Sono passati pochi giorni dalle amministrative e dalla discontinuità che hanno segnato sul malmostoso calendario della politica italiana, è già si comincia a intuire un ingorgo sulla via di Damasco. Non ancora dalla parte destra della carreggiata dove la confusione è grande, ma si tengono i motori in folle, più invece su quella sinistra dove la manovra è molto più agevole.

Per esempio stamattina leggo che Cacciari considera fallito il tentativo federalista della Lega. E non tanto perché quei provvedimenti che vengono spacciati per tali sono inconsistenti, ma perché è impossibile arrivare al federalismo con un leader come Berlusconi. E’ il primo adattamento del profeta del Pd del Nord, al reflusso del Carroccio che invece fino a qualche mese sembrava invincibile e semmai da imitare. Disperatamente da imitare. Sull’autostrada di Damasco, ma a piccoli passi. Anzi sul rio di Damasco.

Il fatto che pare sfuggito a Cacciari per anni è che il federalismo in senso proprio, è stato sempre solo il vestito buono della Lega, quello da indossare per far bella figura, ma che sotto c’è sempre stata la canotta di un localismo egoista e rancoroso che oscilla pericolosamente tra xenofobia e secessionismo.

Non so cosa stesse pensando Cacciari  quando il fenomeno leghista si è sviluppato e ingrossato come un torrente, forse ai necessari angeli veneziani, ma il cuore di ogni federalismo sono la solidarietà e la sussidiarietà, mentre quello di marca leghista si è ingrandito come un terribile Hulk, proprio a partire dall’egoismo del mi tengo tutto io, dall’illusione che svincolandosi della parte meno produttiva del Paese, l’altra avrebbe potuto liberarsi di un po’ di tasse e soprattutto vivere quietamente con l’evasione di sempre. E che di questo ne avrebbero beneficiato tutti, secondo un inganno importato a scatola chiusa dalla scuola di Chigago.

Gli anni in cui il leghismo da rivolo folkloristico si è trasformato in torrente sono quelli in cui i ceti che più avevano approfittato della crescita spropositata del debito pubblico, temevano una stretta fiscale volta a ripianare i drammatici vuoti dell’erario: la strada maestra per evitarlo era lasciare a se stessa la parte più debole, una separazione di fatto senza alimenti. Così quei tipi che si compiacevano del loro localismo ontologico cominciarono a diventare buoni per operazioni più consistenti. Erano i tempi di Roma Ladrona, Forza Etna e via andare. Che poi sarebbero state supportate da ampolle a da arrampicate sui campanili, mentre il mondo cambiava rapidamente e drammaticamente.

Ma fin dal principio, con buona pace dei Miglio, il federalismo vero non è mai stato in questione. Strano che Cacciari non se ne sia mai accorto: evidentemente non ha mai partecipato ad assemblee leghiste, ha esaminato il fenomeno in vitro e non in corpore vili, non ne ha scorto il nichilismo di cittadinanza e di civiltà che vi si annidava. Un nichilismo che poi ha trovato il suo ambiente ideale nel berlusconismo, intessuto con lo stesso filo, anche se con un disegno apparentemente diverso.

Se così non fosse stato, se davvero il Carroccio avesse covato un qualche federalismo reale avrebbe dovuto dire al suo elettorato che come avviene in ogni parte del mondo e per motivi ovvi, le zone più ricche sono anche quelle in cui si paga di più, anche al netto di eventuali perequazioni. Un messaggio questo che farebbe diminuire i voti da 100 a 0 in venti secondi. Anzi probabilmente i provvedimenti  falso federalisti dei mesi scorsi che in definitiva si tradurranno in una stangata fiscale, non sono estranei alla sconfitta del Carroccio in questa tornata elettorale.

No, il federalismo della Lega è stato sempre fondato su un rozzo e fasullo ragionamento di esclusione, il coté campanilistico e xenofobo di una visione complessiva dell’ homo berlusconensis. Una narrazione, com’è di moda dire, che si serviva di una parola per nascondere una trama tutta diversa, probabilmente nemmeno niente di preciso, una collezione di incubi e di scampoli di idee. E ogni futuro federalismo vero dovrà guardare al’esperienza leghista come il suo esatto contrario.

Bene il rio per Damasco adesso è praticabile. Senza fulmini, ma a piccole scosse, ci si avvia.