei  loro privilegi e del loro status sociale  e etico.

Se la meritano quella madonnina del Perdono, che monda dai loro peccati.


Dubito ergo sum

Petrarca-Meister_001Quando ero ragazzino del ginnasio e mi affannavo sull’Iliade ,  “Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος οὐλομένην, ἣ μυρί᾿ Ἀχαιοῖς ἄλγε᾿ , Cantami o diva del Pelide Achille, l’ira funesta… la vittoria sul cancro era considerata una meta a portata di mano, imminente, indubitabile e invece da vecchio tutto è rimasto come allora salvo la diagnosi precoce che è l’unico vero motivo della diminuzione di mortalità per questo male. Da giovane adulto è arrivato l’Aids e sembrava che un vaccino fosse questione di mesi al massimo di pochi anni, invece sono passati quattro decenni, Fauci si è fatto ricco a forza di proporre un vaccino mai uscito e di per sé impossibile vista la variabilità del virus che provoca la malattia o di cui è concausa e ci sono solo dei farmaci che rallentano lo sviluppo dell’Hiv  in maniera da ridurre o annullare la mortalità. Per di più sono stati avanzati diversi dubbi sull’origine della malattia, ma la versione prevalente  consente profitti tali da essere molto improbabile una sua eventuale “falsificazione” nonostante i dati epidemiologici suscitino più di un razionale dubbio.

Ad ogni modo la distanza siderale tra le promesse e i fallimenti avrebbe dovuto creare una visione assai più vicina alla realtà e cioè che il progresso della scienza ( da molti confuso con le applicazioni tecnologiche) consiste essenzialmente  nell’aumento delle cose che non sappiamo tanto da poter dire che oggi rispetto al passato mai così tanti hanno saputo così poco. Tuttavia il meccanismo intrinsecamente assertivo della comunicazione mass mediatica ha avuto un effetto diametralmente opposto rispetto a ciò che la realtà dovrebbe suggerire facendo della scienza non un campo di indagine guidato dal dubbio e dalla continua revisione degli errori, ma il suo esatto contrario ovvero una sorta di religione nel cui ambito non c’è discussione ma solo ortodossia contrapposta alla blasfemia e dotato di un corpo sacerdotale intoccabile a meno di palese eresia. Questi concetti sono stati espressi sul Guardian dal paleontologo Henry Gee, redattore  senior della rivista Nature, che sta alla scienza come i documenti della Congregazione per la dottrina della fede stanno al Vaticano. Inoltre il fatto che in alcuni ambiti scientifici più distanti dalla ricerca di base , come quello della medicina, i soldi della farmacologia siano divenuti assolutamente determinanti per orientare la ricerca e le idee guida, che la follia anglosassone del publish or perish, stia producendo milioni e milioni di ricerche inutili e/o di pessima qualità che servono solo a scopi accademici, che la stessa riproducibilità sperimentale sia entrata in crisi, spingono ancora di più verso la mutazione religiosa e la convergenza verso gli altari delle dottrine standard. “Il dibattito e il dissenso non sono soltanto proibiti, ma inconcepibili.  Gli scienziati, o quelli che si spacciano per scienziati, rivendicano un’autorità quasi religiosa.” dice Gee.

Così accade che nelle condizioni di crisi reale o narrativa che sia, nella quale ci troviamo oggi,  alcuni scienziati abbiano indossato l’abito talare pretendendo che le loro tesi ancorché contraddittorie non vengano minimamente messe in discussione dai profani, che esse debbano diventare dottrina dominante, nonostante che i dati diano loro torto marcio. E infatti gli abiti sacri che pretendono di indossare sono un’offesa alla scienza e vengono filati con l’ipocrisia , il denaro e degli interessi di potere: niente è più ridicolo e cieco  che il culto animistico degli esperti che rappresenta alla perfezione la sudditanza a cui siamo sottoposti. E tuttavia la reazione a questo finisce per essere così assurdamente radicale da non opporsi a una visione delle cose, ma di scimmiottarla al contrario perdendosi dietro a ogni più folle alternativismo che diventa ancor più settario: così la reazione a ciò che ci sembra discutibile, viene in qualche modo dispersa in altri culti di nicchia che non producono affatto il sano ritorno del dubbio, ma moltiplicano soltanto le fedi.  E dunque la scelta si riduce ad essere ortodossi o eretici, ma non esseri pensanti e consapevoli,  dunque gente a cui può essere fatta bere qualunque sciocchezza sotto il mantello della scienza, ma che è puro inganno come per esempio lo spaccio di qualunque decesso come effetto del Covid o il calcolo dei contagi assolutamente privo di qualsiasi credibilità statistica, una pura arma politica in mano alla protezione civile e ai suoi oscuri interessi. Che poi questo gregge venga trascinato verso la propria rovina senza nemmeno accorgersene è solo un a conseguenza necessaria. Dunque viva il dubbio: Einstein diceva: “Per punirmi del mio disprezzo verso l’autorità hanno fatto di me un’autorità”. 


I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


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