Ferrara è un maestro nel dare valore a ciò che non l’ha e in questo consiste la sua mancanza di ipocrisia: nel portare all’estremo limite di sfrontatezza tutti i vizi del berlusconismo, dicendo però che sono virtù. La sguaiataggine diventa eleganza, la nullità discrezione, l’oscenità buon gusto. Non si affanna come i suoi mediocri sodali dell’universo mediatico a negare l’evidenza e li prende in giro per la loro goffaggine.

Si sono servi e allora, ecco, chiamiamoli col loro nome dicendo però che questa è la migliore qualità del mondo, qualcosa che ha a che vedere con la fedeltà e con l’amore. Così al teatro Capranica ha riunito la solita folta rappresentanza della categoria e invece del padrone in carne e ossa ha fatto trovare una grande sagoma di Silvio in cartone. Ad altezza innaturale, com’è giusto per sottoposti a tutti i costi.

Servi di carta, padrone di cartone, una malignità che Ferrara sapeva non sarebbe stata colta da spiriti priva di ironia , ma anche un verità suggerita: la mutazione dell’uomo in feticcio. Dal momento che il Cavaliere vero sembra aver perso i poteri magici e anche la lucidità, meglio il Berlusconi di cartone, simbolo muto a cui ognuno può attribuire le illusioni o gli incubi che vuole.

Ferrara sa che è difficile suonare la sveglia al cavaliere reale o attendere il colpo d’ala, anche se lo cita, ma convoca i servi attorno alla sagoma del potere come a dire che oggi devono essere loro a dare voce e corpo a quell’idea di Berlusconi che vent’anni è stata conficcata nella mente. Che la fedeltà deve estendersi sino a diventare sosia e prestanome, che il cavaliere vero sono loro e non il Silvio imbalsamato dentro Caraceni, il fard e la paura di veder crollare tutto.

Ma non credo che la platea abbia compreso e di certo nemmeno i berluscones: quella sagoma, come l’originale è afflitta dalla medesima mediocrità e non può volare. Può solo essere presa da un colpo di vento e rotolare nel passato.