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Archivi tag: Ferrara

Le verità dei bugiardi

D6NfhoXWwAAZAMuI pasionari italiani dell’Europa o per meglio dire le maestranze del potere continentale, muratori e capimastro, si sono raccolti in mistica assemblea alla presentazione di un libercolo di David Parenzo, il cui titolo la dice lunga sul raffinato uso della lingua che gli ha consentito di ascendere da un qualsiasi bar sport dove si esagera con i bianchetti, alla notorietà televisiva: “I falsari. Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana”. Certo è curioso vedere come questa banda di compulsivi spacciatori di balle e di luci in fondo al tunnel, si arroghi il diritto di essere detentrice di una qualunque verità, visto che i presenti, da Monti a Ferrara, alla Bonino, allo stesso autore, sono in qualche modo dei falsi di se stessi, il grande economista per virtù di aulica discendenza bancaria, l’intelligente per definizione che non ha mai detto una cosa intelligente, la grande libertaria che nel 99 pur di conservarsi la poltroncina voleva fare gruppo unico con Le Pen e si è fatta eleggere con Berlusconi per finire con la beceraggine assoluta del salotto spacciata per libertà.  Sono stati i bluff del Paese per troppo tempo, ma sono ancora lì e per giunta a cianciare di verità tra applausi insensati e fischi  dai loro antagonisti che non sono certo meglio e che collaborano con la loro inutile e miserabile batracomiomachia a confondere e a distrarre.

Ma il loro vizio, quello di apparire e di parlare, è anche la loro debolezza, perché non appena l’orizzonte si amplia, cadono al suolo visto che le loro intelligenze di cera si sciolgono non appena ci si allontana dal terra terra, dal luogo comune, dallo slogan: questo consesso di cortigiani brusseleschi per sostenere la Ue alla fine non ha trovato argomento migliore che sostenere come la fine dell’unione significherebbe immediatamente rischio di guerra. Viene insomma agitato  un vecchio spettro che nelle nuove logiche globali non ha alcun senso, ma che tuttavia è l’unica cosa da dire perché notoriamente le cose che si dovrebbero dire sono tenute nascoste, come ha ampiamente confessato il vicedirettore del Corriere della Sera. Ci sarebbe inoltre da chiedersi perché dopo 40 anni di unione si possa tornare agli antagonismi tra Paesi come se tutto questo tempo fosse trascorso invano, non avesse lasciato traccia di sé, non avesse cambiato nulla o addirittura avesse peggiorato le cose. In realtà proprio il disegno europeo in funzione dell’ordine neoliberista sotto sorveglianza tedesca non è stato altro che una doppia guerra sotterranea condotta per l’egemonia dal centro del continente  contro la sua periferia e dalle elites contro i ceti popolari.  Quindi anche concedendo una chance all’insostenibile banalità del consesso e del suo sterile dibattito occorrerebbe concluderne che in realtà è stata proprio la modalità monetaria ed elitaria della costruzione europea ad accendere ostilità profonde di cui ora si teme il riesplodere.

Del resto, allargando il campo è chiaro che il neoliberismo assediato dalle proprie contraddizioni, dal millantato credito di promesse insostenibili, ha nelle sue prospettive proprio la guerra come rigenerazione di un’economia in rotta di collisione con la ragione. Che proprio questi seguaci si approprino dell’allarme anche perché non sanno più cosa dire e sono costretti a ripetere all’infinito la loro canzone, è paradossale. Anzi è avvilente perché queste elites nostrane che vorrebbero somigliare a quelle del nord europa e aspirano ad  essere cittadine del mondo, dimostrano nel loro maldestro tentativo di imitazione tutto il loro patetico provincialismo da Arlecchini. Si avvinghiamo al palo della guerra come ballerine di burlesque perché sanno che dietro non hanno nulla dire o comunque nulla da poter dire, esibiscono pensierini infantili come fossero portatori dell’unica maturità possibile. Sono drammaticamente ridicoli.

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Attentati all’intelligenza

Foglio_IslamSapete perché l’occidente è in declino? Perché i suoi difensori sono molto peggio dei suoi nemici che si limitano a buttare bombe, mentre loro oltre a riempirci di balle e di vieta retorica riducono l’occidente stesso alla nullità della cultura, del gusto, dell’intelligenza. A leggere i giornali e a entrare nella loro penosa magniloquenza necrofora, sembrerebbe quasi che la bomba messa al concerto di questa Ariana Grande (un nome che si presta egregiamente alla guerra di civiltà) sia particolarmente grave perché colpisce al cuore la nostra cultura prima ancora che i corpi: come scrive Giuliano Ferrara che conserva un’ acuta intelligenza nel cercare nei recessi della sua mente l’idiozia più cristallina scrive “quella della musica è un’altra guerra di religione che perderemo, senza esportare la democrazia”

Insomma questi che mettono le bombe senza avere l’eleganza di sganciarle dagli aerei, non solo rimangono alieni al prodotto superiore della democrazia a causa della loro fede nell’Islam e forse anche a un’inferiorità razziale, ma addirittura la musica di Ariana Grande, diventa una sorta di caposaldo della nostra civiltà. Purtroppo il guaio è proprio quello: una società spinta al consuno narcotico di prodotti di marketing, assolutamente banali, ripetitivi, privi di senso e di cose da dire, personaggi senza talento che invertono Pinocchio passano da esseri umani a burattini saltabbeccanti al ritmo di nenie e marcette, musicaccia scritta al computer senza nè cuore, nè invenzione. E’ con queste armi attraverso le quali il neoliberismo rampante cerca di azzerare il pensiero, che conquisteremo l’Islam o il resto del mondo? O non è che invece proprio tutto ciò ci mostra modesti e squallidi proprio agli occhi di chi ha vissuto in questo trash senza fine e lo ha rifiutato? Davvero pensiamo che Ariana Grande e gli altri innumerevoli prodotti di taletuosità in serie siano un faro di civiltà e che dunque un attacco a loro sia un attacco al futuro?

Pazienza che nel copione giornalistico si confonda il salafitismo dell’Isis con l’Iran che sono come il diavolo e l’acquasanta, pazienza che si maledica l’Isis dopo aver rinnovato l’alleanza con il suo maggiore ispiratore e finanziatore in funzione anti Teheran: ormai siamo abituati a versioni di comodo che portano la realtà nel paradosso. Pazienza per tutto, ma mi chiedo con quale faccia si possa arrivare a piangere i morti adolescenti di Manchester esaltando nel contempo proprio i fiancheggiatori degli assassini materiali. Certo il potere oligarchico crea le condizioni per quella pauta che poi permette la militarizzazione della società tenendo al guinzaglio il voto, tanto che l’alleanza con gli ispiratori delle bombe per combattere un nemico che non c’entra nulla con esse, ne fa oggettivamente un mandante anche ammesso che non c’entri proprio nulla con l’esecuzione visto che nelle ambiguità di fondo salta fuori che addirittura il padre dell’attentatore lavorava per i servizi britannici in Libia.  Ma Ariane Grande come garanzia di futuro davvero no,  rappresenta lo stesso nulla dell’anima che permette all’ Occidente di sentirsi indignato di fronte a una proporzione di morti innocenti di uno a cinquecento se prendiamo solo gli ultimi dieci anni. E’ il correlativo di quel vuoto che ha permesso a Madelein Albright di dire che la morte di 500 mila bambini iracheni era un prezzo che valeva la pena pagare senza che nessuno si scandalizzasse o accennasse a una qualche reazione. Anzi tra il non troppo celato compiacimento dei troppi Ferrara che cianciano, scrivono e sono un ulteriore danno collaterale.

Se questo è il futuro, se dobbiamo fare la guerra di civilità per i liberi concertini di mediocri prodotti da catena di montaggio, se davvero crediamo in questo dopo aver imparato a non credere in nulla, se davvero pensiamo che questo possa essere irrestibile per il mondo di fuori, vuol dire che siamo spacciati. Non è affatto un caso che sulla prima linea del terrorismo ci siano proprio le persone di seconda e terza generazione  venute in Europa che hanno visto cosa siano in realtà i lustrini che dovrebbero convertire tutti. Diciamo la verità: ormai ci spaventa chi crede in qualcosa che vada al di là del proprio io e dell’emozione momentanea, siamo solo consumatori di valori e idee da supermercato, bontonisti politici, gente da sballo e da fatica, gente amputata dal pensiero unico e dai suoi riti. Se dovessimo giudicare dalla sociologia attuale dovremmo pensare che Adamo ed Eva siano stati scacciati dal Club Med per aver rifiutato la ginnastica in piscina.

Una cosa è certa:  è assurdo, ingiusto morire per Ariana Grande, ma forse lo è ancor di più vivere per questa e altre nullità.


Gorin meschino

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“ Libera la bestia che c’è in te”  titola il Populista, quello che si definisce  “Audace, istintivo, fuori controllo”.

Perché finalmente l’orgoglio razzista e la fierezza xenofoba sono legittimati come sentimento di popolo, oltre che dai versacci belluini delle piazze di Salvini, dalla propaganda immonda degli impresari della paura, dall’inazione della politica del laissez faire. E mai come in questo caso la definizione fu calzante:  lasciarli per strada,  lasciarli a “bighellonare”, o lasciarli confinati nei “canili” di legge, lasciarli in balia di malavita e sfruttamento,  lasciare che l’impotenza, l’inadeguatezza e l’irresponsabilità come sistema di governo autorizzino lo scatenarsi degli istinti peggiori, quelli che in altri tempi non si confessavano  e che ora vengono allo scoperto come ultima forma di autodifesa, danno licenza agli abitanti di piccoli comuni di capeggiare una rivolta di poveracci contro i più poveracci di loro, colpevoli di essere come loro in tempi non poi troppo remoti, profughi ambientali, profughi per fame e senza polenta e anguele,  quindi immeritevoli di essere accolti laddove  sarebbero degni di carità pelosa solo gli scampati a bombe prodotte dalla civiltà superiore.

Non stupisce che il braccio di ferro tra rivoltosi e Stato non più sovrano, abbia registrato la vittoria dei barricaderi del Polesine. Perché differenze e disuguaglianze si consumano anche in piazza: c’è rivoltoso e  rivoltoso, c’è sovversivo e sovversivo, c’è antagonismo e antagonismo. Così  mentre si svolge il processo in appello per i disordini e le “violente” manifestazioni di dissenso contro la realizzazione della Tav,  proprio quando si ha notizia di 21 arresti per corruzione e associazione per delinquere del Gotha degli appalti, a conferma che quella opposizione aveva visto giusto su opacità, malaffare, criminalità all’ombra delle grandi opere, i cittadini mobilitati nel rifiuto e nel respingimento di povere criste (alla notizia che una era incinta di otto mesi, un bravo indigeno ha risposto: non me ne frega un cazzo, vada dal prefetto) e qualche ragazzino,  hanno avuto la meglio.

Non stupisce e non stupisce che già oggi cominci un coretto sia pure sommesso, di comprensione e indulgenza per la manifestazione un po’ troppo impetuosa, un po’ troppo veemente, ma non del tutto ingiustificata. E non poteva che essere così, finite di parlare emotività e cattiva coscienza, arriva il momento del realismo, della ragionevolezza e, infine,  della corretta interpretazione degli eventi. Perché l’assoluzione della brava gente di Goro e Gorino assolve chi li governa e ci governa.

Stamattina nei Talkshow che sostituiscono la preghiera laica della lettura dei giornali con il berciare di cottimisti del decoro, con il vociare di chi si para dietro la buona volontà di chi salva in mare, dietro la generosità di Lampedusa o di Riace, per dar corso alla guerra, quella vera e concreta con l’appoggio all’impero e quella solo apparentemente meno cruenta, contro diritti, lavoro, assistenza, cura, istruzione, per gli italiani e per chi arriva, ha già avuto inizio la liturgia dell’indulgenza e dei distinguo, a cominciare da una professoressa di Storia e “esperta d’Africa” che a coronamento di tesi spericolate già espresse in passato sotto la dicitura di “questi sono falsi profughi”, che ha impartito una lezione  sulla meritocrazia dei disperati, che andrebbero suddivisi in opportune gerarchie, dando credito solo al dolore e al rischio di chi può certificare di essersi sottratto con un viaggio spesso mortale alla guerra e ai bombardamenti.

E dando così ragione intanto ai probi abitanti di Goro e Gorino, ai loro slogan: non ce n’è per noi, figurati per loro, alle loro preoccupazione per la minaccia alla miracolosa opportunità offerta da una valorizzazione della zona a scopo turistico (con tutto il rispetto per un paesaggio pregevole e per una cucina di tradizione, è difficile immaginare pellegrinaggi di cinefili a caccia di inquadrature viscontiane a Codigoro, gourmet in viaggi di scoperta nelle geografie delle vongole, a fronte dello stato di abbandono nel quale è stato lasciato perfino il parco e le sue aree protette), effetto dell’occupazione “abusiva” di un ostello.  Poi, a quelli di Capalbio,  sia pure tardivamente,  che in autunno si saranno ritirati dalle loro barricate ideali, pronti a raggiungere altre mete inviolabili e inaccessibili per via della bianca visitatrice che protegge da presenze moleste. E infine ai sindaci, in  testa il “diversamente Renzi”, in veste di primo cittadino  di Firenze, che hanno rivolto un dolente appello a Alfano così concepito:  “sonoa chiederLe cortesemente di sollecitare il Ministero affinché non invii ulteriori richiedenti asilo sul territorio toscano…”. E c’è da star sicuri che con il buon esempio di Ferrara l’accorata richiesta avrà successo, perché è meglio che siano i poveracci a dare accoglienza, a prodigarsi, che siano quelli del Sud che tanto sono abituati a rinunce e miseria, che siano quelli di posti brutti, tristi, avviliti a dividere il niente e l’umiliazione, perché come disse un ministro del governo Monti, i privilegiati soffrono di più per la perdita di beni e sicurezza.

L’avrà vinta altra brava gente che alzerà barricate, che tirerà su reticolati e muri è questa l’opposizione costruttiva che piace, perché contribuisce a quelle emergenze che si trasformano o in repressione o in business, grazie a misure eccezionali, stanziamenti incontrollati e leggi speciali. Perché è meglio che a Gorino si protesti contro gli stranieri che contro chi li lascia senza assistenza: il medico più vicino è a 60 km., è meglio che i pescatori si “difendano” dalla concorrenza dei forestieri invece che dal mare inquinalo, dalle multinazionali del mercato agroalimentare, dai cannoni cerca-petrolio in Adriatico, proclamando come ormai è uso nella grande fabbrica della menzogna, di essere “manager specializzati” del settore ittico che devono difendere la loro professionalità.

Insomma è meglio che una volta che  è stata dichiarata guerra al popolo, il popolo si ammazzi in una salutare lotta che non abbiamo il diritto di chiamare fratricida, se abbiamo cancellato vincoli, affetti, umanità, diventando meno dei lupi che almeno vanno in branco.

 


Barbaritudine

lanzichenecchi-in-battagliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dal dizionario: la responsabilità può essere definita come la “possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione”. Si tratta di un concetto centrale nella filosofia morale, nel diritto, nelle scienze sociali e nel linguaggio aziendale corrente.
Dato per scontato che le giornate commemorative istituzionalmente riconosciute hanno ormai assunto il carattere di pietre tombali, di liturgie officiate a sigillo di contenuti che si vogliono rimuovere o rifiutare, quella di ieri poteva essere festeggiata come la Giornata della Responsabilità.

Un manipolo di poliziotti entusiasticamente sostenuti da alcuni parlamentari del Pdl, hanno scelto la piazza del municipio di Ferrara per manifestare la loro solidarietà ad alcuni colleghi condannati per la morte di Federico Aldrovandi, di fatto contestando la sentenza della magistratura e i provvedimenti disciplinari decisi dalla istituzione cui appartengono, quindi oltraggiando rispetto delle leggi e inquinando ancora una volta l’affidabilità delle forze dell’ordine. Per chi si chiedesse come mai poliziotti – ed esponenti politici soliti prediligere sit in davanti ai palazzi di giustizia – abbiano scelto di esternare il loro disappunto sotto al Comune, la risposta è che proprio là lavora la mamma di Aldrovandi. Di modo che hanno potuto sommare oltraggio con oltraggio, offesa con offesa, pubbliche e private.
Sempre ieri dei rappresentanti eletti, doverosamente, puntigliosamente e scrupolosamente ripresi in diretta anche nei balbettii e nei punti neri pur esprimendo riprovazione per Ballarò e gli analoghi rituali, hanno comunicato che loro sono in Parlamento per testimoniare il malessere “per i prossimi 30 anni” e non per assumere le responsabilità istantanea che il loro ruolo richiede. Salvo ovviamente che non venga data loro l’occasione di far da soli, comunicando in seguito, tramite twet si suppone, le loro decisioni al popolo.

Un premier, mai abbastanza uscente, si presenta ieri in Parlamento per disfarsi di ogni onere che potrebbe venirgli attribuito nella scandalosa vicenda che ha compromesso l’ultima residuo di affidabilità del Paese, ben più degli sberleffi, delle corna e delle gaffes di Berlusconi. La pretesa di innocenza, paragonabile al proverbiale “a mia insaputa” di Scajola, è l’occasione per la seppia impazzita, di schizzare l’inchiostro della riprovazione sulle ambizioni inconfessabili e sull’imperizia accertata di un ministro tecnico che lui ha in passato rivendicato di aver scelto, sostenuto e coperto in ogni occasione interna e estera.

E ancora ieri un lunatico Crocetta indispettito per le esternazioni licenziose di Battiato più che per il suo accertato quanto prevedibile assenteismo, lo licenzia su due piedi. E licenzia anche l’eremita di Ginevra, Zichichi, colpevole di parlare di raggi e bosoni. Ma non licenzia se stesso reo di aver nominato due figurine, estemporanee e inappropriate, per darsi lustro mondano, per poi rimuoverle capricciosamente come un satrapo orientale.

Nella mia requisitoria di ieri sulla neo barbarie avevo dimenticato lo sdoganamento della faccia di bronzo, l’impudico e indulgente affrancamento della propria dabbenaggine o della propria tracotante idiozia. Sto diventando una attempata brontolona ma ricordo con nostalgia i tempi nei quali chi si rendeva colpevole di essersi lasciato trascinare dall’entusiasmo, traviare dal pregiudizio, convincere da apparenze o persuadere da qualche calcolo sbagliato, costretto a rendersi conto degli effetti dei suoi atti, faceva atto di contrizione e mortificazione. Erano i tempi beati nei quali l’imbecille saltuario o in servizio permanente si vergognava della sua fallibilità, della sua stoltezza e faceva autocritica, addirittura, forse ad Atene, si dimetteva dalle funzioni espletate con imperizia.
Macché, adesso la gioiosa emancipazione della libertà di sbagliare, rivendicata come una virtù democratica, come se “chi sbaglia paga” fosse un attrezzo arcaico e disdicevole del passato da riporre in cantina, rende incuranti degli effetti sugli altri, permette a ministri, amministratori, compunti rappresentanti della “società civile” di non rinnegare un bel niente, di pretendere anzi di essere lasciato in condizione di ripetere l’errore, di perpetuarlo insieme alla conferma perenne di ruoli, funzioni e privilegi.

In buona o in cattiva fede, furbi o fessi, tutti fanno ricorso all’esercizio dell’auto-redenzione, dell’assoluzione per nobili ideali, ragazzini di Salò, fiancheggiatori del terrorismo, amichetti di Vallanzasca, ministri rei di aver devastato il Paese con riforme più demolitrici dei picconi, reclamano la innocente bellezza e integrità delle loro scelte, come fossero state slanci encomiabili, magnifiche e epiche epopee rispetto alla bigia consuetudine demagogica alla responsabilità, al dovere, all’interesse generale.
Se improvvisamente si decidesse di chiamarlo società responsabile anziché società civile, quel magma indistinto di umori, sentimenti, passioni, nobili e ignobili, puri e impuri, registrerebbe molte defezioni. Perché è così accomodante e confortante la delega, così riposante l’indifferenza, così conveniente l’indulgenza. E così agevole persuadersi che così va il mondo, che vi sono eventi ineluttabili, che la colpa è di qualcuno più su, più giù, a fianco, del Destino, della Sorte, delle Parche, della Fatalità, dando forma a una irresistibile utopia al contrario, alla distopia di una società dove non si può agire, dove è meglio non lottare, dove è ragionevole sopportare. In fondo fa parte dell’ideologia al comando della terra, che vuole convincerci che è preferibile il laissez-faire, che è inevitabile che l’instabilità economica e il conseguente, iniquo aumento delle disuguaglianze, sia un effetto naturale, un prevedibile incidente irrisorio nel cammino del progresso, un costo necessario dovuto alla modernità e propedeutico a magnifiche sorti future.
“Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana”: forse è di questo che in troppi hanno paura, di essere umani, di essere liberi e la libertà non si addice a chi non sa usarla perché la proibisce anche agli altri.


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