Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri il Simplicissimus con penna affilata ha anticipato l’apparizione dell’Alberoni globale nel programma di Fazio, il recensore sempre entusiasta e appagato.
Bauman è uno di quei pensatori con tendenze profetiche che dovrebbe guardarsi dalla prevalenza delle formule felici ed efficaci di loro stesso conio. Perché per lui come per il pensiero debole di Vattimo, per l’insostenibile leggerezza di Kundera e per tanti altri, finiscono per essere delle galere del pensiero e della creatività, costretti sui binari prevedibili e rassicuranti della moda. Che finiscono per essere inevitabilmente conservatori e misoneisti, perché per deragliare beneficamente bisogna avere il coraggio di guardare oltre il consenso degli esegeti, soprattutto quelli che ci fanno annegare dentro il partito liquido e la partecipazione debole, è opportuno scendere dalle hit parade e dalle classifiche, perché non aiutano l’ascolto e l’osservazione dei fenomeni favorendo pregiudizio e convenzionalità.
Su Facebook e le agorà virtuali Bauman arriva quasi ultimo ma non per questo più illuminato, intento a trovare ulteriori conferme alle sue teorie liquide con il sussiegosa indulgente distacco distacco dell’anziano entomologo.
È che la realtà supera la previsione del sociologo diventando più rapidamente di un tempo materia per lo storico. Mi tornavano alla memoria tante lamentazioni supponenti e schizzinose sulla fine della socialità indotta dalla condizione urbana: le piazze e i luoghi della memoria collettiva sopraffatti dai centri commerciali e dai supermercati.
Con un’accelerazione sconvolgente le previsioni di una trasformazione dei santuari dell’incontrarsi in teatri del consumo e del mostrarsi sono state stravolte.
E’ stata sconvolta la geografia dei luoghi del trovarsi insieme come quella dei topoi della partecipazione: evaporata l’egemonia aggregante della parrocchia, dell’oratorio, del giardino pubblico, annientata la potenza catalizzatrice delle sezioni, dei patronati, delle sedi sindacali.
In alcuni casi, rari, i posti sono stati sostituiti da luoghi della memoria dotati di forza celebrativa. Ma paradossalmente le sedi istituzionali e quelle deputate della politica si sono trasferite con i loro attori protagonisti, figuranti o comparse nei salotti televisivi e noi ci troviamo a conoscerci, discutere, lamentarci, ragionare e sragionare insieme, scambiarci soliloqui nella piazza virtuale.
Può piacere o non piacere tutto questo a sociologi, antropologi e a tutti coloro che con scarsa preveggenza e ancora più scarsa capacità di osservare si sentono investiti dell’onere e dall’ambizione di esplorare le nostre vite, le nostre aspettative, il nostro immaginario, colti di sorpresa tanto da sottovalutarne il peso, le dinamiche e le prospettive.
Ma è certo che mai Philippe Ariès o Georges Duby avrebbero immaginato che nuove modalità di dialogo, incontro, conoscenza, addirittura eros, avrebbero infranto le mura delle zone d’immunità, della “difesa” almeno teorica e rituale, quelle domestiche delle dimore cintate da regole e convenzioni, dalla privatezza e, di sovente, dalla protezione della tradizione e del perbenismo.
Ed è altrettanto certo che anche altri muri sono investiti da questi nuovi modi di comunicare, di far circolare notizie, dati, conoscenze, che non sono ancora informazione, che sono largamente rudimentali, “sporchi”, acritici, ma che fanno irruzione nei nostri mondi protetti artificialmente per parlarci di altri mondi, ribelli, arrabbiati, forti.
Sono questi il futuro rispetto a noi, paesi di vecchi, di disillusi, di disincantati, di indifferenti. Qualcosa è già successo. Sono cambiate autorità e autorevolezza della stampa, i modi di “manifestare”, le procedure per far girare la protesta. Qualcosa succederà. La rete e i suoi modi di metterci in relazione hanno già il potere di smascherare quello Strapaese, emblema del conservatorismo parassitario alimentato nei campanili dell’arretratezza e dell’apoliticismo, quello previsto da Gramsci e che ha trovato inaspettatamente i suoi terreni di coltura nell’espressione geografica disegnata dalla Lega.
Non si partecipa cliccando mi piace. I Gruppi non sostituiscono le sezioni. Le amicizie sono fatte anche del guardarsi negli occhi e dello scambiarsi segni fisici di fiducia e affetto. Ma io penso che dobbiamo essere grati alla possibilità di incontrarsi e ragionare insieme in un paesaggio così animato e così umano.