Anna Lombroso per Il Simplicissimus

Ieri sera a Ballarò circolava sotto traccia una parola continuamente cacciata fuori, esorcizzata e demonizzata. La stessa che rientra prepotentemente in tutti i discorsi di questi giorni e viene espulsa. Perché chiunque si esprima sugli ultimi avvenimenti sembra averne paura come se scottasse, come se fosse insulsamente retorica, arcaicamente tronfia, per non dire patetica e ridicola.
Deve essere successo qualcosa di profondamente indecente qualcosa di tremendamente eversivo se tutti preferiscono esprimere un giudizio “politico”, trovare una soluzione “politica”, riportare gli avvenimenti snella sfera “politica”, allontanandosi frettolosamente dal più impegnativo e instabile terreno della “morale”.
Eppure per uscire dall’anomalia, dallo stato di “eccezione” consolidata, dalla condizione di eversione sistematica, dal contesto di diffuso asservimento mediatico al regime, soprattutto in presenza di una disaffezione dalla politica, territorio di incursioni barbariche e di pratiche mercantili oltre che da una generalizzata tolleranza dell’illegalità e della derisione delle regole democratiche, servirebbe la forza invece “eccezionale” di una condanna morale, di una rivolta morale e di una riedificazione morale del tessuto sociale civile e istituzionale del paese.
È il contenuto “morale” dello stato democratico ferito da esercizio del potere ridotto solo e inequivocabilmente a un esercizio di criminalità, corruzione, violenza ricattatoria, hybris cieca e funesta, pratica della menzogna.
È il tessuto “morale” del paese eroso dall’affermarsi di una gestione particolaristica della cosa pubblica e di una “cultura” che combina individualismo sfrenato, ambizioni smodate, affiliazione e fidelizzazione come valori primari, sospetto e diffidenza come motori di un atteggiamento esclusivo e solipsistico nei confronti degli altri soprattutto se “diversi”, disprezzo per la legalità, per il dialogo con chi la pensa altrimenti, per le regole e la trasparenza. Inducendo un atteggiamento indulgente nei confronti dei comportamenti illegittimi, della prevaricazione muscolare, dell’arroganza, in una mimesi inquietante con il perseguimento dell’immunità. pubblica del premier e della sua maggioranza di affiliati più o meno fedeli. E che ha innervato tutta la pratica amministrativa e di governo, anche locale, e persuaso parte dell’opinione pubblica sulle magnifiche sorti e progressive dell’egoismo, dell’arroganza, della sopraffazione, della trasgressione.
È la coesione “morale” della nazione insidiata dal rischio di una decomposizione territoriale: una condizione nella quale il Nord somigli, come diceva un grande storico italiano, Adolfo Omodeo, a un Belgio grasso, e il Sud a una colonia mafiosa, che fa apparire incerto il futuro del Paese, e continuamente sottoposto a revisione il suo passato, in uno schiumare di pregiudizi campanilismi e ed egoismi ottusi.
È una crisi prima di tutto “morale” quella in cui versa un Paese nel quale si afferma una concezione di Stato totalitario nel quale la società civile è divorata assorbita a tacitata e evapora il contetto e la prassi di opinione pubblica. E nella quale la democrazia perde la funzione di luogo dove è bello stare insieme, ragionare insieme, noi e gli altri da noi intorno a una nuova idea di “umano” non disegnata dal mercato, dal privilegio personale, dalla sopraffazione di un oligopolio irriverente dei principi etici e della convivenza, equa, armoniosa, libera.
E non è forse un attentato al “morale” del paese l’erosione compiuta ai danni del suo futuro, del futuro nostro e dei giovani, espropriati di speranza, aspettativa, desiderio di sapere, conoscenza e bellezza, impediti anche nel disegno di radiose visioni, sostituite da scorciatoie miserabili ed effimere?
Abbattere questo regime e chi lo impersona è un atto morale collettivo che ci spetta, per scardinare prima di tutto dalle coscienze quella impalcatura di indifferenza e remissione per dare forma a un racconto di vita sociale che valga la pena di descrivere e sognare.