Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si, si come Brodskji stiamo là a guardare massacri in Tv e fa da contrappunto alle voci concitate all’eco delle urla agli spari il tintinnare del cubetto di ghiaccio nel bicchiere di scotch. Sarà che sono astemia ma l’orrore rabbioso di essere spettatori impotenti di massacri sanguinosi, di repressioni mostruose e barbare si accompagnano a una specie di confusa sensazione di essere rimasta indietro.
Come di essere stata al davanzale mentre passano rapide la storia e la vita degli altri.
E di essere impreparata a comprendere e a affrontare il futuro. E non solo perché avremo magari un’estate al caldo e un inverno al freddo: il teatro dei formidabili eventi, che guardiamo condannati a una specie di immota impotenza, dall’Algeria all’Iran, rappresenta il 36 per cento della produzione mondiale di petrolio.
No, è anche una specie di spaesamento rispetto a quella convinzione che la vecchia Europa abbia un primato della civiltà per non dire della democrazia, mentre quello che sta succedendo nel nostro inquieto vicinato sconvolge giudizi e pregiudizi, cambia fattori e connotati del tradizionale conflitto di civiltà, illumina tristemente sul velleitarismo politico di una “espressione geografica” regionale unita solo dal profitto e che ha mascherato da esportazione di libertà le sue imprese belliche funzionali proprio a quel profitto.
Si me la immagino l’Europa, augusta ed angusta, guardare i fermenti che animano nuove identità collettive che rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico come fecero i suoi stessi popoli nella memoria sfocata del suo passato. E sembra riluttante a rivisitare archetipi e stereotipi, quello dell’inevitabile condanna all’oscurantismo come sbocco fisiologico dell’islamismo, quello del fondamentalismo come premessa naturale del terrorismo, quello dell’incapacità di quelle genti di “emanciparsi” intraprendendo un cammini di laicità, autodeterminazione e democrazia.
Certo il programma occidentale di esportazione di idealità e di modelli politici: libertà, democrazia, socialismo, copre in realtà esigenze di potenza, perlopiù economica. È stato così nel colpire i cosiddetti stati canaglia, scelto secondo la discrezionalità del potente alleato, ed è stato così per questo teatro cui l’Europa guarda in un pensiero unico, plasmato anche da quello che è stato definito per anni il senso di colpa del passato coloniale, ancora potentemente condizionato da un pregiudizio che ha fatto dimenticare fattezze di popoli per ricordare solo le facce avide di arroganti e sanguinari tiranni, al tempo stesso partner e ricattatori.
Se l’Italia mostra il suo lato più infame dimenticando il debito d’onore del passato coloniale, rimuovendo quello nei confronti di una democrazia riscattata col sangue della sua lotta di popolo, la sontuosa signora, almeno nominalmente, si comporta con più aristocratica eleganza e illuminata lungimiranza, mostrando rispetto per i suoi “fondamentali” e i suoi principi, condannando la repressione e prendendo le parti dei rivoltosi.
Ma non ci sono automatismi nella solidarietà e ne riconoscimento dei diritti, salvo le regole e i modi della retorica che si applicano macchinalmente. Resta da vedere se si realizzeranno nuove alleanze di stati e di popoli anzichè di ciniche cancellerie e discutibili leader, certo difficili in presenza di contesti così magmatici. Che in mancanza di una visione di futuro collettivo daranno luogo all’episodico materializzarsi di qualche futuro individuale, con l’arrivo ai confini dei nostri territori dall’incerto benessere di masse più o meni numerose di disperati.
Forse scendendo in vario modo “in strada”, ritirandoci da quel davanzale, potremmo cercare di dissuadere questo Paese e l’Europa dalla tentazione di chiudere le porte