Archivi tag: fede

Tortellini e crocifissi

EF35xssWsAEfTfpL’Italia derubata e presa a tradimento si dedica spesso a polemiche di lana caprina che di solito fermentano in un substrato magico e apotropaico che ormai funge da succedaneo per l’esistenza di un sé e di comunità atomizzate altrimenti affidate solo al consumo e non tenute assieme da un collante ideale. Così ciclicamente riesplode la polemica sui crocifissi posti nelle scuole, in ogni luogo pubblico e persino nei tribunali in palese violazione del principio costituzionale che prescrive la libertà di culto. Non si tratta affatto della sciocca preoccupazione di offendere un ateo, un maomettano, un ebreo un induista o qualunque altra fede, visto che stupirsi, e incuriosirsi o anche impaurirsi di fronte alla diversità è naturale, mentre offendersi è solo un’idiozia, ma perché la libertà di culto esclude appunto che esista una religione di Stato: l’amministrazione e la formazione  pubblica dovrebbero prescindere da riferimenti religiosi, anche se per caso il 100% degli italiani fosse davvero credente e non esclusivamente dedito alle pratiche di devozione spicciola o miracolistica.

Anzi se si fosse dei veri fedeli  la presenza di un simbolo sacro, adorativo e fonte di mistero  in luoghi estranei al culto o alla meditazione dovrebbe essere motivo di forte turbamento: non per nulla questa moltiplicazione di crocifissi non affonda affatto nella tradizione come si pensa, ma è in termini storici recentissima. Infatti solo dopo le vicende unitarie e la scomparsa dello stato della Chiesa divenne tratto distintivo degli ambienti catto – vaticani, ma l’impulso maggiore alla “crocifissione” generale ci fu sotto il fascismo, quando la religione cattolica assurse al ruolo di religione di Stato con quel Concordato sottoscritto dal mangiapreti Mussolini e nelle scuole comparve l’obbligo dell’istruzione religiosa. Anzi a dirla tutta si rimane di sasso considerando che quel trattato è rimasto in vigore fino agli anni ’80 in piena contraddizione con la Costituzione italiana e persino nella revisione operata al tempo di Craxi (a fare concordati si fa sempre una brutta fine) la separazione fra Stato e chiesa viene esplicitamente affrontata solo nei protocolli addizionali. Ma oggi la questione non riguarda la fede in sé, quanto il diffuso ateismo devoto che riconosce in alcuni simboli un succedaneo di valori altrimenti smarriti, è qualcosa di cui si dovrebbe occupare Levi Bruhl o De Martino piuttosto che la politica. Per questo è possibile che dal finto sacro si arrivi direttamente al profano più spicciolo facendo scoppiare una polemica bislacca persino sui alcuni chili di tortellini con carne di pollo ordinati dalla curia bolognese per la festa di San Petronio.  Non manca mai qualche idiota pronto a vedere anche queste vivande  una resa all’Islam e non un semplice atto di cortesia e in fondo una forza di trascinamento verso le nostre tradizioni culinarie: ma allora il maggiore centro islamico è insediato dalla  grande industria alimentare che sforna da decenni paste farcite mettendoci dentro qualsiasi cosa tranne che gli ingredienti tradizionali. La cosa è talmente conclamata che qualche commentatore si è persino sbagliato e ha parlato di  agnolotti invece che di tortellini. Orrore.

Dunque sappiamo adesso quali sono i veri valori dell’italianità da difendere: crocifissi plasticosi da mettere ovunque e ricette di tradizione, quando ormai solo pochissimi ne sanno qualcosa in merito e hanno un gusto affinato: immagino che la stessa incertezza che regna sulla vera ricetta del ragù alla bolognese, investa anche le verità di fede che quasi nessuno conosce, nemmeno a livello elementare. Dacci oggi il ragù quotidiano e non ci indurre in tentazione.  Mi chiedo allora perché  l’hamburger protestante o il cibo kosher non siano considerati alla stessa stregua di offensive presenze: forse perché fra tanta confusione rimane ancora viva la capacità di essere servili con i forti e prepotenti con i deboli. Anzi è l’unica cosa che realmente ispira in saecula saeculorum il peggio di questo Paese.

 

 


Spacciatori di ripresa

imagesCi risiamo. Come ad ogni inizio di anno vengono fornite le cifre dell’immancabile ripresa e sebbene questa volta si arrivi con un po’ di ritardo a causa dell’innestarsi di diverse turbolenze, la filosofia di fondo è sempre la stessa, quella cioè di un sostanziale inganno dell’opinione pubblica affinché appoggi i massacri sociali nella speranza che tutto migliori e torni come prima.

Il gioco è facile perché i  numeri sono ben custoditi dai sacerdoti della statistica, in moltissimi casi sono solo stimati o a campione, perché il Pil è una misura onnicomprensiva e ormai anacronistica che diventa inutilizzabile per comprendere se una crescita è effettiva o soltanto sulla carta oppure riguarda solo un ristrettissimo ceto di ricchi. Per non parlare dei dati sulla disoccupazione che sono volutamente artefatti escludendo dal computo chi non è più iscritto alle liste per il lavoro, così che per esempio dalle statistiche Usa vengono esclusi quasi 30 milioni di disoccupati e vengono invece inseriti a forza nel bel mezzo del sogno americano quelli che lavorano un’ora a settimana. Il che spiega come i confortevoli dati coesistano con una bassa domanda.

Ma non voglio dilungarmi sui criteri ideologici che vengono applicati alla scienza statistica i cui risultati vengono poi gestiti in modo spregiudicato e mediatico dal potere, perché la pappardella sarebbe troppo lunga, mi focalizzerò solo su una cifra e su un ragionamento assurdo e grottesco che ci sono stati ammanniti nelle ultime 48 ore. La prima cifra è lo 0,6% di crescita del Pil che ci dovrebbe essere grazie alla diminuzione del prezzo del petrolio, il calo dell’euro del 25% ( visto come una manna, salvo poi stracciarsi le vesti se si ipotizza che una eventuale divisa nazionale potrebbe portare a una svalutazione del 20%), la manovra di Draghi. E’ un miscuglio di inganni e di autoinganni perché la manovra della Bce è già stata scontata dai mercati, il nostro export è per quasi l’80% nella zona euro e quindi non beneficia significativamente della debolezza della moneta comune e il risparmio sull’energia ha effetti molto modesti quando c’è stagnazione di domanda.

Tuttavia anche quello 0,6%  ammesso che venga raggiunto è solo un ballon d’essai: com’è noto dal primo settembre dell’anno scorso sono entrati in vigore nuovi criteri per il calcolo del Pil ( che ora comprende anche criminalità e prostituzione, “investimenti” militari insieme a moltissime altre misure) che secondo gli stessi propalatori di false speranze avrebbe dovuto portare a un aumento del Pil  dell’ 1% abbondante su base annua, solo grazie all’apporto di attività già presenti da sempre. Nel 2014 abbiamo potuto usufruire di questo aiutino per soli quattro mesi, ma nel 2015 i nuovi standard avranno  vita piena: dunque dovrebbero portare a una crescita nominale complessiva pari ai 2/3 (due terzi) dell’ 1% percento. Cioè a un aumento di circa lo 0,6%. Che magnifica coincidenza. Quindi anche se questo si dovesse verificare, il Pil reale sarebbe intorno allo 0 secco e ogni riduzione di questa straordinaria ripresa prevista non costituirebbe in realtà che un ulteriore calo del prodotto interno lordo.

Ma non si tarpano così le speranze nemmeno ai cavalli e perciò la Confcommercio si spinge a fornirci un ragionamento da universo parallelo: folgorata dall’apparizione di Santo Scontrino Addolorato, ancora ignara di essere la prossima vittima del liberismo finanziario, dice che quest’anno ci sarà la ripresa perché il crollo dei consumi sta rallentando. Come se frenando l’auto non solo si fermasse, ma tornasse indietro o il paracadutista che rallenta la sua caduta dopo l’apertura dell’ “ombrello” di tela potesse per questo tornare sull’aereo invece di scendere a terra. E’ ovvio che diradandosi i consumi superflui rimangano quelli che è più difficile comprimere e a cui è più difficile rinunciare. E del resto questo è un andamento comune anche del mondo fisico: discese o ascese sono generalmente più rapide nel loro stadio iniziale rispetto a quelli successivi.

La ripresa è una questione di fede, divenuta ormai indispensabile all’Europa delle troike e delle fumisterie finanziarie: le salmerie seguono.


“C’è grossa delinquenza”

berlusconifedeIeri il presidente Napolitano ha come di consueto ammonito vibrantemente sul grave danno che recherebbe al  prestigio e alla credibilità dell’istituzione parlamentare il prodursi di una paralisi decisionale su un processo di riforma essenziale, quella del Senato. Ma sulla dignità e sull’autorevolezza di questo Parlamento ancora ieri abbiamo dovuto apprendere nuove se non sorprendenti rivelazioni, grazie alle indiscrezioni di quello che una volta era il sottobosco politico e ora si compone di personal trainer, igienisti dentali, forse pedicure, certamente parrucchieri con particolare inclinazione per le tinture color melanzana. Dobbiamo al palestrato personale di Emilio Fede conoscere la tempra morale di Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, mafioso e ricattatore, e del fratello, definito “mafiosone”.

È questo il Parlamento che si appresta a cambiare la Costituzione per garantirsi la sopravvivenza, secondo logiche che attengono più alle organizzazioni di mafia che alle regole della rappresentanza. Ed è per questo che il titolo di onorevole, mai così immeritato, scatena gli appetiti di aspiranti pronti ad aprire il libretto degli assegni o a garantire una fedeltà assoluta in cambio di una cadrega.

Questi cerchi magici di tutti i livelli che gravitano attorno a leadership compromesse, sono ormai palesemente la palla al piede o se volete la “scarpa di cemento” che sta portando a fondo il Paese. E purtroppo la moderna maschera di Razzi che fuori onda dice all’intervistatore “senti a me, fatti furbo, qui è tutta una delinquenza”, si rivela l’analisi sociologica più appropriata.

Nel’ultimo caso in ordine di tempo le confidenze di Fede al masseur di fiducia riportano i giudizi morali di quel Samorì taglieggiato per 10 milioni da Dell’Utri, quello che prelevava i pensionati con la promessa di una gita e una volta arrivati in mete sperdute, insieme alle tradizionali pentole, gli appioppava il suo messaggio elettorale.

Ma anche al di fuori delle confidenze di palestra e centro estetico, cosa dire della fuga in Inghilterra di Boroli da 35 anni uno dei più fidi scudieri e soci di Berlusconi, favorito grazie a questo nell’accumulazione dei capitali e che ora cerca nei paradisi fiscali che incredibilmente si sono formati in questa Europa di limare sulle tasse, esattamente come fa la Fiat?

La verità è che i flash inquietanti e al tempo stesso esilaranti che ogni tanto illuminano le viscere del sistema politico, hanno permeato l’intera società, creando modelli e attitudini, complicità e silenzi, ipocrisie e conformismi, che poi tornano all’origine, secondo uno schema di feed back sotto l’aspetto di riforme, diktat, candidature prestigiose, giochi di potere di ogni tipo, moniti dal meraviglioso mondo dell’Alzheimer.

Eh si, c’è grossa crisi, come diceva una volta quel personaggio di Guzzanti. Anzi c’è grossa delinquenza.

 

 


“Sei credente?” Si nell’ipocrisia onnipotente

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai è una epidemia. Arriva un momento in tutti i talkshow, in tutte le interviste che il conduttore o il giornalista mette alle strette il politico, il cantante, la velina, lo sportivo e “ma tu sei credente?”, chiede. E la domanda è talmente perentoria che non ammette esitazioni. E tutti immancabilmente rispondono si. E ci mancherebbe, si sa non possiamo non dirci cristiani, no?
I più spericolatamente non si fermano alla semplice conferma, no certificano che loro sono di volta in volta fedeli di padre Pio, hanno fatto dei fioretti, sono stati un fine settimana a Medjugorje con Bosio, adottano a distanza, hanno una zia suora come il premier e pregano, si, parlano moltissimo con Gesù, ma per carità non in chiesa bensì nei posti più improbabili, teleferica sott’acqua, dall’estetista.

Insomma pare si debba essere “ religiosamente corretti”, seppur disordinati o un tantino indisciplinati, altrimenti non si ha diritto di parola su nessuna questione morale. Ma nemmeno politica, come dimostrano le reazioni alle esternazioni di Bagnasco sulle quali meglio di me ha discettato oggi il Simplicissimus. O comunque attinente ai cosiddetti temi eticamente sensibili, come se l’etica fosse un affare di stato, ma solo Vaticano.
La religione- per molti – è come – per molti – la democrazia, va bene se resta uno sfondo, se non ostacola scelte, inclinazioni e cattive abitudini, se la sua manutenzione non diventa complicata tanto da condizionare benessere e privilegi, se costa poco e se si può “fare da casa”, con poco impegno salvo qualche pentimento in cambio di qualche indulgenza. Anche senza andare in chiesa e nemmeno più a votare. E nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche c’è lo stesso risentito e disilluso disappunto di chi se la prende con la casta dei partiti.
Hanno ragione per carità, ma fino a un certo punto.

La fidelizzazione la promuovono le aziende e la sollecitano dai loro clienti e consumatori, che si consegnano in cambio di benefici, che magari consistono nell’accedere e in qualche modo inesplicabile appartenere a un ceto esclusivo di privilegiati esenti da doveri, perfino quello di rispettare le regole o pagare le tasse.

Credo e cittadinanza, intesa come esercizio di diritti e doveri, socialità, la bellezza dello stare insieme e ragionare insieme, no, non si può viverli solo in una dimensione privata di fedeltà, testimonianza individuale oppure come adesione formale in attesa del premio, privilegio o salvezza che sia. Per ambedue serve qualcosa che possiamo chiamare dottrina morale e che proprio per questo è così lontana dalla nostra contemporaneità.
Qualcuno ha detto che in un’epoca di profonda crisi morale la società si trova a chiedere aiuto alla chiesa. Io mi auguro che non sia vero, che non sia vero che senza la dimensione dell’ultraterreno gran parte degli uomini sia spaesata e perduta. E che il nostro orizzonte non dipenda solo da noi. Non credo che per essere capaci di dare un senso alla nostra esistenza dobbiamo attingere e una verità rivelata perché le nostre verità sono illusorie o deludenti o inadeguate.

Spesso si pensa che i credenti abbiano un dono in più: la loro fede, un sostegno che li aiuta, da cui trarre forza e determinazione. Sarà così ma sono anche convinta che in fasi di perdita di credibilità della chiesa e delle sue gerarchie, di generale erosione dei vincoli di coesione sociale, di perdita di orientamenti morali la loro sia una condizione difficile e che il vulnus inflitto alle loro certezze e alla loro “civiltà” sia più profondo che per noi laici. Che siamo forti proprio per la nostra “religione civile”: etica, dedizione al bene comune, subordinazione degli interessi personali e quello generale, senso dello Stato e delle istituzioni, rispetto delle leggi in tutto senza promesse o premi se non una armoniosa appartenenza “umana”.

Ecco in questi tempi di prevaricazione, intromissione e ingerenza dei poteri forti, più prepotenti perché si dibattono in una crisi profonda, la buona novella per i credenti potrebbe essere quella di esprimere una libera e responsabile condizione di cittadini, rispettosi delle leggi della propria coscienza e delle convinzioni e inclinazioni degli altri. Capaci di integrare questi principi con la loro fede, con la lealtà che si deve a un ethos comune quello della comunanza di regole diritti e doveri condivisi. Che il bene e l’amore e la libertà che l’uomo cerca dentro e fuori di sé come i suoi fantasmi e le sue paure sono uguali in tutte le geografie e sotto tutti i cieli stellati. E nel farsi compagnia in pace ci si consola del molto dolore di vivere.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: