Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per chi non lo sapesse esiste un International Disaster Database dove sono raccolte e catalogate tutte le principali catastrofi naturali dall’inizio del Novecento. Pare che ultimamente anche grazie alle allarmanti profezie delle quali sembra abbondare la nostra spaurita contemporaneità, venga febbrilmente compulsato da chi vorrebbe sfuggire alla maledetta sfigata preveggenza degli incas piuttosto che di quello iettatore sbruffone di Bendanti. Così si scopre che i paesi intoccati da alluvioni, siccità, terremoti o altri eventi naturali nell’ultimo secolo sono cinque: Estonia, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Andorra.
Me lo guardo questo elenco e mi chiedo cosa sia preferibile: le scarse probabilità di sprofondare al celio o morire di noia a Andorra piuttosto che negli opulenti centri commerciali, che pare siano la grande attrattiva degli emirati insieme alla contemplazione dei pozzi.
È che in una età, la nostra, che ci mostra l’altra faccia dello sviluppo come fosse Giano: da una parte benessere più diffuso, allungamento dell’aspettativa di vita, attenuazione del dolore, igiene e lotta alle malattie, tecnologie dell’informazione e aumentato livello dei diritti, insomma potremmo definire tutto questo ampliamento delle chance di vita, del suo tenore e della sua qualità. E dall’altra parte una poderosa combinazione di insostenibilità: la devastazione dell’ambiente; gli squilibri distributivi di risorse e di potere connessi con la globalizzazione; il deterioramente delle relazioni sociali effetto della privatizzazione; la dissipazione delle ricchezze reali prodotta dalla finanziarizzazione, e su tutti, l’impoverimento delle risorse morali.
Ci sono eventi choc, e il Giappone con il suo terribile mix catastrofico esemplare di tutti questi ingredienti della insostenibilità, che fanno affiorare e materializzano la paura che c’è in noi. Che ci spinge a guardare sull’atlante i posti risparmiato dall’ira della terra. E che ci fa interrogare sui limiti che dobbiamo dare al progresso e alla modernità perché non diventino terrifici motori di regresso, di barbarie, di disfatta della ragione.
Il balzo prodigioso della potenza e della ricchezza hanno un costo sociale e ecologico devastanti. Perché sono guidati dal profitto, che di per sé è iniquo arricchendo i già ricchi e penalizzando ancor più gli esclusi, dall’accumulazione, che è irragionevole e immorale perché rende indispensabile l’inutile e dalla dissipazione che è autolesionista perché porta a dilapidare risorse e a consumare suolo, combustibili, ricchezze naturali, fertilità, bellezza.
Molto sbrigativamente abbiamo pensato che la via d’uscita dai paradossi della gioiosa insostenibilità e dalle leggi dell’entropia fosse la tecnica. E qualcuno in casa nostra sembra ancora persuaso che basta saltare da una generazione all’altra di nucleare per essere salvi incurante della salvezza di ben altre generazioni.
Ma ci sono eventi che denunciano che da detentori della tecnica siamo diventati schiavi di essa, perchè si è fatta la condizione essenziale per la produzione di qualsiasi bene e per la soddisfazione di ogni bisogno. Facendosi, “forma del mondo”, ha imposto agli uomini di adeguarsi ad essa, di rendersi funzionali ad essa. A volte sono eventi poderosi, a volte episodi apparentemente marginali, un black out che ci fa scoprire la nostra servitù totale all’elettricità.
Ma è difficile disfarci di quella che Gunther Anders aveva chiamato la vergogna prometeica, quella subalterna ammirazione per la tecnica che ci fa vergognare di non essere all’altezza del progresso, della modernità come se fosse una forma aggiornata di analfabetismo.
Ieri Curzio Maltese raccomandava, per saperne di più sul nucleare, di ascoltare la voce degli scienziati. Mi sembra una sollecitazione ingenua. E non solo perché è perfino banale rivangare arcaiche polemiche sulla non neutralità della scienza e, perché no? sulle sue e incertezze. Ma proprio perché sono gli scienziati e si direbbe quelli più attempati ad avere grandi difficoltà a sottrarsi al sortilegio della tecnica come espressione della modernità, come rito apotropaico per esorcizzare la morte e come passaporto per il futuro.
Eppure la tecnica dovrebbe proprio servirci a trovare gli strumenti per soddisfare l’esigenza di sostituire l’ideale della crescita con quello dell’equilibrio. Scardinando un sistema sociale attraverso lo spostamento delle azioni e dei saperi dall’accumulazione quantitativa al perfezionamento qualitativo.
Ma per questo bisogna fermarsi a pensare, non per un anno di moratoria ma per il tempo necessario a salvarci da noi stessi.