Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nessun fenomeno ha il potere di sorprendermi più della stupefatta meraviglia di molti di fronte alla rivelazione che l’imperatore è nudo sotto il sontuoso mantello di ermellino.

Eppure un sacco di monelli irriverenti e screanzati per strada: anvedi è ignudo, strillavano.

E’  probabile che dentro e fuori il palazzo fossero troppo eleganti, manierati e discreti per stare a sentire quei ragazzetti sfrontati. Avevano scelto anche di non nominarlo l’imperatore, non si sa se per discrezione, per rimozione o per scaramanzia. O per far vedere che erano troppo sofisticati e blasonati  per dar retta a quegli sberleffi plebei.

Poi ai ragazzini si è aggiunta un sacco di gente inaspettata per non dire improbabile.Un altro ragazzo impudente e maleducato che gioca coi segreti e li svela, attachès di ambasciata scrupolosi verbalizzatori di rumors sporcaccioni e non, e via via a cascata., segretari di stato, politologi, storici, osservatori.

Grazie a loro anche quelli che da noi che non avevano con altrettanto scrupolo svolto  il compito di stare a sentire i ragazzini e riferirne lo strillo, hanno cominciato a renderci conto con un certo sussiego che lo scandalo non risiedeva solo nelle partouze dissipate di grandi e meno grandi ai margini delle piscine o nelle dacie, ma quello che allegramente si consumava dietro alle spensierate merende. O che anche tra i famigli dell’imperatore vigeva disappunto e inquietudine per le sue intemperanze.

E sembra che proprio oggi, in piazza e in parlamento finalmente si sia manifestata l’epifania che il tiranno non ha rispetto delle istituzioni, che tratta la crisi come un affare privato, mutuando le leggi del mercato -in specie quello delle vacche – e che non ha “senso dello Stato”.

Ma che state a dire, esclamano i ragazzini, ce l’ha eccome. Solo che pensa che lo Stato, come il Parlamento, come il governo, come le istituzioni  siano roba sua. Soggetta alle sue regole, ai suoi capricci,  ai suoi interessi, alle sue vendette e ai suoi giochi delle tre carte, ai suoi  inghippi da prestigiatore arruffone, necessari perché il suo potere non si trasformi nelle “sue prigioni”.

Sempre quei letargici osservatori  si sono meravigliati per la dignitosa compostezza della piazza del Pd. Credo, per averli visti, che dietro alle signore col cappellino – faceva freddo – e agli uomini attempati e modesti, ci fossero un sacco di ragazzini. Confortati di essere in tanti ed anche di sapere che forse, a forza di strillare,  erano riusciti a farsi sentire da una classe dirigente chiusa in un’enclave privilegiata e remota, inadeguata a farci sognare il futuro e a difenderlo.

Di questi tempi è più elegante parlare di moderati piuttosto che di fascisti, di interessi piuttosto che di valori, di concretezza piuttosto che di utopia. E non so se noi,  quelli che erano in piazza, quelli che incontriamo ogni giorno per strada, indignati, rabbiosi e tenaci, quelli che lottano sul lavoro e per il lavoro, non so se siamo noi lo stanco ma ancora indomito  popolo della sinistra. Ma so che sono loro, siamo noi, i ragazzini  la vera sorpresa.