Anna Lombroso per il Simplicissimus

Festeggiamo, ci sono segnali manifesti: il Pd si è accorto che “Silvio c’è”. Ha gettato  alle ortiche la scelta scellerata che aveva connotato la campagna elettorale:  alludere, rimuovere, non nominare, esorcizzare l’innominabile, l’uomo del “conflitto di interessi”,   quello dell’uso privato  della politica, della cosa pubblica, delle cariche elettive e anche di quelle dello stato, dei sistemi di informazione tutti impiegati dall’utilizzatore finale per perseguire interessi personali, familiari e affaristici, per coprire illeciti e tolleranza dell’illegalità, per erodere coesione sociale, libertà di comunicazione, conoscenza, cultura, bellezza.

È salito sui tetti e ha chiamato a raccolta il suo popolo un bel po’ ammaccato. E io personalmente me ne sento riscaldata e confortata.

Tutti i democratici, tutti quelli che guardano ad  alcune stelle polari ne devono essere contenti. Tutti quelli che si riconoscono senza pudore e con ostinata voglia di futuro nella sinistra ne sono consolati e si sentono meno soli. Perché non si può prescindere da un “organismo” che  pur con defezioni, rimozioni, revisioni, riflessioni e contorsioni, rappresenta comunque una continuità contemporanea e sofferta con il più grande partito interprete e rappresentante di valori, principi  e idee di riferimento irrinunciabili, quelli della libertà, dell’eguaglianza e della solidarietà.

L’esperienza storica di oltre due secoli ci ha insegnato che la libertà senza eguaglianza è fonte di privilegi intollerabili; che l’eguaglianza senza libertà è fonte di totalitarismi e dittature. E che la solidarietà senza le altre due componenti diventa carità e assistenzialismo. La democrazia che scaturisce da questi valori è quella scritta e tradotta in norme e in giurisprudenza dalla Costituzione. Chi vuole il suo rispetto, insieme al rispetto delle regole e delle leggi democratiche deve sapere che che c’è bisogno di una grande partito riformista e democratico e il grande partito riformista e democratico ora finalmente sa che per difendere e aspirare a quegli ideali di riferimento bisogna abbattere questo regime e arrestarne la deriva autoritaria, condannando politicamente, storicamente e penale, come merita, il suo artefice e il suo potere fatto di affarismo, familismo, intimidazione, ricatti, prepotenza, affiliazioni e commerci opachi di consenso e alleanze.

Sia pure con un colpevole ritardo il PD, sulla base della pressione dirompente della scontentezza, è uscito dall’assordante silenzio. Ma le sue parole non sono univoche e la sua prospettiva sembra penosamente corta.

Due giorni hanno permesso di capire meglio il pensiero di Bersani e le sue priorità:  contrapporsi al duo Pdl-Lega  con la costruzione di un fronte emergenziale nel quale mostra di preferire il nascente Polo della Nazione come interlocutore, nella convinzione strategica che solo un’alleanza tra riformisti e moderati abbia le carte in regola per sconfiggere Berlusconi e poi governare, affrontando l’attuale crisi di sistema.

Il sacrificio delle primarie, che istintivamente abbiamo in molti tacciato di “revisionismo”, sorprendente in un leader designato proprio attraverso quel processo,  assumerebbe il significato simbolico dell’impegno a chiudere la stagione della demagogia, del giustizialismo e del radicalismo, con le sue varianti populistiche e antipolitiche di destra (Lega e Pdl) e sinistra (Vendola e Di Pietro).

Non inclino alla malizia e voglio credere che si tratti di una scelta compromissoria ma ragionevole ed onesta. E non di una  tattica miserabile dettata solo dal timore di confrontarsi con un avversario che possiede l’appeal di un sogno, visionario, post pasoliniano quanto si vuole, ma  molto seducente per un elettorato privato da troppo tempo di radiose visioni, piccole utopie e prospettive del futuro.

Ma sollevo alcune rispettose obiezioni. Perché aprés lui non si presenti un dèluge peggio di un presente, aggravato da una crisi e da un  contesto governativo arruffato e confuso, è necessario un quadro programmatico chiaro in grado di delineare un orizzonte di regole e di equità sociale e civile, frutto di una iniziativa politica che affronti con determinazione i problemi del Paese: dall’economia, dal conflitto ormai visibile tra capitale e lavoro, al federalismo, alla giustizia, dall’istruzione, all’ambiente.

Allora è necessario che il Cln auspicato non torni indietro rispetto all’Ulivo e nemmeno rispetto al compromesso storico. Che abbia la potenza di una alleanza strategica, nella quale senza compromessi il Pd assuma il ruolo egemone, creando le condizioni unitarie necessarie per uscire dalla crisi.

Le fughe, le defezioni, il crearsi di nuove configurazioni dimostrano che sarà impervio trovare questa unitarietà sui temi della vita, su quelli della sicurezza e dell’immigrazione, su quelli della laicità, su quelli della ricerca e su quelli del lavoro, dell’occupazione, dell’articolo 18, del ruolo delle rappresentanze sindacali. E soprattutto trovarli con forze che hanno al loro interno la solita inguaribile Binetti e l’altrettanto inguaribile Lombardo.

E ancora,  le primarie hanno rappresentato una sperimentazione capace di dare corpo e avviare quel rinnovamento delle modalità della politica, di sostituire quelle rissose liturgie con un laboratorio sia pure imperfetto di partecipazione e rappresentatività.

Se già in fase pre costituente si cede sulle forme di democrazia interna, sulle alleanze con quelli che dovrebbero essere più affini, su alcuni capisaldi irrinunciabili, suscettibili di alterare i rapporti vulnerabili con gli alleati, cosa può restare vivo del proposito di accreditarsi con un’identità di  partito, rappresentante delle attese di un riscatto morale democratico e civile del Paese?

E’ Hannah Arendt a dire che la virtù civica e la missione di chi la vuole rappresentare è “stare” con le altre persone, non “sopra”, né “accanto”, o, peggio “sopra”.

Bersani torni sui tetti, torni in piazza. È vero, la buona politica, quella “normale”  dovrebbe avere altre modalità e altri luoghi. Ma  questo è un Paese ferito da tremende anomalie, la prima della quale è la siderale distanza di chi dovrebbe interpretare quella virtù civica, da quelli che dovrebbe rappresentare e  con i quali dovrebbe disegnare e costruire il progetto del futuro.