La crisi italiana prima ancora che etica, politica ed economica è una crisi di intelligenza, una sciagurata sinergia tra egoismo, paura  e angustia di visioni. Leggevo oggi su un rapporto della Cgil che la forbice sociale si sta inesorabilmente allargando facendo dell’Italia uno dei Paesi più ingiusti e che l’approdo finale è un gigantesco taglio del welfare: dal 2008 ad oggi ha avuto tagli complessivi pari al 78,7%, passando da 2.527 milioni ai 538 milioni della legge di stabilità 2011.

Interi ceti sono vittime di un impoverimento più o meno marcato che alla fine si riversa in un’area di benessere sempre più ristretta, aggiungendo al declino economico un accelerante micidiale. Ma questo angoscioso viaggio ai margini della povertà reale invece di smuovere una reazione di cui solo adesso forse si vedono i prodromi, ristagna ancora dentro l’illusione e la negazione, magari supportata dall’indebitamento. Così, sempre secondo lo stesso studio della Cgil, il welfare non viene inteso più come salvagente universale, ma come qualcosa che dovrebbe” andare a chi se lo merita”.

Qui si sente emergere con molta chiarezza lo sciocchezzaio  bugiardo e astratto del liberismo berlusconiano con la sua meritocrazia finta oltre all’insensato bubbolio legista del “laurà”: tutto il ciarpame diffuso per anni e introiettato  fino all’autolesionismo. Diffuso mentre proprio il merito e il lavoro sembrano oggetti del tutto estranei all’attuale classe dirigente che ha accompagnato la protervia a una incapacità e cialtroneria sempre più evidente.

Basterebbe riflettere un attimo, nemmeno il tempo di uno spot, per capire che il “welfare a chi se lo merita” non ha assolutamente senso in qualunque modo lo si guardi, anche perché  tende ad escluderne proprio chi ne ha bisogno. Il calo intelligenza del Paese, legato forse anche  al suo invecchiamento, è evidente dal fatto che non si riconoscono più dei diritti fondamentali in quanto cittadini, ma in seguito a qualche fantomatica buona condotta o alla benevolenza del principe.

Di fatto è proprio il concetto di diritto che è stato distrutto, diventando così il compenso di una qualche “prestazione”, anche se indefinita o indefinibile. Come dovesse far parte anche esso del mercato, despota di questo inizio secolo. Dentro questa desolazione  che comprende anche le radici dell’illegalità c’è tutto intero il berlusconismo con il suo vuoto di sostanza riempito di immagini e di frasi fatte. Oltre che di meritorie prestazioni.