Aplomb giapponese

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è chi ha Mishima e chi ha Bevilacqua, per non dire Moccia. C’è chi ha Sakamoto e chi ha Apicella. Ci sono catastrofi multimediali in diretta e c’è, molto dopo, il film della Guzzanti. Ci sono società moderne e paesi arcaici.
Uno degli esercizi ai quali si sono dedicati ieri commentatori e cronisti, con l’abituale scrupoloso istinto all’omologazione più rassicurante, è consistito nel confronto tra la lucida e razionale compostezza orientale e le sgangherate esternazioni, disordinate e cialtrone, di casa nostra. Tutti indistintamente ed entisuasticamente sembravano votati all’esplorazione degli stereotipi di maniera, vantando la superiorità dell’ harakiri sulla sceneggiata.
Un amico mi dice che in giapponese si chiama chokkagata l’evento estremo, la catastrofe, ed è una parola che contiene il significato di annuncio di previsione, insieme a quello di inevitabilità. Perché paesi più maturi hanno introiettato il senso e il criterio che nulla è imprevedibile, nulla è inevitabile nulla è tanto “naturale” da non poter essere integrato nella programmazioni del futuro e nel governo di un’esistenza, quella personale e quella di un paese.
Gli antropologi sciuè sciuè ci hanno mostrato cittadini esemplari dirigersi ordinatamente verso centri di raccolta muniti di zainetti sempre pronti con razioni alimentari e attrezzature per l’emergenza. E impiegati modello (che Brunetta se li sogna) proteggere col loro corpo i computer mentre crollano controsoffitti e si sbriciolano pareti mobili.
Questo approccio ammirativo per un popolo che mostra razionalità anche in diretta dall’apocalisse e poi nella desolazione che segue, è legittimo, doveroso. La lezione è che è possibile resistere alla catastrofe laddove c’è cultura e consapevolezza, se si è stati educati all’emergenza e si è costruito per bene.
Noi non siamo infatti educati alla crisi, siamo semmai stancamente assuefatti al suo materializzarsi in disastro. Il rischio da noi si incancrenisce, viene lasciato svilupparsi liberamente e sinistramente in modo che diventi catastrofe e spesso anche business. E ultimamente diventa occasione opportuna per adottare misure speciali, per dare incarichi straordinari, per nominare commissari eccezionali, per avviare una altrettanto straordinaria circolazione di patti opachi e affari oscuri.
Un terremoto come quello di Sendai avrebbe causato decine di migliaia di morti in Italia e centinaia di migliaia in Iran, a conferma che le catastrofi sono ancora convinte che le classi e il conflitto di classe esiste eccome e che si concretizza penalizzando i diseredati i perdenti nella lotteria naturale. E a riprova che popoli nati e localizzati dalla parte giusta, quella originariamente privilegiata, sono per insipienza soggetti a rinunciare alla loro fortuna di nascita finendo per assimilarsi ai popoli delle favelas, se si dimettono dalla facoltà di scegliersi un buon governo e rappresentanti responsabili e competenti.
Qui i tentativi di effettuare una programmazione, che ha anche forti contenuti di prevenzione, sono stati oggetto di derisione: li chiamavano i “libri dei sogni”. Là si ha una volta di più la dimostrazione lampante di come la pianificazione e la prevenzione sia l’unico mezzo scientifico serio e l’unico approccio in grado di contenere i danni e salvare vite umane.
Peraltro le immagini terrificanti ci dicono qualcosa di più. Ce lo dicono per quanto riguarda il rischio nucleare prima di tutto, nei cui confronti i giapponesi in oggi hanno palesato meno attenzione e accuratezza di quanta abbiano praticato in altri settori, da quello della gestione degli allarmi a quello dell’edilizia, alle misure di salvaguardia ambientale, a dimostrazione che in quel comparto la sicurezza assolutamente sicura non esiste.
Si, le catastrofi hanno un effetto regressivo: parlano di una fragilità globale per la quale gli effetti di riverberano in modo incontrollato, scardinano le certezze che ci regala la modernità, ci riportano alla minaccia antica e sempre attuale di una terra che si ribella.
E ci mostrano il grande paradosso di un progresso che anziché ridurlo amplifica il rischio. Un paradosso al quale non si può rispondere tornando ad organizzazioni arcaiche come se la barbarie fosse un ambiente protetto e la caverna di Altamira un rifugio. Ma scegliendo ragione e lungimiranza.