Papa Wojtyla sarà pure beato, ma dev’essere anche molto incavolato da quando è stata scoperta la sua statua davanti davanti alla Termini. Sembra una campana per dolci con la testa del pontefice come pomolo per alzarlo o un luogo per infrattarsi in caso di urgenze non più rinviabili.

Si ha un bel dire che questa specie di cilindro corazzato, rappresenta il mantello accogliente: non c’è nulla di aereo e di emotivo, è tutto pesante e grigio come piombo, desolato e decifrabile solo come chiusura. Dire che l’idea era piaciuta ed è stata entusiasticamente approvata, forse più sulla base di una simbologia astratta che di una intuizione estetica, come avrebbe detto Croce.

Ma vedete non credo che sia colpa dello scultore che ha ideato questo big ben ferrigno, credo che sia invece qualcos’altro: il fatto che quando si passa dal rosario di lodi e ammirazioni chiesastiche per Wojtyla, dallo scuotersi dei turiboli di devozione interessata a cercare un’ispirazione che condensi una vita e un’opera, si fa un po’ di fatica. Forse  più che dalla vis peregrinandi del papa polacco e dalla sua presenza mediatica, si viene colpiti dalla pesantezza di certe decisioni, dal conservatorismo tetragono e denso come la terra sarmatica dalla quale proveniva. Così forse quel mantello che dovrebbe abbracciare il mondo diventa un bunker nel quale difendersi dal mondo.

In un certo senso si può dire che lo scultore Oliviero Rainaldi abbia colto una verità, anche se forse non è la verità che piace alle attuali gerarchie.

Ma la cavità che si apre come l’ingresso di una Maginot, potrebbe essere utilmente e lietamente sfruttato: le dimensioni sono quelle giuste per metterci un bancomat. Inserisci la card e fai una donazione o paghi l’ 8 per mille sotto gli occhi o meglio la testa del beato. Questa sì che sarebbe una verità più apprezzabile dal Vaticano. Quasi un capolavoro.