Annunci

Archivi tag: Facebook

La zingarata di Nemici miei

zin Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una giornalista della Rai ha pubblicato un’accorata e lunga denuncia su Facebook:  aveva assistito a un pestaggio ai danni di una giovane rom accusata dai giustizieri della metro di Roma di aver tentato un borseggio e nella totale indifferenza dei viaggiatori. Il racconto era stato ripreso dalla stampa nazionale e era circolato in rete, commentato a pari merito da tifoserie antirazziste che vedevano nell’episodio una conferma del radicamento popolare della politica xenofoba del ministro Salvini, certamente ignaro che la maggioranza dei rom sono nativi e cittadini italiani. Ed anche da scettici che accusavano la narratrice di essere affetta da una specie di sindrome di Münchhausen, per criminalizzare la reazione legittima e giustificata di chi vede negli “altri” un rischio per i beni e la sicurezza di tutti: non ci sarebbero state infatti testimonianze dell’accaduto, filmati col telefonino che ormai non mancano mai  o peggio selfie con i gongolanti vendicatori dei nostri portafogli.

E oggi ci sarebbe da dar ragione agli increduli: la giornalista ha oscurato i suoi post, non ha presentato una denuncia se non quella virtuale, non sono apparse documentazioni o prove a conferma dei fatti narrati. E dunque se davvero si è trattato di una montatura, sarebbe grave.

Ma in realtà sarebbe più grave ancora se fosse tutto vero, oltre che verosimile. Se la giornalista pluri-insultata avesse deciso di eclissarsi perché soggetta a una campagna denigratoria, se davvero gli astanti non avessero filmato, perché indifferenti o occupati a applaudire la giustizia faidate su ferro, se, e non sarebbe una novità, il sostegno all’esuberanza dei picchiatori, interpreti della unanime sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia,  fosse stato incrementato dalla etnia della ladruncola: quelli che sono soliti dire io non sono razzista, sono anche soliti aggiungere un ma a proposito dell’indole zingara alla trasgressione, al furto, all’imbroglio, che giustifica e autorizza da anni pogrom, razzie, incursioni intimidatorie, delocalizzazioni amministrative e poi con la forza pubblica in insediamenti popolati da generazioni di cittadini italiani cui sono stati aggiunti, non sorprendentemente, fastidiosi richiedenti asilo e profughi fuggiti da guerre alle quali abbiamo partecipato attivamente.

È che di questi tempi si parla tanto di crisi di autorità della quale soffrirebbero le élite, il ceto dirigente e i suoi  addetti alle relazioni con il pubblico. Mentre dovremmo parlare di crisi di autorevolezza generalizzata, per via della quale per accreditare ragione, critica, convinzioni c’è bisogno di metterle in scena sotto forma di spettacolo, evento, flash mob, esibizione muscolare, rappresentazione del proprio sé. E questo vale anche per i fenomeni che hanno fatto la loro comparsa non certo inattesa e nemmeno nuova sullo scenario del mondo: immigrazioni, cambiamento climatico, terrorismo, criminalità organizzata illegale o autorizzata per via di legge in Colombia, Italia o a Wall Street, soggetti privilegiati a Hollywood, Nuova Delhi, Napoli,

Questa possibilità di esprimersi è rimasta una delle ultime elargizioni erogate a gruppi sociali che hanno via via perso beni, garanzie, identità di classe e che sono passati dalla passività politica a una certa attività “rivendicativa” disorganica che rappresenta più che i loro interessi, il loro malessere. È la libbra di carne scaraventata dalla “dirigenza” sovranazionale che non ha saputo e voluto mantenere fede alle promesse del liberismo, alle visioni di benessere diffuso, di pari opportunità, di possesso, della casa prima di tutto, di guadagni facili e investimenti redditizi con la partecipazione al casinò globale, di una vecchiaia sicura acquisita attraverso fondi e assicurazioni.

Lo chiamano il “paradosso della debolezza” e consiste appunto nella accettazione di regole che è concesso magnanimamente deprecare.. e niente di più. Succede quando si sono dispersi o sono stati cancellati  i valori “materialisti” (che ispiravano critica e la lotta di classe) ma anche i valori “post-materiali” (la qualità della vita, l’ambiente, la realizzazione di talenti e vocazioni) e l’unica aspirazione che viene permessa è quella alla sicurezza, intesa come protezione data da autorità superiori in cambio della rinuncia alla libertà e alla democrazia.

Se fino ad un certo punto era stato possibile conquistare “riforme”, ordinamenti a difesa degli sfruttati, come lo statuto dei lavoratori, leggi che sancivano diritti, adesso ci si trova a difendere il poco, sempre meno, non da chi ce lo leva, ma da chi ci viene indicato come concorrente sleale. E per via di disposizioni e provvedimenti viene decretato che siamo autorizzati a questa miserabile sopraffazione, a un ragionevole sfruttamento, a una vantaggiosa speculazione di tipo “umanitario”, oggi ai danni degli stranieri, domani -ma è già cominciato- dei connazionali e concittadini che hanno mostrato debolezza, incapacità di tutelarsi, scarsa iniziativa.

Da sempre c’è qualcuno che sostiene che “il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari», siano essi i neri d’Africa da depredare, gli islamici da convertire e contro i quali è necessario muovere guerre persuasive della nostra superiorità, gli ebrei che non si sanno integrare, gli slavi feroci, gli zingari trasgressivi. E adesso, da noi, gli immigrati, che devono essere obbligati per legge al confino, allo status di clandestini, alla riduzione in schiavitù.

È proprio il trailer del film horror al quale ci stanno condannando, assimilandoci alla condizione di terzo mondo interno, di barbari in patria, per il fatto di essere sempre più impoveriti. Quando l’unica abbondanza che ci lasciano è di risentimento, di frustrazione, di paura e sospetto.

Poco importa se l’episodio miserabile del pestaggio in metro è vero, importa che sia verosimile, che sia uno dei tanti occorsi e documentati, importa che qualcuno che avrebbe l’incarico di informarci debba ricorrere allo “scandalo” autentico o contraffatto per suscitare interesse, sicché la verità viene sempre di più messa in ombra e velata da quel che si vuol fare apparire. Importa che abbiamo smesso di aspettarci che qualcosa cambi, come nella poesia di Kavafis, con l’arrivo provvidenziale dei barbari, perché i barbari siamo noi.

   

Annunci

Jefferson era un odiatore: il contrappasso della censura

statiuniti061Mentre i secondini dell’Europa si occupano di come mettere il bavaglio alla libera espressione delle opinioni e delle idee in rete con una direttiva degna di qualche autocrate fuori di senno (vedi qui ), i grandi gestori della rete si danno da fare per realizzare il diabolico piano di dare la parola a tutti purché non dicano niente. Dal momento che spesso le opinioni contrarie vengono etichettate come incitamento all’odio, cosa che tra l’altro esime da ogni argomentazione, Facebook ha messo a punto un algoritmo per scoprire e bloccare gli “odiatori”, scoprendo così un vero e proprio vaso di Pandora.

Il social network ha infatti bloccato il post di un giornale texano che in prossimità del 4 luglio aveva pubblicato ampi stralci della Dichiarazione di Indipendenza che sono stati giudicati portatori di odio e in particolare il brano che recita  “Il re d’Inghilterra ha aizzato insurrezioni interne tra di noi, e ha cercato di istigare chi abita sulle nostre frontiere, i selvaggi indiani senza scrupoli, la cui nota regola di guerra è la distruzione indiscriminata di tutti, indipendentemente dall’età, il sesso e la condizione”. Bè d’altronde Jefferson, il redattore effettivo della Dichiarazione, non ce l’aveva solo con i pellerossa, ma era anche proprietario di numerosissimi schiavi, così che è abbastanza facile interpretare quella sua frase: “Se Dio è giusto tremo per il mio Paese”.

Ovviamente alla fine Facebook ha riconosciuto l’errore del proprio algoritmo e ha ripristinato il post, ma sarebbe superficiale pensare che si sia trattato solo di un episodio curioso perché esso pone sul tappeto molte questioni. La prima è la totale inadeguatezza degli algoritmi che non sanno distinguere tra discorso in proprio e citazione, tra convinzione e ironia, né possono considerarne il contesto, ma che di fatto pretendono di “governare” la rete avvolgendola con l’ipocrisia del  politicamente corretto per di più perseguita nella maniera più banale e rozza possibile, attraverso semplici correlazioni tra parole.  Se infatti Jefferson avesse scritto: “… gli indiani la cui nota regola di guerra è la distruzione indiscriminata di tutti…” la sostanza non sarebbe cambiata di un millimetro, ma tutto sarebbe passato senza colpo ferire attraverso il vaglio di Facebook. L’idea stessa che una serie di regole automatiche  possa governare il discorso umano fa parte di un delirio contemporaneo dove idee e opinioni vengono scambiate per formulette convenzionali, così come il pensiero unico vorrebbe che fosse, ossia simile a se stesso.

La seconda considerazione riguarda il rinnovato desiderio di censura che pur essendo portato avanti con strumenti di mercato e con pretesti apparentemente nobili, è pur sempre un’odiosa forma di repressione incompatibile con la democrazia, molto simile, se non addirittura peggiore perché nascosta, di quella che l’occidente demonizza in aree del pianeta. Il nascere in seno alle oligarchie del potere di questa voglia di mettere il tappo alle opinioni non gradite, invece di contrastarle culturalmente, cosa per la quale dispongono di un’infinita potenza, fa intuire che siano di fronte nei dintorni storici di un mutamento di paradigma, ancora così magmatico che non se ne possono definire gli esiti e bisognerebbe invece lavorare perché essi siano i migliori possibili.

La terza considerazione è di carattere storico: inconsapevolmente Facebook ha scoperto che la dichiarazione di indipendenza è politicamente scorretta, così come lo è qualsiasi fatto storico importante che appunto cambia le carte in tavola. In sè in fondo non è stato affatto un errore. Ma ci sarebbe molto di più da dire perché leggendo integralmente la Dichiarazione di indipendenza si vede benissimo che tutto ciò che viene imputato al Re d’Inghilterra è esattamente quanto gli Usa hanno successivamente fatto non solo ai pellerossa, ma anche a buona parte del mondo. Così per ironia delle cose, i sistemi usati dalle elites statunitensi per reprimere tutto ciò che non è pensiero unico, mette a nudo i presupposti sui quali quelle stesse elites sono cresciute.


Altro che Zuckenberg

Apple-iPhone-Privacy-Mark-Zuckerberg-FaceBook-CEO-Shows-Support-for-Apple-Encryption-Battle-MWC-2016-Mobile-World-Congress-FBI-v-646685Mi viene da piangere, ma anche un po’ da ridere quando tocco con mano l’ingenuità di chi crede di essere completamente libero e che questa libertà abbia in qualche modo la propria acmè nella rete. Per non parlare della mitopoietica tardo capitalista collegata a miracolosi arricchimenti per via di talento, fame di soldi, creatività, produttività e quant’altro che nulla riesce a disilludere come la fede nel terno al lotto che verrà. Anche quando un evento imprevisto  permette di accartocciare tutta questa paccottiglia e buttarla nel cestino.

Uno di tali accadimenti è la vendita di milioni di profili a fini elettorali da parte di Facebook a Cambridge Analytica, un analogo di quell’Oxford Analytica per la quale lavorava Regeni, cosa che peraltro non dovrebbe stupire perché Facebook è nato proprio con il furto di identità dall’archivio studenti dell’Università di Harvard e non dovrebbe nemmeno scandalizzare più di tanto visto che alla fine questo “scambio di facce” si è concretizzato nel semplice invio di messaggi e materiale elettorale: alcuni dentro il potere sono stati semplicemente più efficienti nella battaglia per la mercificazione del voto. Ci si dovrebbe domandare piuttosto chi davvero ha in mano i social network, se la  piccola oligarchia di arricchiti che compare in palcoscenico, oppure essi facciano pienamente parte degli arsenali delle oligarchie di comando. La stessa creazione e crescita di Facebook ci può dare qualche indizio: nel febbraio del 2004 quando nasce all’interno della più celebre cittadella dell’elite di comando americana, ovvero Harvard vi erano già centinaia di social network, alcuni di livello globale e legati alle major dell’intrattenimento come My Space, altri più piccoli, ma comunque con milioni di utenti e praticamente non c’era un’ università che non avesse la sua rete. Dunque non si trattava per nulla di una novità  e tuttavia si diffuse praticamente nell’immediato in tutti gli atenei della Ivy League e anche in qualche università californaiana. Solo dopo più di un anno venne registrato il dominio e si stabili che al social network si potessero iscrivere tutti quelli con un indirizzo di posta elettronica con dominio universitario .edu, oppure, cosa davvero singolare, quelli che avevano una  mail con dominio .ac.uk  che corrisponde all’isola di Ascensione, 91 chilometri quadrati, 1100 abitanti, territorio d’oltremare britannico, ma che ha una vasta base della marina americana la quale gestisce sistemi di spionaggio elettronico di massa attraverso uno dei terminali di Echelon.  Vengono accettati anche altri pochi domini speciali provenienti da postazioni militari americane all’estero

In realtà Facebook fu aperto a tutti quelli che avevano più 13 anni solo nel settembre del 2006 ed è così che dal sessantesimo posto nella graduatoria Usa passò al decimo per arrivare successivamente  al primo nel mondo diffondendosi in poco tempo in 100 lingue diverse, ma diciamo così su una base consolidata di rampolli dell’elite statunitense e dei suoi spioni. D’altro canto non si può non rimanere meravigliati dal fatto che questo sforzo finanziario sia stato reso possibile all’inizio con la piccola e marginale pubblicità dei banner e in seguito con una sempre maggiore invasione pubblicitaria, ma che non rende certo quanto il livello di quotazione borsistica faccia supporre e che non giustifica i 2 miliardi dollari persi in dieci anni. Si ha come l’impressione che vi sia stato un qualche nume tutelare dietro questa ascesa.

E adesso vi racconto anche un’altra cosa davvero strana: dall’inizio del 2014 si può accedere a Facebook in forma anonima tramite il navigatore per il web profondo Thor e l’indirizzo  https://facebookcorewwwi.onion/, una cosa che prima era considerata pirateria dallo stesso Zuckenberg, ma diventata perfettamente legittima nell’anno in cui la vicenda Ucraina e quella siriana hanno portano a un deciso riavvicinamento di Russia e Cina, a uno stato conflittuale tra un impero deciso a non mollare la sua primazia e la formazione di un blocco alternativo di dimensioni gigantesche da ogni punto di vista. Questo come altri sistemi servono ad aggirare il blocco che Pechino, così come altri governi, hanno posto a Facebook  e a Google, dunque a una guerra di logoramento sul terreno della comunicazione. Ora chi ha creato Thor e l’onion routing? Pensate un po’ l’ Us Naval Research Laboratory con sede a Washington, ma che ha uno dei propri punti focali nell’isola di Ascensione:  .ac.uk

Saranno coincidenze, ma si ha l’impressione che la vera colpa del povero Zuckenberg è stata quella di aver permesso non si sa quanto consapevolmente un sghetto verso quella parte di elite che è stata all’origine delle sue fortune. Qualcuno sta scoprendo solo ora che per i social network siamo merce, così come lo siamo per l’intero sistema di comando e si batte il petto anche se non si capisce davvero cosa si possa fare nel contesto del paradigma neoliberista attuale il quale dalle libertà individuali è arrivato in pochi decenni al grande fratello.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: