Ustica

Ricordo bene la notte del 27 giugno del 1980, la desolazione e l’orrore, il carillon dei ricordi che mise in moto. Già da qualche anno facevo il giornalista, ma la notizia mi giunse che stavo proprio accanto all’appartamento di una delle vittime di Ustica. Era la zia di un mio amichetto d’infanzia volata a Palermo a trovare il suo fidanzato. Una graziosa signora già matura in quel giorno che scomparve assieme a parte della mia infanzia, alle risa di bambini, alla costruzione di archi, alla esplorazione delle cantine come fossero un antro infinito, ai richiami per risalire a casa nell’ora azzurra del crepuscolo.

C’era lei quando misi per la prima l’ occhio sull’oculare di un microscopio giocattolo per scoprire la struttura frattale di una piuma e quando feci deragliare il trenino di suo nipote Chicco, figlio di una sorella di molti anni più grande. E ancora ricordo il suo accento veneto che sembra di stare dentro Goldoni. Chicco il mio amichetto e la sorella Stefania, non avevano il padre: a noi bambini che avevamo quel senso del tempo così largo, così originario che tutto quello venuto prima era solo uno sfondo, venne detto che era morto in guerra. Ma chissà era forse soltanto andato via dietro qualche avventura.

Erano altri tempi. Si altri tempi eppure, se faccio i conti,  mi accorgo che la mia infanzia era molto meno distante da quella notte che non la maturità autunnale di oggi. Tuttavia ancora non si sa nulla di preciso, sono passati trent’anni tra missile, bomba, francesi, americani, libici, fra teorie ricorrenti e bugie senza che una certezza si sia coagulata. E’ come uno di questi sogni febbrili che si ripetono come una giostra e non c’è modo di svegliarsi perché l’unico scopo di tutto questo almanaccare, sembra essere quello di non far raggiungere alcuna verità. Già da subito si decise che l’Italia non avrebbe dovuto sapere, che quei morti sarebbero stati più morti degli altri.

Così penso al tradimento di quell’infanzia passata dentro un’idea del mondo del tutto diversa, che l’onestà era un valore, anche se si diceva qualche bugia, che la conoscenza era un’avventura, che si sarebbe andati sulla luna. E invece quell’aereo è caduto per l’errore di qualcuno, per i giochi di guerra che considerano le persone come nulla e il Paese è caduto invece per menzogna.

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One response to “Ustica

  • maria

    …”sarebbero stati più morti degli altri” come tanti altri morti in tante altre stragi nostrane: noi non dobbiamo mai sapere. Noi dobbiamo subire e basta. I giochi di guerra o le sviste di guerra (che poi tali non sono) si sono ripetuti anche in tempi più recenti.

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