La vicenda della Tav e i suoi sviluppi erano un dramma annunciato. Annunciato non solo dall’incapacità del governo di parlare con le persone e dalla volontà di farne solo una questione di ordine pubblico, non soltanto dal sistema Italia che non riesce a garantire azioni e tempi certi, non solo da posizioni pregiudiziali e dogmi di ambientalisti spesso solo sedicenti o alla ricerca di una visibilità televisiva. No, non per questo groviglio che del resto in un Paese civile avrebbe potuto essere risolto con un referendum locale normali altrove, come qualcuno ha fatto notare.

Era annunciato in un certo senso già dalla fine degli anni ’80, quando i più acuti osservatori (vedi Stiglitz, Il ruolo economico dello Stato) si resero conto che il neo liberismo che invocava la minimizzazione dello Stato, lo smantellamento del welfare  e  la disuguaglianza come motore economico, avrebbe avuto come effetto quello di lasciare ciascuno in balia del proprio egoismo, ma avrebbe anche ridotto il senso di responsabilità collettiva e aiutato la segmentazione degli interessi e l’investimento emotivo sul comunitarismo localistico. Del resto anni e anni di ” ammaestramento” alle  parole d’ordine del pubblico come inefficiente, dell’autoregolazione dei mercati, della crescita indefinita come se risorse e ambiente fossero infiniti, dovevano alla fine provocare l’apatia sociale, l’insensibilità allo sfruttamento e come compensazione un attaccamento ossessivo ad astratte appartenenze  identitarie. Ciò che appunto oggi viviamo.

Capisco che ciò che sta succedendo in Val Susa, sia un coagulo di errori e che la battaglia finisca per attirare l’ira, la rabbia, la frustrazione di chi si è visto sottrarre grazie a una favola diritti e futuro, in qualunque parte del Paese risieda. Ma dev’essere chiaro che non è la Bastiglia, anzi è la Vandea. E’ il non accorgersi che questo è proprio il gioco del neo liberismo.

Questo in effetti è un paradosso, uno di quei casi di fuori sincrono che la storia offre spesso:  la crisi intervenuta nel 2008 è una crisi sistemica del neoliberismo innescata dall’eccesso di finanziarizzazione e dall’impoverimento delle società nel loro complesso. Un fallimento che scopre i veli e fa apparire sempre più chiaro che non solo le promesse non sono state mantenute, ma i problemi suscitati da questo tipo di economia e di politica, non possono essere risolti all’interno dei paradigmi proposti. Questo traspare sempre di più in mezzo ai fumi e agli orpelli emotivi del liberismo selvaggio e si fa strada nella consapevolezza delle persone, la realtà misera diventa piombo e far crescere la rabbia e la rivolta. Tuttavia l’ansia di lasciarsi alle spalle i vecchi emblemi in via di fallimento, ancora non si esprime  in progetti di cambiamento globali, in costruzione di prospettive includenti, ma vede una pluralità di battaglie  e di gruppi che hanno difficoltà a coagularsi e in lotte localistiche che sono ancora dentro il progetto di smantellamento dell’idea di Stato e di solidarietà, nato alla fine degli anni ’70 e incarnatosi originariamente con Reagan e la Thatcher.

Del resto tutta l’intellighenzia europea e in primis quella politica, non è ancora uscita dal tunnel e spesso sostituisce con le frasi fatte e il breviario delle ovvietà fallaci di un’epoca, la necessità di prospettive nuove, al posto delle vecchie che hanno segnato il fallimento. Così si combatte in Val Susa e si pasticcia in Grecia alla ricerca di uscire fuori dal labirinto. Ma non ci si riuscirà con le idee ingiallite che sono ormai autocontradditorie e le prassi monetarie, nemmeno con la rabbia segmentata di questi giorni: l’inquietante eredità di impoverimento e di rapina di diritti, non può essere risolta con le formule che l’hanno creata e i veleni mentali che hanno sparso. Si ci vuole aria nuova, che dissolva la cappa velenosa di miti e di lacrimogeni.